Lei è una profuga moldava venuta dall’est che scappa da una vita violenta sulla strada, lui un tassista che suo malgrado prenderà parte al tentativo di cambiare vita della ragazza, diretta a Nord. Il film d’esordio delle registe/sceneggiatrici Ilaria Braccialini e Federica Oriente ha i tratti del giovane cinema d’autore, tra camera a mano e ritmo serrato. E l’incontro di caratteri produce un racconto a forti tinte filmiche ed emotive, tra violenza e paura, speranza e ricerca d’affetto. Brava Caterina Truci
Johana (Caterina Truci), ragazza moldava, arriva in Italia come profuga attraverso la rotta balcanica e il pericoloso confine fra Serbia e Ungheria. Incontra una connazionale, Alina, di cui diventa “amica” e di cui poi assumerà l’identità. Entrano in un giro di prostituzione, in mano a uomini violenti e spietati. Mentre fugge a uno di questi, costringe, arma in mano, Lorenzo (Cristiano Caldironi), mite tassista friulano, ad avviarsi con la sua auto su strade anonime e poco frequentate, in un viaggio silenzioso e che sembrerebbe senza speranza.
Premiato al Trieste Film Festival, Il canto di Alina, scritto e diretto da Ilaria Braccialini e Federica Oriente, fondatrici del collettivo Oxymoro Creative Studio e qui esordienti nella regia, è un film piccolo e fragile come la sua protagonista. Ma come lei ha qualcosa di vero da dire e da mostrare. Che non è solo il dramma dell’immigrazione, più drammatico ancora se al centro del racconto c’è una ragazza, costretta sulla strada, in tutti i sensi, in un’Italia di provincia malavitosa e francamente disgustosa. In cui si salva (e ci salva) solo l’altro piccolo eroe della storia, il tassista malato e travolto dagli eventi che la sta portando in Austria, sua presunta terra promessa.
Molto è racchiuso nella definizione dei caratteri, nelle reazioni alterne e imprevedibili, nei sentimenti dei due protagonisti, che restano soli sullo schermo dopo il preambolo (con omicidio, perché il film ha anche un suo lato thrilling) che spiega il suo svolgersi in gran parte on the road nel nord del nostro paese. Minacciata e sfacciata insieme, divisa tra paura e rancore verso tutti (magnaccia, “colleghe”), Alina, mentre si disvela la sua “non storia” con Lorenzo, mostra il lato tenero della sua giovane età e il bisogno di qualcosa che sia almeno vagamente affetto. Anche se non sembra molto capace di cercarlo. O forse nemmeno se lo augura, perché la vita l’ha abituata a non abbassare mai la guardia, fisica ed emotiva, a difendersi sempre e comunque. Ma forse, ancora, il finale aperto concede uno spiraglio, un raggio di umanità in un racconto di cupa sofferenza.
Il film usa molto, come d’abitudine nel giovane cinema d’autore europeo, la camera a mano, in maniera concitata e per frammenti che tallonano da vicino i personaggi. Sembra anche quasi muto, anche perché i dialoghi non aggiungono molto alle evidenze di una situazione di costante emergenza esistenziale, di allarme e di sfiducia, che via via sembra però stemperarsi. Una narrazione anche molto fisica, che poco nasconde o allude degli aspetti drammatici, nello spirito e nel fisico, dell’esistenza di lei, sempre sull’orlo del precipizio. Una condizione che anche le bellissime montagne friulane, sullo sfondo, sembrano quasi suggerire.
Il canto di Alina, di Ilaria Braccialini e Federica Oriente, con Caterina Truci, Adriana Papana, Cristiano Caldironi, Sorana Samolia, Filippo Todorov, Viktorija Portnova