Da Pompei a Veleia, da Genova a Ravenna: quattro registi reinventano la funzione collettiva del coro antico per raccontare l’oggi: Baccanti, Medea, Persiani ed Antigone.
È emblematico come il teatro, forse più di tutte le altre creazioni umane, sia non solo specchio della società che lo genera, ma spesso (anche quando si pone come puro intrattenimento) ne anticipi i dubbi, le aspirazioni, i rovelli, i mutamenti… Soprattutto nei momenti delle grandi crisi, del buio a divenire, dei baratri o dei riscatti possibili immanenti nell’epoca che stiamo attualmente vivendo e/o che ci sta aspettando. Non ci si deve stupire, dunque, se la consueta presenza di classici antichi nei cartelloni estivi open air transiterà compattamente nella prossima stagione (dall’autunno avremo sui palcoscenici italiani numerosissimi titoli – più tragedie che commedie – nuovi allestimenti e recuperi anche da anni passati). Segno che forse si vanno ricercando proprio nei momenti originari del teatro (primigenio, totipotente!) gli strumenti per capire e per capirsi. E tutti sappiamo bene quale ruolo fondamentale abbia in quei lavori la presenza del coro, proprio in quanto il coro è voce della comunità (alias gli spettatori, alias noi). Diventa dunque quanto mai interessante confrontare come in questo inizio d’estate è stata trattata l’azione del coro dai più qualificati registi.
Tra le più attese produzioni registriamo l’allestimento di Theodoros Terzopoulos di Baccanti, alla sua settima versione del testo di Euripide, applaudito in apertura della nona edizione della rassegna Pompeii Theatrum Mundi. Impressionante nell’impatto visivo, minimalista, essenziale e tutto affidato alla fisicità e alla vocalità degli interpreti. Un salto indietro ci catapulta nel V secolo a.C., così come lo abbiamo studiato e immaginato sui banchi liceali, con i trimetri giambici declamati e scanditi in modo straniato e quasi impersonale (l’intera prima scena viene recitata in greco antico senza sopratitoli), e con le infinite posture coreografate battuta su battuta, agite in modo magistrale. Quasi in netta contrapposizione si svolge il dialogo tra il coro, posto immersivamente in primissimo piano nell’orchestra circolare alla base dell’emiciclo, e gli eventi tra i protagonisti compressi sul fondo nella skené, dove spesso ci si confonde nell’attribuzione delle voci tra i personaggi recitanti anche a causa dei costumi similari che aumentano le ambiguità. Fulcro primario rimangono comunque gli interventi e il senso delle battute affidate al coro, pregne di poesia e filosofia esistenziale nella traduzione di Edoardo Sanguineti, e sarà curioso vedere come nella versione indoor della prossima stagione invernale verrà risolta la relazione dicotomica con gli attori principali nella dimensione frontale-trasversale dei teatri all’italiana (assolutamente da rivedere all’Arena del Sole a Bologna o allo Storchi a Modena!). Probabilmente ne uscirà esaltata la pregnanza e la modernità della tragedia glorificata a Pompei, con la resa massima delle doppie ambiguità nelle figure di Dioniso, dio supplice di legittimità per i propri natali e pronto alla vendetta più sfrenata per le offese tollerate, e di Penteo, despota riluttante a ogni novità straniera destabilizzante ma attratto dalle novità di un eros rivoluzionario. Di certo sarà l’occasione per apprezzare ancora una volta la gestione attorica di Terzopoulos alle prese con un cast di mirabili solisti composto da Roberto Latini, Alvia Reale, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Marco Cacciola, Paolo Musio, Gemma Carbone, Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola.

Del tutto differente, ma altrettanto fondamentale, è l’uso del coro messo in atto da Leonardo Lidi nella Medea allestita nel sito romano di Veleia, dopo la sua mirabile produzione di un paio di stagioni fa allo Stabile di Torino, quando chiudeva la tragedia della maga della Colchide in un’enorme scatola ermetica di plexiglass. Ora, nella libertà degli spazi aperti, trasforma tutto quasi in un gioco, un gioco in cui però si indagano infinite verità contrapposte e si affrontano molti dilemmi personali e collettivi, in cui si vive con una pesantissima leggerezza. Giocoso protagonista: il coro. Composto sorprendentemente da una classe di alunni delle elementari degli anni ’50-’60 in identica divisa, grembiule nero, colletto bianco e calzettoni alti, tutti impegnati a sfidarsi a rubabandiera, campana, un-due-tre-stella. A seconda degli episodi si staccano dal gruppo e prendono la parola i vari personaggi secondari, come il re Creonte, la principessa Glauce, l’ateniese Egeo o la Nutrice. A dominare lo spettacolo sono gli incontri/conflitti tra Giasone e Medea, ciascuno mosso dagli interessi della propria posizione di neo-arrivato nella nuova polis di Corinto. Lui spinto a dare sicurezza ai figli attraverso il nuovo matrimonio, lei straniera emarginata e ferita in una terra straniera dove è rifiutata ed emarginata. Testimoni costanti gli scolaretti, infanzia cosciente della propria inferiorità e debolezza rispetto al potere degli adulti, desiderosa di accedere a quel potere e insieme nostalgica di un’innocenza che non potrà restare inalterata. Non a caso si diverte a saltare, correre, fare scherzi. Su musiche eseguite dal vivo da alcuni interpreti e con ironiche coreografie concepite da Riccardo Micheletti. Il mirabile ensemble (lo si ricorderà a lungo!) è stato selezionato tra giovani attori e attrici freschi di diploma nell’ambito del progetto piacentino Bottega XNL–Fare Teatro e c’è da scommettere che Lidi abbia gioito non poco nello scoprire il talento dell’ucraina Yulia Redila (veramente molto espressiva, ieratica, algida e convincente nelle rivendicazioni paleo-femministe!), il cui accento straniero si addice alla perfezione alla situazione e alle esternazioni della figura protagonista, tanto da venir spinta a recitare nella sua lingua madre nei momenti più intimi della tragedia. Altrettanto convincente risulta l’elegante Giasone di Samuele Finocchiaro, in total black da cerimonia, a cui è affidata la commovente chiusa dello spettacolo, non davanti al carro del sole che porta via la madre assassina, ma nella vana ricerca dei figli, nella reiterazione dell’iniziale un-due-tre-stella.

Questa volta tutto è riportato all’essenziale più essenziale, riscritto nella drammaturgia come nella scena, ridotto ai tratti primari, un distillato in cui il singolo vocabolo e lo specifico gesto degli attori è concepito non come compendio dell’originale, ma organizzato per incidersi più profondamente nella coscienza e nel giudizio dello spettatore. Il giovane regista Giovanni Ortoleva coglie la ricorrenza del 50° anniversario del genovese Teatro della Tosse (attuale produttore anche del suo spettacolo) e dello storico allestimento di Tonino Conte che nel 1988 diresse I Persiani di Eschilo alla Fiumara, per intraprendere un personale percorso nella tragedia eschilea che lo vedrà nella prossima stagione alle prese anche con I Sette a Tebe. Gli odierni Persiani sono ridotti al residuo di un letto a baldacchino, privo di materasso e rete, rudere a cui si aggrappano e al cui interno agiscono i tre protagonisti in scena, mutevole vestigia via via allusiva al palazzo reale piuttosto che catafalco funebre, riparo o sacra ara. Davanti a quel letto, dolentemente seduto immobile su una panchetta di legno, si pone Enrico Campanati, storico attore della Tosse, a recitare mirabilmente i versi del coro. Prima sommessamente, e via via con sempre maggior chiarezza, funge da prologo storico al quadro politico e documentario che ha portato gli invasori asiatici alla sconfitta di Salamina. Siamo davanti a una scena di teatro assoluto, in cui l’attore dimostra la propria statura di grande, triplamente grande attore, che solo per ragioni private ha scelto di confinarsi a Genova e di non giganteggiare in campo nazionale. Il suo procedere in un eterno elenco di vittime e martiri di guerra non è semplice esibizione di ottima memoria, ma si carica esponenzialmente di un pathos e di una pietas tutta da compartecipare e condividere. Va dunque riconosciuto a Ortoleva il merito di aver costruito con questo meraviglioso attore un’occasione perché mostrasse appieno il suo più autentico spessore d’interprete, noto da tempo ma troppo spesso ridotto nella routine. Del resto la riscrittura drammaturgica va nella stessa direzione, spezzando i lunghissimi elenchi dei caduti, spostando liberamente i diversi episodi della tragedia (la prima e più antica dei testi pervenutici dall’antica Grecia) per esaltare la scelta di Eschilo di narrare la storia fuori dalla retorica patriottica, dalla parte dei vinti, quasi grido universale contro ogni guerra e contro il dolore delle vite spezzate che ogni volta ne deriva. Gli interventi/monologhi di Campanati/Coro valgono come commento e illustrazione (modernissimi!) degli sviluppi narrativi affidati a Valentina Picello, superbo pianto teatrale della regina-madre alla ricerca degli abiti nuovi per il figlio Serse, o esplosiva evocazione dell’ombra del re Dario, mentre Pietro Giannini, il più recente Premio Ubu Under 35, riesce nel duplice e impegnativo ruolo di Serse e Dario a rendere, tra sudore, fatica e vernice dorata sul torace nudo, l’idea registica della guerra come destino ineluttabile condizionato a una trasmissione di sangue, come involontariamente iscritto in un invisibile DNA. Lo spettacolo ha avuto vita fino ad oggi solo per una manciata di repliche tra Liguria, Marche e Lombardia, e ci si augura in molti che possa avere presto l’occasione per essere riproposto su numerosi altri palchi e non solo in estate.

Certo fa impressione vedere il palco riempirsi di oltre 100 ragazzi impegnati a recitare i versi dell’antica Antigone sofoclea. Marco Martinelli ci ha abituati a sorprese di tal genere, ma è la prima volta che coinvolge una tal massa di giovani studenti delle superiori dell’area napoletana nella messa in scena di una tragedia, al Ravenna Festival dopo l’esperienza pompeiana. Lo scontro tra una legge morale personale e un’imposizione del potere legalizzato si è dimostrato particolarmente adatto a coinvolgere gli adolescenti, che si entusiasmano facilmente a un simile progetto. Anche perché il regista ha semplificato l’originale eliminando, per esempio, il secondo incontro tra le sorelle Antigone e Ismene, che devono decidere insieme se dare o meno sepoltura alla salma del fratello Polinice contravvenendo alle disposizioni del re Creonte; in più la scena è stata arricchita dalla stimolante presenza di una piccola orchestra a guida di Ambrogio Sparagna, che esegue tanto musiche mediterranee quanto folk scozzesi. Come già nei precedenti allestimenti di Aristofane, anche qui si è scelto di affidare lo stesso ruolo a tre diversi interpreti che si passano il testimone nello sviluppo dello spettacolo, cosicché si succedono tre Polinici, tre Antigoni, tre Creonti, tre Emoni… Ma l’effetto più impressionante, ovviamente, rimane l’effetto formicaio dell’immenso coro, gestito con grande perizia, muovendo sul palco le masse in formazioni geometriche quasi da schiera militare, trovando per ogni situazione la disposizione dei gruppi più adatta a restituire il senso dell’azione e determinando ogni volta il punto più adeguato per i protagonisti quando dovevano proporre le proprie ragioni e idee senza cadere mimetizzati e confusi nella massa. I ragazzi si sono dimostrati pienamente consapevoli del perché muoversi e agire nelle modalità determinate, anche quando hanno giocato col contrasto tra il nero delle t-shirt del costume di scena e il chiarore delle braccia scoperte. Soprattutto hanno trasmesso di aver compreso appieno che la tragedia di Sofocle esalta la grandezza dell’uomo in grado di edificare città e di dominare la natura, ma che bisogna anche rispettare limiti che forse sono di origine divina.

ph.
Copertina e Baccanti – di Johanna Weber
Medea – di XNL Piacenza
Persiani – di Gaia Rocca
Antigone di Ravenna Festival