In “Fatherland” di Pawel Pawlikowski lo scrittore tedesco che ha vinto il Nobel, rivoluzionando la letteratura e la nostra visione del mondo, torna nel 1949 nella sua divisa Germania, lui che ormai è cittadino americano. Un paese distrutto fisicamente dalla guerra e moralmente dai sensi di colpa per gli orrori del nazismo, occupato dagli Usa (Francoforte) e dall’Urss (Weimar), dove tutti lo acclamano e lo tirano dalla loro parte. Premiato per la regia al Festival di Cannes, un film luminoso e triste, algido eppure commovente. Anche grazie alla magnifica interpretazione di Hanns Zischler e Sandra Hüller.
Essere Thomas Mann – cittadino americano, grande scrittore tedesco, premio Nobel per la letteratura – e ritornare nella devastata Germania del 1949, tra est e ovest, passato e presente, guerra e pace. La figlia Erika è al suo fianco, nevrotica e apprensiva, infelice ma inevitabilmente presente. Come i funzionari della CIA, che non possono fare a meno di controllare questo intellettuale potenzialmente infedele, come tutti gli intellettuali del resto. Il figlio di Thomas Mann, Klaus, si è appena suicidato, come se avesse voluto infliggere un ultimo sberleffo a un padre ingombrante e distante, narcisisticamente inafferrabile. L’Europa è una distesa di macerie e sensi di colpa. Solo Goethe si salva. E anche Wagner, ma non il teatro di Bayreuth, solo la musica.
In fondo non racconta nulla di nuovo, Fatherland di Pawel Pawlikowski, ma quello che viviamo in 82 minuti di bianco e nero smagliante e impeccabile messa in scena è una rappresentazione perfetta del mistero imperscrutabile dell’arte. Della letteratura, in specifico. Nella fattispecie, la domanda è: come è possibile che l’autore di romanzi imprescindibili, capolavori che hanno cambiato il nostro modo di guardare il mondo, fosse un ometto dallo sguardo fuggitivo, che anche davanti a un figlio morto non sa fare altro che alzare le spalle e andare avanti, proseguire nel suo trionfale viaggio tra le due Germanie appena divise, nemiche e distrutte?
Tra Francoforte (americana) e Weimar (sotto il controllo dei russi), lo scrittore incensato e mentitore, quello che ha imparato a raccogliere applausi in una lingua ma continua a scrivere in un’altra, naviga come un piroscafo di lusso in mezzo alle onde della vita e della storia, intangibile e magnifico, chiaroveggente e inaffondabile. Anche se è destinato ad affondare, prima o poi. A morire, come tutti. Ma le sue opere no. Mai. Possono cambiare nome. Nella traduzione italiana, La montagna incantata è di recente diventata magica, ma la capacità di vedere il mondo, stringerlo in uno sguardo profondo e trasparente, umanissimo eppure divino, quella non è cambiata. Come non è cambiata la domanda più importante di tutte, per chi ha cambiato paese, lingua e continente, per chi è fuggito, per chi è tornato, per chi non ha mai voluto né partire né tornare ma si è sempre sentito estraneo e fuggitivo: la mia casa dov’è?
Dopo Ida e Cold war, il polacco Pawel Pawlikowski ritorna a esplorare il rapporto tra l’individuo e la storia, torna a parlare di fratture e di confini, di famiglie e di nazioni, dell’Europa ieri e oggi, e realizza un film luminoso e triste, potente, misterioso e algido, e nonostante tutto commovente. All’ultimo festival di Cannes ha vinto un meritatissimo premio per la miglior regia, ma è bene ricordare che questo film semplicemente non esisterebbe senza la magnifica interpretazione dei suoi protagonisti: Hanns Zischler e Sandra Hüller.
Fatherland, di Pawel Pawlikowski, con Sandra Hüller, Hanns Zischler, August Diehl, Devid Striesow, Anna Madeley, Joanna Kulig, Joachim Meyerhoff