Chiusi i battenti con la sezione poetica di “Letterature senza esercito”, il festival eco-letterario diffuso che a Roma, tra librerie indipendenti e Università La Sapienza, ha ragionato sul ruolo pubblico del fare poesia, una doppia intervista tra prospettiva e dimensione contemporanea.
Giorgio C. Galli traccia un quadro del rapporto tra attualità e verso anche alla luce delle nuove uscite della casa editrice “Connessioni”.
Filippo Golia parla delle esperienze dialogiche messe in campo da alcuni appuntamenti in programma: voci dai margini e voci resistenti – un esperimento di (vivacissima) relazione poetica a distanza.
Dopo un mese di festival, Letterature senza esercito congeda una edizione nella quale la poesia ha parlato la lingua del margine e del confronto: una occasione, quella appena conclusa a Roma, per riflettere sul rapporto con l’attualità e la contemporaneità.
A Giorgio C. Galli, poeta scrittore e traduttore, uno dei protagonisti della rassegna, vale la pena chiederlo, a che punto siamo della partita tra poesia e impegno: forse che la poesia sia diventata, dal margine, un luogo nel quale riflettere sui margini?
«Non credo che l’impegno sia essenziale alla poesia e nemmeno che sia un dovere per chi fa poesia.
D’altra parte, non si può sfuggire al proprio tempo e alla natura intrinsecamente politica di ogni atto linguistico. Montale rappresentò una “voce contro” nell’Italia fascista pur non avendo mai fatto dell’impegno la propria bandiera. L’intellettuale impegnato così come si è cristallizzato nel nostro immaginario è durato, approssimativamente, dal “J’accuse” di Zola alla morte di Pasolini, e non credo tornerà in quelle forme.
Non ci sono più le condizioni storiche, non c’è più un moto progressivo di massa alla cui testa l’intellettuale possa mettersi. Dall’Ottocento in poi, con la parentesi delle guerre mondiali e delle dittature, c’è stato un grande movimento storico progressivo. Oggi è in atto un contro-movimento storico. Bisogna saperlo e non mettersi alla testa di un corteo che nessuno segue. Il benessere diffuso, l’istruzione di massa, la società consumista e i media hanno indotto un cambio di marcia potentissimo e anche oggi, dopo due decenni di crisi economica e non solo, non è possibile ripristinare quel movimento perché gli ex benestanti riproletarizzati dalla crisi pensano e sentono ancora da benestanti e coltivano gli stessi valori degli anni Ottanta in un contesto cambiato: non c’è un discorso collettivo, non c’è una società che ragiona in termini di classe dirigente – gli operai e gli artigiani nati negli anni Venti ragionavano in termini di classe dirigente pur rimanendo operai e artigiani – anzi il cambiamento ha indotto una frustrazione individuale insopportabile perché ognuno ha in mente un modello di vita che, semplicemente, non raggiungerà mai. Di qui il clima d’insoddisfazione, nevrosi, violenza ed odio.
Il più grande impegno che spetta alla poesia è ricordare tutto ciò che non rientra in questo schema, quindi il meglio che si possa augurare alla poesia è di continuare a fare il lavoro della poesia come è stato sempre fatto, ma con parole e immagini d’oggi. Brodskij diceva che chi scrive ha un unico compito verso la società: scrivere cose belle. Tutto sommato sono d’accordo. Il poeta ha il diritto, e in certi casi il dovere, di parlare dell’attualità, ma non è questa la sua ragion d’essere. Il suo compito storico, un poeta autentico, lo esercita perfino contro la propria volontà».
In che modo, allora, la poesia si può configurare (se si può), oggi, come una forma di resistenza?
«Difficile rispondere. Mi viene spontaneo dire che la poesia, come tutte le arti, ha assunto solo recentemente una sfumatura “resistenziale” o quantomeno di coscienza critica della società, mentre per secoli è stata funzionale e asservita al potere. E che, tutto sommato, è anche un peccato di hybris pensare che la poesia possa avere una qualche funzione di resistenza, almeno nel nostro mondo, mentre ci sono persone e popoli che, poco lontano da noi, rischiano davvero la morte o la tortura per resistere a un potere repressivo centrale.
Trovo addirittura offensivo, verso chi vive davvero sotto dittatura, ipotizzare che la poesia nell’Occidente (ancora) benestante e (ancora) libero possa costituire una forma di resistenza.
Noi non abbiamo a che fare con un potere repressivo centrale, ma con un potere diffuso che si attua più con l’autocensura che con la censura, con la riprovazione pubblica e la gogna mediatica o social più che con le forche, e che viene più dal vicino di tavola che da un’autorità statale: il potere del conformismo diffuso. Al tempo stesso, non dobbiamo nasconderci l’esistenza di un conformismo dell’anticonformismo in cui è fin troppo facile essere “contro-contro-contro”, in un’estetizzazione sterile della protesta, senza mai essere “per”. L’unica risposta onesta che mi sento di dare è che il compito di un intellettuale (poeta e non solo) che voglia fare da coscienza critica della società oggi è soprattutto di essere una differenza, di incarnare col proprio pensiero e la propria azione quello scandalo di essere intellettuali, di essere poeti, di cui parlava Pasolini. E deve farlo non solo al di fuori del conformismo diffuso, ma anche dei conformismi di nicchia. Termini come resistenza o rivoluzione li lascio a chi (poeti compresi, ma non qui, non in questa parte di mondo) queste cose le fa davvero, e in condizioni in cui la maggior parte di noi non sopravvivrebbe».
Che cos’è oggi un poeta, una poeta?
«Qualcuno che ha conservato la capacità di vedere le cose per la prima volta e di restituire esattamente quella qualità dello sguardo.
Pasolini diceva che un poeta non ha mai una visione completamente laica della vita, ne ha sempre una in qualche modo miracolistica, sacrale. Ovviamente non usava questi termini in senso confessionale. Il sacro, per un laico, è l’umano. Un poeta che va al mare, si suppone possa guardare il mare come un contadino di qualche decennio fa, che vi veniva portato una volta sola nella vita e sostava di fronte allo specchio d’acqua come di fronte a uno spettacolo unico e impressionante. Ed è anche, il poeta, qualcuno che usa parole concrete e non le parole astratte della “comunicazione”, che mira a togliere anima agli oggetti: per il poeta tutto è concreto, la poesia è un fatto che accade e non un discorso intorno a un fatto che accade. Si può essere poeti anche in prosa, ma ovviamente, come direttore di una collana di poesia, devo privilegiare i poeti che scrivono versi».
La necessità di un’arte inutile: perché dovremmo oggi avere ancora bisogno della poesia?
«Per restare nell’umano. Tutte le volte che, per motivi religiosi o ideologici (e nel religioso/ideologico faccio rientrare anche la religione e l’ideologia dell’efficienza, della performance e del consumo) viene soppressa una parte dell’umano, essa riemerge sotto forma di nevrosi. Per secoli questo discorso è stato riservato alla sfera del sesso. Oggi va esteso alla sfera che i latini avrebbero definito dell’otium».

Veniamo allora ai primi titoli presentati in anteprima a Letterature senza esercito: con quale tipo di sguardo e di attenzioni il lavoro del festival intorno alla poesia si tradurrà nella collana poetica di Connessioni editore?
«Sguardo aperto e attenzione a tutte le forme che la poesia può assumere nel mondo contemporaneo.
Oggi la realtà della poesia è infinitamente più sfaccettata rispetto a venti o trent’anni fa: la poesia circola non solo nei libri e nei luoghi ad essa tradizionalmente deputati, ma circola in rete, circola sotto forma di testi pensati per la musica o il teatro, attraverso reti culturali al tempo stesso pubbliche e sotterranee, e in modalità che ricordano l’epoca dei “samizdat” nell’Europa dell’Est. Non significa dar voce a cani e porci, la qualità è sempre la nostra bussola, ma cerchiamo i nostri futuri autori senza precluderci nulla, né dal punto di vista dello stile né dei contenuti, e indipendentemente dal curriculum.
Tra i primissimi autori che ho proposto per la collana che dirigo, ce n’è una che viene dal teatro e dall’esperienza dei poetry slam. Chiunque abbia una voce riconoscibile è il benvenuto, soprattutto se non ha ancora avuto la possibilità di farla conoscere o non ha ricevuto finora l’attenzione che, a nostro giudizio, gli spetta.
Non si tratta di essere “contro” la letteratura mainstream, si tratta al contrario di abolire la distinzione tra mainstream e non mainstream e di avere come unico criterio la forza della parola e la forza con cui essa interpreta il reale. Abbiamo due collane di poesia, “Scavi urbani”, diretta da Matteo Fais, che fa premio, come dice il nome, su testi che si fanno interpreti dell’ambiente cittadino. E l’altra che dirigo io, “Sentieri interrotti”, che non ha una connotazione tematica. Non abbiamo altri criteri che questi, le distinzioni tra poesia lirica e sperimentale eccetera non hanno nessun effetto su di noi. Naturalmente Connessioni non pubblica solo poesia, ma mi piace ricordare la presenza sottesa della poesia anche all’interno delle altre collane: ad esempio, in Senza mai darsi pace. Vita e poesia di Assunta Finiguerra di Filippo Golia, pubblicato nella collana Passo a due».
Nel festival è stato presentato il lavoro di Nicola Argenti, Ingannevole più di ogni cosa, che inaugura la collana che dirigi. In che modo può essere anche quella letteratura del margine?
«Nicola si è messo in una prospettiva interessante: quella di decostruire l’illusorietà dell’umano. E quindi ha messo in atto un’opera di demistificazione, attraverso i versi, di tutti gli inganni tradizionali, compreso l’inganno più grande, quello dell’antropocentrismo. Lo ha fatto con parole quotidiane, quasi impoetiche, ma senza mai scadere nel minimalismo, nell’oggettificazione, tantomeno nella provocazione o nel cinismo. Ha attaccato l’illusione dell’umano senza mai uscire dall’umano e la cosa più bella è che, strada facendo, ha recuperato tutto, compresa l’illusione stessa, come parte essenziale dello stare al mondo.
In un’epoca piena di verità in mano e di contrapposizioni frontali, fideistiche, la raccolta di Nicola celebra il dubbio e lo fa “senza perdere la tenerezza” avrebbe detto qualcuno. Direi che è merce rara».

Per un festival che si chiama Letterature senza esercito, è evidente che il titolo non è casuale. A Filippo Golia, anima della rassegna, chiediamo quale ruolo abbia la poesia in questa postura:
«Sarebbe pessima retorica dire che la poesia è sempre l’opposto delle armi e della guerra – risponde – La più bella poesia breve della storia della letteratura italiana nasce dopo una notte di bombardamenti; e Archiloco era un guerriero. La poesia, come l’Eros e l’Armonia, è spesso figlia di Venere e Marte.
Ma in questo festival ci si è occupati di più delle letterature perdenti o dimenticate. Quelle che fioriscono dopo che gli eserciti se ne sono andati. Come la letteratura occitana moderna, per esempio».
In che modo la poesia può essere lo strumento per dar voce alle letterature del margine, allora?
«La poesia è il margine. Il margine ha una natura molteplice: è il confine, è la porosità del confine, è un luogo di transito. È ciò che eccede ossia il sovrappiù, quindi ciò che è sacrificabile; ma in quanto luogo del sacrificio è anche luogo di elezione del significato.
La poesia è tutte queste cose.
Ma soprattutto la poesia oggi è al margine del mondo tecnologico: usa la tecnica (metrica e figure retoriche sono tecnica altissima) ma non vuole che la tecnica usi il mondo; non accetta che la tecnica diventi tecnologia, cioè ancora un’altra orribile ideologia».
L’ultimo evento si chiama Resistenza, patria interiore.
Scritture migranti, scritture in rivolta: cosa ti ha sorpreso o colpito?
«Che si tratta di resistenze molto diverse: alla guerra, alla prepotenza familiare, alla mancanza di senso, alla modernità come strumento di uniformazione e di appiattimento, alla stupidità della religione che diventa istituzione e burocrazia».
Come dialogano la poesia e i poeti con concetti potenzialmente polisemici come patria e resistenza?
«Come con tutti i concetti: semplificandoli, riducendone la complessità fatta di sovrastrutture, sciogliendoli nell’esperienza e nella vita, facendone esperienza viva, vita vissuta. E poi tornando a complicarli: rifiutandone la ripetitiva retorica, sostituendogliene altre… e così via».
Andando a una delle anteprime presentate, come dialoga la figura di Assunta Finiguerra con i poeti della migrazione e della resistenza come Darwish o Podrimja?
«Sono poeti ed esperienze molto lontane. Sono grandezze incommensurabili. Ci sono dei punti di contatto: l’asciuttezza icastica e il tono oracolare con Podrimja; una certa onirica visionarietà con Darwish. Poi certo, la poesia di tutti e tre ha origine da traumi precisi e verificati: la guerra, l’esilio, l’umiliazione e la sopraffazione. Ma quale poesia moderna non nasce da un trauma? Il trauma ha sostituito la fede».
Ti senti di fare un bilancio finale del festival?
«Non mi piacciono i bilanci: sono presidi aziendali; evocano cravatte, grisaglie e tailleur. So solo che ho camminato lungo la Tiburtina discutendo di cieli e comunità aperte, che mi sono spinto in librerie strapiene, che tutti mi erano amici e ne ero felice».
Foto di Bill Ringer su Unsplash