#ferrantefever. La geniale amica napoletana diventa fenomeno globale

In Letteratura

Il romanzo globale all’italiana è L’amica geniale di Elena Ferrante, vero e proprio fenomeno transnazionale in termini di produzione e mediazione editoriale

Nel 2014, con il completamento della tetralogia dell’Amica geniale, Elena Ferrante ha ottenuto un successo senza precedenti non solo in Italia ma anche, e soprattutto, oltreoceano: #ferrantefever, per dirla con l’hashtag che ha letteralmente inondato Twitter. Fra una settimana, il 1° settembre 2015, uscirà la traduzione dell’ultimo volume della tetralogia My Brilliant Friend, ma il caso editoriale “globale” (o perlomeno occidentale) è stato già decretato alla fine dell’anno scorso, con la traduzione del terzo volume. Con la complicità offerta dalla critica americana – in particolare newyorchese (la traduttrice Ann Goldstein è una firma di punta del New Yorker) – Elena Ferrante è passata dall’essere un’autrice italiana di nicchia, almeno sul mercato internazionale, a una vera e propria star dal fascino misterioso. Era da tempo che un autore italiano non riscuoteva un simile successo fuori dai confini nazionali.

Categorie come “globale” e “transnazionale” sono all’ordine del giorno da ormai qualche anno. Già nel 2005 Stefano Calabrese parlava di romanzo “globale” (www.letteratura.global, Einaudi 2005), anticipando una riflessione su narrazioni fortemente aperte alla traduzione, intesa sia come “traslazione” in una lingua e in una cultura altra senza grandi difficoltà, sia come traduzione intersemiotica, ossia la trasposizione in un medium diverso da quello romanzesco. In tempi più recenti, con Romanzo mondo. Le letteratura nel villaggio globale (il Mulino 2011), Vittorio Coletti porta l’esempio dei romanzi di Cormac McCarthy, la cui ambientazione americana in realtà può essere traslata ovunque, ma soprattutto la cui articolazione narrativa strizza già l’occhio all’adattamento cinematografico.

In tempi più recenti la categoria di “globale” è stata applicata anche a romanzi che potremmo definire “post-postcoloniali” come quelli, scritti in inglese da autori non anglofoni (spesso africani) come Teju Cole, nigeriano, autore del fortunato Open City (2012, Città aperta, Einaudi 2013) o Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di Americanah (Einaudi 2014), per citare solo i più celebri. Libri scritti da giovani autori, nati per lo più nella seconda metà degli anni Settanta, la cui scrittura, che ha spesso l’Africa come tema dominante, nasce in un contesto transnazionale non solo dal punto di vista creativo (si tratta di opere scritte in inglese) ma anche a livello  produttivo. Si tratta di autori pubblicati da grandi editori americani con una rete distributiva globale, il cui pubblico (come viene osservato in un bel contributo sulle diverse sfaccettature della letteratura “globale” qui ) è spesso potenzialmente in grado di leggere un inglese “lingua franca”.

Elena Ferrante non è una giovane scrittrice (sembra sia nata nel 1943), non fa certo della “dislocazione geografica” un suo punto forte, e rivendica a ogni pagina del suo fluviale romanzo l’appartenenza al genere della carta stampata, alla scrittura. Un romanzo che sembra esibire, come ha ben mostrato Elisa Gambaro ne Il fascino del regresso, marche di conio squisitamente romanzesco.  La vicenda dell’Amica geniale inoltre sarebbe impensabile senza Napoli e la sua napoletanità. Eppure il romanzo ha saputo intercettare molto meglio di altri le tendenze “globali” di questi nostri tempi e si è affermato – che piaccia o meno – come un romanzo italiano “globale”.

Con grande abilità, Ferrante è riuscita a innestare le sue già fortunate narrazioni femminili sull’ampio arco temporale della storia italiana degli ultimi sessant’anni all’interno di un prodotto narrativo ad alta fruibilità  dotato di una trama avvincente eppure non privo di riflessioni letterarie e meta-letterarie, il tutto con un forte sapore locale. Ferrante, insomma, è andata oltre le narrazioni di successo, anche internazionale, a forte statuto di genere e con un’ ambientazione “tipicamente” italiana, come ad esempio quelle di Camilleri. L’amica geniale costituisce un grande richiamo per un pubblico straniero che viene così familiarizzato con un contesto storico-geografico di grande fascino, spesso a lui ignoto, attraverso una prospettiva autoriale femminile, in un romanzo che, come suggerisce sempre Gambaro, riprende i moduli del Familienroman. Non solo, la serialità con cui è stato commercializzato il romanzo strizza l’occhio alla possibilità di  un adattamento cinematografico o televisivo; è già prevista la produzione di una mini serie che probabilmente ripeterà i successi delle trasposizioni cinematografiche dei precedenti romanzi della Ferrante I giorni dell’abbandono e L’amore molesto.

Ma L’amica geniale/MyBrilliant Friend è anche – e soprattutto – un vero e proprio fenomeno transnazionale in termini di produzione e mediazione editoriale. Non è il colpo grosso di un editore italiano sul mercato internazionale, unico e irripetibile, quanto l’opera di un’impresa editoriale che nasce come transnazionale: il  “tandem” e/o-Europa Editions, gestito dalla coppia Ferri-Ozzola. Siamo davanti al fortunato caso di un editore in origine italiano ma fautore, sin dalla sua fondazione nel 1979, dell’allargamento dei confini del proprio pubblico grazie a un ampio e articolato catalogo di traduzioni. Dal 2005 con il suo imprint americano pubblica titoli e/o italiani ma anche stranieri (il bestseller della francese Muriel Barbery, L’eleganza del riccio del 2006 è arrivato ai lettori anglofoni tramite la mediazione di e/o ed Europa Editions). La #ferrantefever è giunta con gran tempismo a suggellare dieci anni di intensa attività dell’editore nel campo degli scambi letterari internazionali.

Il successo della tetralogia ha posto non poche questioni alla critica italiana e straniera. Lo scorso gennaio, con un intervento su Internazionale, la celebre traduttrice Frederika Randall (voce inglese, per intenderci, delle Confessioni nieviane) esprimeva preoccupazione non tanto per il successo della Ferrante, quanto per il fatto che questo promuovesse un’immagine dell’Italia stereotipata, degna di una “geniale iniziativa commerciale”, e adatta più a una serie tv che a un romanzo letterario (ricevuto come tale per la sua collocazione editoriale: in Francia Gallimard e in Spagna Lumen). Conservando il beneficio del dubbio, Randall si chiede se l’operazione non sia nociva alla reputazione intellettuale dell’Italia.

Non è questa la sede per entrare nel già avviato dibattito sulla fenomenologia del gusto del pubblico della tetralogia né sul suo valore letterario: restando entro i confini di un discorso sulla traduzione, viene però da osservare una cosa. Ammesso (e per nulla concesso) che la tetralogia sia una geniale iniziativa commerciale, e che sia stata creata a tavolino con una lingua e uno stile atti ad agganciare  lettori italiani e stranieri, ciò di per sé non nuocerebbe alla reputazione intellettuale dell’Italia ma semplicemente dimostrerebbe che l’Italia – grazie a un’operazione editoriale transnazionale – ha prodotto un romanzo che ha raccolto la sfida del “globale” nelle sue diverse sfaccettature. Nessuno, credo, direbbe che le fortunatissime serie americane attuali vadano a scapito della reputazione intellettuale degli Stati Uniti: questo perché, accanto a esse, il pubblico internazionale può godere anche di un’offerta altamente diversificata di prodotti letterari (e non solo) garantita dal grande numero di traduzioni dall’inglese. Ciò non si può dire per l’italiano, anche se pare che la situazione stia migliorando. Allo stato attuale il lettore americano guarito dalla #ferrantefever non dispone ancora di un’offerta particolarmente articolata per allargare i confini e perfezionare gli idiomi del proprio immaginario italiano. Il successo della Ferrante va considerato non tanto come un punto d’arrivo, quanto come un punto di partenza. Un’operazione riuscita di mediazione editoriale e culturale, di traduzione, nel senso lato del termine, da replicare per dare maggiore visibilità ai diversi volti della narrativa italiana. E così, come il lettore italiano può collocare, accanto a prodotti altamente letterari come Underworld di De Lillo Le correzioni di Franzen, una serie televisiva di successo come  I Soprano, si spera che in futuro anche il lettore anglofono possa fare lo stesso con la produzione intellettuale italiana.

 

Immagine by Stefano Corso

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