A Salisburgo musica e teatro compiono un rito antico e insieme modernissimo

In Musica

Come coniugare passato e presente. Utilizzare miti e personaggi della storia dell’umanità per proporre nuove letture del reale. Da Maria Stuarda ai conflitti di oggi da Giulio Cesare alla guerra in Ucraina il passo è lungo ma diventa corto attraverso il teatro musicale. Metamorfosi ardite e connessioni urticanti al festival austriaco. Una riflessione

Dal 18 luglio al 31 agosto chi è passato dalla musicalissima Salisburgo ha potuto assistere a una grande varietà di concerti e spettacoli, che incrociano variegati mondi di visioni immaginifiche. Senza peraltro privarsi del privilegio di assaggiare una fetta di ottimo strudel all’Hotel Sacher, concedersi una pausa al mitico Café Bazar, dove aleggia ancora lo spirito di Hugo von Hofmannsthal e di Max Reinhardt, o passeggiare lungo le sponde del fiume Salzach “in compagnia” di Stefan Zweig, Thomas Mann o Marlene Dietrich. 

Il pubblico che si incontra al Festival di Salisburgo sembra appartenere a una casta molto particolare con i suoi culti, i suoi riti, i suoi tempi. Intanto, per trovare un biglietto last minute bisogna presentarsi prima con un cartello “suche karte” e votarsi alla dea fortuna e all’arte della trattativa. E si impara presto a riconoscere i volti degli habitué del biglietto all’ultimo e quello sguardo condiviso tra le persone unite dalla medesima sventura (o appartenenti al medesimo circolo). 

Sembra quasi che quel fiume, quelle strade e quei riti  abbiano molte storie da raccontare e siano animate dal “Zeitgeist”, lo spirito dei tempi e del teatro.
E allora quale spirito del teatro anima il nostro Tempo? Come raccontare in modo nuovo le storie che da qualche secolo fanno parte del repertorio, come quelle di Maria Stuarda, Giulio Cesare e Cleopatra e degli eroi del mito antico, e che quest’anno hanno dato vita al festival salisburghese?

Giulio Cesare in Egitto

Se c’è un’intuizione di assoluto fascino che il teatro post-drammatico ci ha trasmesso è che, in questa nuova era del dramma, bisogna “spostare l’attenzione dalla scena al pubblico” (H. T. Lehmann). 

Ovvero, più chiaramente: il teatro non può fermarsi allo spazio della scena ma dialogare apertamente con il mondo interiore, la coscienza di chi siede tra le file (costose) per esempio del Grosses Festspielhaus in un dialogo aperto con il nostro Tempo. Questo Tempo che sembra essere una lunga notte senza fine, come scrive Paul Celan, grande protagonista del Secolo Breve  “Messa alla catena / tra oro e oblio: / la notte. Entrambi su essa / stesero le loro mani. Ed essa / entrambi lasciò fare.”

Una nuova prospettiva della realtà teatrale – che può rappresentare uno specchio della nostra, di realtà – con cui personalità del calibro di Barrie Kosky, Dmitri Tcherniakov, Ulrich Rasche o Peter Sellars (solo per citare alcuni degli autori delle regie in scena al Festival) si sono misurate. 

Questa lunga notte senza fine che certamente Tcherniakov aveva di fronte agli occhi nel costruire un Giulio Cesare in Egitto oscuro (con la direzione musicale di  Emmanuelle Haïm, qui insieme al suo storico gruppo Le Concert d’Astrée), ambientato non in un paese esotico ma nei sotterranei desolati di un territorio di guerra. E che alla nostra memoria, alla nostra pelle trasmette il dolore di sentirci dentro un’Ucraina ancora in fiamme, come siamo abituati a vedere nei nostri telegiornali. Un dolore che risulta essere anche un fastidio epidermico per essere catapultati, nostro malgrado, in un conflitto. Noi che saremmo nella parte “giusta” del mondo, lontana da allarmi aerei e sangue. Gli allarmi improvvisi che aprono l’opera e che ci fanno sobbalzare sulla poltrona.

Come ricorda Tcherniakov, nella sua visione, il Giulio Cesare handeliano (qui interpretato da Christophe Dumaux) ne esce trasformato e aggiunge: “Non dividiamo i nostri personaggi in cattivi e anime nobili. Nessuno è una semplice rappresentazione della ‘bontà’. Dopotutto, tutti sono capaci di qualsiasi cosa; chiunque può oltrepassare i limiti in qualsiasi momento. Eppure, chiunque può anche meritare profonda compassione”.

Maria Stuarda

Trasformazione è la parola chiave per comprendere pure la trasfigurazione di Maria Stuarda, altro personaggio storico prestato all’opera, che tolti gli abiti della Storia viene rivelata finalmente nella sua essenza umana, nella sua fragilità anche femminile dall’interpretazione di una straordinaria Lisette Oropesa, nella visione di Ulrich Rasche e Antonello Manacorda. In una messa in scena essenziale, relegata a due strutture rotanti sulle quali i personaggi si muovono (anzi, danzano), tutto sembra muoversi attorno ai corpi dei protagonisti. E soprattutto attorno a quello di Stuarda/Oropesa, la cui iconografia (come è evidenziato anche nel programma di sala) è costruita in gran parte sui dettagli della sua fisicità. Maria Stuarda raffigura il conflitto tra due regine rivali (l’altra naturalmente è Elisabetta) ma, come ricorda il regista, “in fondo si tratta di molto più di questo: si tratta di potere politico, di sopravvivenza cruda e della fragilità dell’esistenza femminile al centro di un sistema dominato dagli uomini”.

Il concetto di trasformazione è anche al centro di una delle produzioni più attese quest’anno al Festival, ovvero Hotel Metamorphosis. Un “pasticcio” contemporaneo su musiche di Antonio Vivaldi con la direzione musicale di Gianluca Capuano, la regia di Barrie Kosky e un cast d’eccezione: Cecilia Bartoli, Lea Desandre, Philippe Jaroussky e una piacevole sorpresa, l’ottima Nadezhda Karyazina.

Hotel Metamorphosis

In un luogo immaginario si incontrano diversi personaggi del mito, come Pigmalione, Aracne, Mirra, Euridice, Eco e Narciso, provenienti dal mondo di Ovidio, il cui racconto è coadiuvato dalla narratrice Angela Winkler e le cui storie sono tenute insieme da un filo sottile, quello dell’immaginazione di Kosky e del sound barocco che Les Musiciens du Prince riescono a ricreare. Un lavoro in crescendo fino all’ultima scena dove una Bartoli/Euridice, che rievoca l’immaginario della sua Norma di qualche anno fa (e, allo stesso tempo, porta sul palco un’intensità degna di Anna Magnani in Mamma Roma), canta una struggente “Gelido in ogni vena” da Il Farnace

L’opera in cui l’immaginazione (di quel geniaccio di Kosky) si sposa con la fluidità dei personaggi sì ma anche di un nuovo genere musicale, quello del “pasticcio” contemporaneo, fa riflettere su quanto in questo momento storico il teatro, come già scriveva Jean Cocteau, sia il nostro specchio.

I video degli spettacoli citati si possono ritrovare al link di Salzburg Festival: https://www.salzburgerfestspiele.at/en/broadcasts

Foto di Monika Rittershaus

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