Ultima opera di stagione, il Faust di Gounod cui la regia di Erath regala atmosfere francesi tra maschere, acrobati, doppi e tripli con un uso sapiente del video. Mano sicura in buca ha Daniele Rustioni, ottima prove per Marina Rebeka (Marguerite), Vittorio Grigolo (Faust) e Alex Esposito (Mefistofele) e per il coro
«Che cosa vuoi? – chiede Mefistofele -. Oro? Ricchezza? Gloria? Potere?». «No – risponde Faust –. Voglio un tesoro che li contiene tutti. La giovinezza!». Nell’opera che Charles Gounod, francese, musicista sensibile e sensuale, trasse nel 1859 da Goethe, semidio del pensiero tedesco, la trattativa col demonio è già sul tavolo della prima scena, come giusto. E se siamo affetti dalla malattia di trovare costanti di ieri nell’oggi, una domanda l’avanziamo noi, subito. Siamo sicuri che un giovane del 2026 abbia la stessa idea di giovinezza “come tesoro che li contiene tutti”? Un giovane che non ha reddito, che la pensione se la sogna, che il mondo se lo vede distruggere da un potere di ottuagenari in debito di ossigeno mentale, che la gloria degli altri (pochi, belli, ricchi e intoccabili) se la gode ogni nanosecondo sul display celebrata da loro medesimi, i pochi, belli, ricchi e intoccabili?
Nel suo piccolo – si fa per dire: tre ore di musica – l’Opéra in cinque atti di Gounod chiude la stagione ’25-26 della Scala senza farci mancare spunti per riflettere sulla vita, qui e ora.

Margarethe.
“Lavorandolo” per sessant’anni, tra il 1772 e il 1832, Goethe mise in versi nel suo Faust infinite domande sull’esistenza umana e divina, sul conflitto tra desiderio e felicità, tra bisogno di amore e pulsione di morte. Inevitabile che Gounod, musicista passato alla storia perché baciato dal dono della Melodia – senza togliere nulla al resto –, fosse costretto a scegliere e semplificare. Succede così nel teatro d’opera. Si concentrò su Faust e Margherita, anzi su Margherita e Faust, sull’amour fou che li unisce, poi li divide, poi li riunisce quando è troppo tardi; sul destino che si accanisce su di lei, condannata dalla società (degli uomini) per la morte della madre, del suo bambino e perfino del fratello soldato (non manca la guerra nella musica, per quanto sublimata e trasformata in danza). Solo il cielo ha pietà di lei.
Il Faust di Gounod è un estratto da Goethe che i tedeschi, riconoscendovi ben poco di Goethe, hanno sempre chiamato Margarethe, tanto la musica la predilige, regalandole i numeri più belli e intensi, che alla Scala una cantante deliziosa come Marina Rebeka fa vibrare con dolcezza e perentorietà fatte di tecnica e disciplina. È un estratto goethiano, Faust di Gounod, costretto alla lingua del sogno, dimensione che lo spettacolo della Scala (3, 5, 8 novembre) si è impegnato a esaltare, prima che si alzi la febbre del 7 dicembre per l’Otello di Verdi che inaugura il cartellone 2027 e la stagione del nuovo direttore musicale Myung Whun Chung.

Á Paris
Lo spettacolo di Johannes Erath è in effetti una fantasmagoria di sogni, nel segno dell’abbondanza. Viennese, violinista, professore d’orchestra, Erath è un regista che la indiscutibile padronanza della musica tiene lontano da concettualismi astratti, ma gli permette di creare immagini, rinvii, evidenze spesso difficili da decifrare, con l’implicito invito a lasciarsi portare da libere sollecitazioni. Da artista di cultura tedesca, Erath mette le cose in chiaro: siamo in Francia, nel mondo in cui anche i drammi esistenziali sono vestiti bene e si rappresentano nei teatri da boulevard di Parigi. Un grande cerchio illuminato di lampadine, come lo specchio di un camerino o l’arredo di un circo, collega il “qui” del palcoscenico con il “di là” delle proiezioni che moltiplicano presenze (il Coro istruito da Alberto Malazzi, che non sbaglia un’opera, sia italiana, francese, tedesca o russa), che evocano passioni e incubi dei personaggi illusi di decidere di sé e sono invece marionette nelle mani del demonio, anche se non aveva Google e Tik Tok. Tutti indiscutibilmente francesi, a cominciare da Marguerite, con abitino frou frou da cocotte e ombrellino; molti abbigliati da maschere (Pierrot) e acrobati da circo; quasi tutti con doppi, tripli e replicanti. Importante, nello spettacolo di Erath, è non prendere sul serio il patto con l’aldilà e farlo volteggiare in ambientazioni da intrattenimento, però fitte di allusioni competenti, su precisa organizzazione degli spazi, con buon governo dei movimenti e sofisticate soluzioni video.

In scena
Marguerite, si è detto, è protagonista anche nella compagnia di canto, grazie a Marina Rebeka. Faust ha la voce di potenza e di squillo di Vittorio Grigolo, che tende sempre al dimostrativo, un passo avanti agli altri, ma è ancora servito da uno strumento per il quale molti tenori venderebbero l’anima a Mefistofele. Avrà un doppio, Grigolo, in Julien Dran nelle repliche, così come Marina Rebeka in Ekaterina Bakanova. Ernesto Petti, baritono solido come Valentin (il fratello soldato di Marguerite), cederà l’abito da Pierrot a Kevin Godímez. Portano invece avanti tutte le recite Marcela Rahal, mezzosoprano ottimo nel ruolo en travesti di Siebel, giovane innamorato e guardiano di Marguerite (sempre lei), il basso Xieldo Hyseni nella parte di Wagner (l’allievo di Faust) e Hyeonsol Park, mezzosoprano, che è Marthe, la domestica di Marguerite.
E non avrà sostituti, per fortuna, Alex Esposito, che riempie il palcoscenico con un Mefistofele spavaldo, tentacolare, ironico, forte di una vocalità sicura, quasi insolente.

In buca
Il colpo di coda della stagione ‘25-26 ha anche il merito di far tornare alla Scala Daniele Rustioni, direttore che al debutto nel teatro della sua città, dove è nato e ha studiato, non fu capito, né dall’orchestra né dal pubblico, come avviene spesso. Dopo quasi vent’anni ritroviamo un altro direttore, più consapevole, ma anche dotato di una tecnica che allora non era stata notata o che nel tempo si è trasformata. Il Rustioni di oggi ha la mano felice su tutte le corde, “tiene” le voci, le lega a orchestra e palcoscenico in sicurezza, riconosce le nuances della scrittura elegante di Gounod, ne restituisce i colori. Non si diventa per caso Direttore ospite principale dell’Opera di Stato di Monaco (2020-2023) e del Metropolitan di New York (da quest’anno).
PS. Last but not least. Prima di ottenere da Mefistofele la cura anti-età, Faust è un anziano deluso dalla vita e ripiegato su sé stesso (che attraversa come un fantasma lo spettacolo incrociando il Faut giovane, Grigolo), ma è soprattutto uno scienziato, un Dottore attanagliato dai dubbi sulla bontà, sulla superiorità, sulla “verità” del sapere. É insomma un uomo di cultura che chi è abituato a leggere solo lo scontrino della profumeria definisce radical chic (senza nemmeno sapere da dove venga la formuletta. Che s’informino). Anche l’idea che per cercare la sua strada il dottor Faust si rivolga a uno spirito del male non suona nuova.
Foto: Brescia e Amisano © Teatro alla Scala
Faust, opera in 5 atti di Charles Gounod. Libretto di Jules Barbier e Michel Carré, Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttore Daniele Rustioni, regia Johannes Erath, Repliche: 3, 5, 8 novembre ore 19,30