Dove si parla di Trump già nel Cinquecento con un lucidissimo De la Boetie, si scopre l’Italia delle piccole storie, si ride con Mino Maccari, si guarda l’abisso con Roth e Zweig, si segue la ragazza Carla per le strade di Milano…
LE RECENSIONI

Come si diventa servi. Consigliere al Parlamento di Bordeaux e “tenutovi in conto di oracolo”, amico fraterno dell’immenso Montaigne, Étienne de La Boétie (1530-1563), genio precoce morto in giovane età, scrisse il memorabile Discorso sulla servitù volontaria, che per i protestanti divenne bandiera nella resistenza all’assolutismo monarchico, secondo Montaigne quando aveva diciott’anni, secondo più recenti studi quando ne aveva ventidue. Molto giovane, comunque.
Esercizio di alta retorica di un umanista precoce, imbevuto già nell’adolescenza di cultura classica a tal punto da suscitare la meraviglia (i suoi aneddoti hanno lo stesso tono degli exempla che punteggiano i “discorsi” di Montaigne), il breve saggio è impregnato di repubblicanesimo (il riferimento, d’obbligo, va ai cesaricidi Bruto e Cassio che «liberarono Roma, anzi l’umanità intera») e di giusnaturalismo: il diritto naturale, dettato dalla ragione, come superiore e anteriore al diritto positivo. Lo stato come frutto di un consenso, di un patto. Non in questo, però, risiede la sua carica dirompente.
Piuttosto nell’analisi, adatta anche ai nostri tempi, sugli esiti nefasti del consenso plebiscitario e acritico: la tirannide, per La Boétie, può essere anche l’esito incancrenito di un’ascesa al potere in sé legittima; il suo tiranno, insomma, è differente dalla figura classica del dittatore. E nell’invertire i termini del ragionamento, nella coloritura di volontarismo etico che acquista il suo discorso: non come si faccia a ritrovare la libertà (per lui è semplice: basta non voler essere servi), quanto piuttosto come si faccia a perderla.
«Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia, se voi non glieli forniste? Come farebbe ad avere tante mani per colpirvi, se non le prendesse da voi? I piedi con cui calpesta le vostre città, donde gli verrebbero se non fossero i vostri? Ha forse un potere su di voi che non sia il vostro? Come oserebbe attaccarvi se voi stessi non foste d’accordo? Che male potrebbe mai farvi, se voi non faceste da palo al ladrone che vi saccheggia, se non foste complici dell’assassino che vi uccide e traditori di voi stessi? Voi seminate i vostri campi affinché egli li devasti; arredate le vostre case per farvele derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare la sua lussuria, nutrite i vostri figli perché nella migliore delle ipotesi li mandi a combattere le sue guerre, li spedisca al macello, li faccia strumenti della sua avidità ed esecutori delle sue vendette».
Il tiranno, ed è questa la novità dell’enunciato, è anche il grande seduttore, il grande imbonitore. Che spregia la cultura sostituendola con tutti i possibili circenses. «Codesta astuzia dei tiranni nell’abbrutire i propri sudditi si manifestò nel modo più chiaro nel comportamento che tenne Ciro verso gli abitanti della Lidia, dopo essersi impadronito della loro capitale Sardi». Racconta La Boétie che l’imperatore persiano, invece di saccheggiare la città e di lasciarvi un presidio militare «fece aprire bordelli, taverne e sale da gioco, e fece pubblicare un’ordinanza che autorizzava i cittadini a servirsene. Fu così soddisfatto da questa specie di guarnigione, che in seguito non fu mai più necessario neanche un colpo di spada contro gli abitanti della Lidia». E conclude: «Teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, bestie feroci, medaglie, dipinti, e consimili droghe, erano per i popoli antichi l’esca della servitù, il prezzo della libertà, gli strumenti della tirannide». Con cinque secoli di anticipo, c’è già l’imbonimento spettacolar-televisivo, ieri berlusconiano e oggi anche internettiano.
La seduzione, abbiamo detto. E la riduzione dell’intera società a reticolo di favori e convenienze grandi e piccole. Come se avesse antiveduto il voto di scambio e le attuali cricche («Se i malvagi si riuniscono, non c’è compagnia ma complotto»), La Boétie ne parla così: «Non sono gli squadroni a cavallo, non sono le schiere dei fanti, non sono le armi che difendono il tiranno… Sono sempre quattro o cinque che mantengono il tiranno; quattro o cinque che gli tengono in schiavitù tutto il paese; è sempre stato così: cinque o sei individui sono ascoltati dal tiranno, o perché si son fatti avanti da soli, o perché sono stati chiamati da lui come complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani delle sue dissolutezze e soci delle sue ruberie. Quei sei consigliano così bene il capo da far pesare sulla società non solo le sue malvagità ma anche le loro, quei sei hanno poi sotto di loro altri seicento approfittatori, che si comportano nei loro riguardi così come essi stessi fanno col tiranno. Quei seicento ne hanno sotto di loro seimila cui fanno fare carriera, ai quali fanno avere il governo delle province o il controllo del denaro, affinché essi diano libero corso alla loro avarizia e crudeltà, e le realizzino al momento opportuno, compiendo peraltro tali malefatte da non poter durare senza la loro protezione, sfuggendo grazie a loro alle leggi e alla pena. Dopo costoro, ne viene una lunga schiera, e chi vorrà divertirsi a sbrogliare questa rete vedrà che non sono seimila, ma centomila, ma milioni che grazie a questa corda sono attaccati al tiranno…».
La spartizione dei beni marcia con la demagogia, con l’illusionismo di chi riveste il “particulare” con alati e universali concetti: «Neanche quest’altra cosa dimenticarono gl’imperatori romani, l’assumere generalmente il titolo di Tribuno del popolo, sia perché questo incarico era considerato sacrosanto, sia perché era stato istituito a difesa e protezione del popolo: e in questo modo con il favore dello stato essi s’assicuravano ancor più la fiducia del popolo, come se quest’ultimo dovesse valutare il loro nome piuttosto che i suoi effetti. Non si comportano meglio oggigiorno coloro che non compiono alcun misfatto, per quanto grave, senza farlo precedere da qualche bel discorso sul bene comune e l’utilità pubblica».
Per abbattere il tiranno basta ritirare il consenso, che non è mai cosa facile. «Come il fuoco, partito da una piccola scintilla, s’ingrossa e man mano rinvigorisce, e quanto più legno trova, tanto più ne brucia, e senza che vi si getti acqua per spegnerlo, solo non aggiungendovi più legno, non avendo più nulla da consumare, si consuma da solo, perde vigore e non è più fuoco; allo stesso modo i tiranni, quanto più saccheggiano, tanto più pretendono, quanto più rovinano e distruggono, tanto più ricevono, quanto più li si serve, tanto più si fortificano e diventano sempre più forti e più capaci di annientare e distruggere tutto; ma se non gli si consegna niente, se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpirli, ecco che restano nudi e sconfitti, non sono più nulla, come rinsecca e muore il ramo che non riceve più linfa dalle radici».
Se Donald Trump leggesse questo discorso, aumenterebbe immediatamente i dazi alla Francia.
Étienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, traduzione di Fabio Ciaramelli, Garzanti, 2025

Storie d’Italia. «Davvero questo è un libro delizioso, la dimostrazione che intorno a noi – basta prendere le strade meno battute – esiste ancora qualcosa di antico e di indefinito: la capacità, propria del nostro Paese, di produrre storia e storie, misteri e favole…» scrive Enrico Deaglio nella prefazione. Ha ragione. Ogni regione, in questo felice raccoglitore allestito da Ivan Carozzi, ha la sua “carta d’identità sentimentale” (abitanti e reddito, cognomi tipici e spirito guida, edifici e luoghi simbolo, scene madri, espressioni peculiari e alberi degni di nota) e la sua dovizia di racconti. Tracce di illustri e meno illustri che da un paese hanno preso la via del mondo (da Moruzzo in quel di Udine l’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà al quale è intitolata Brazzaville in Congo) o che, dopo aver visto tanto mondo come il norvegese Thor Heyerdahl navigatore dal Perù alla Polinesia con la zattera Kon Tiki che quelli della mia età ancora ricordano, trovano il loro buen retiro, meglio ancora il loro personale paradiso, a Colla Micheri in provincia di Savona.
Dalla Liguria partono, come del resto da tutta Italia, schiere di emigrati che avranno discendenti famosi: dalla Valfontanabuona vengono gli antenati di Pepe Mujica, di Frank Sinatra, di Amedeo Giannini fondatore della Bank of America. E Rosa Maria Segale, missionaria in Colorado e nel New Messico ed eroina del Far West che conobbe Billy the Kid, nota come Sister Blandina. Dall’altopiano di Asiago Sonia Maino nuora di Indira Gandhi e vedova del figlio Rajiv: la comunità sikh italiana ha acquistato la sua casa natale per farne un museo. Da Pacentro gli avi di Madonna, che in tournée dalle nostre parti saluta un’anziana zia (“Te amo, Bambina”).
Poi ci sono i viaggiatori, quelli conquistati dai luoghi più scabri e inesplorati: il glottologo svizzero Max Leopold Wagner dalla Sardegna ai cui idiomi dedica un monumentale dizionario, gli artisti Joseph Beuys e Maurits Cornelis Escher dall’Abruzzo, Michelangelo Pistoletto dalle Cinque Terre dove fa teatro di strada e arriva ad applaudire il mare.
Dai piccoli paesi arrivano anche inventori e industriali: da Vellano in Toscana Ferdinando Innocenti degli omonimi tubi che conquistano il Fellini di 8 1/2 , da San Vito di Altivole in quel di Treviso Giuseppe Brion che con la moglie Onorina crea una celebre fabbrica di radio e televisori (a loro il visionario architetto Carlo Scarpa dedica un memoriale che è diventato meta di turisti e artisti).
Ci sono poi monumenti all’industria e all’industriosità, preziosi segnacoli di un grande avvenire alle spalle, come l’Elea 9003, «il primo computer commerciale a transistor prodotto in Italia, costruito tra il 1957 e il 1959 da un’équipe di ricercatori della Olivetti, guidata dall’ingegnere italo-cinese Mario Tchou». L’unico esemplare superstite che ancora funziona è conservato a Bibbiena, 12 mila abitanti in provincia di Arezzo.
Molto altro c’è da annotare e scoprire nel bel libro di Carozzi. Specchi d’acqua immaginari (il lago Gerundo in Lombardia), antichi mestieri estinti (i raccoglitori di capelli a Elva), nascite in diretta
(la quarantenne Costanza d’Altavilla che in una piazza di Jesi, nel 1194, dà alla luce Federico II), speleologi che raccolgono botroidi, bamboline di arenaria risalenti al quaternario, in fustini di detersivo: il luogo è Tazzola di Pianoro, Bologna), riti antichissimi (i serpari di Cocullo, L’Aquila, che festeggiano san Domenico portando a spasso serpenti, di recente è andato a vederli il ministro Giuli che non aveva di meglio o, come gli accade di frequente, di peggio da fare), gente che è vissuta a lungo nelle grotte (a Matera) e uomini che hanno vissuto per vent’anni in una cisterna (Mario Dumini figlio dell’assassino di Matteotti Amerigo, a San Vittorino in quel di Tivoli) e antichi ipogei nello scantinato di un condominio (a Marsala).
Ce n’è anche per Hollywood, che spesso aggiusta le vite e i loro accadimenti: la storia d’amore tra Bob Dylan e Suzie Rotolo, la ragazza di sinistra che con la sorella Carla lo introdusse nel giro folk del Greenwich Village (Bob e Suzie sono ritratti a braccetto nella copertina di un album celebre, The freewheelin’), non terminò per i tira-e-molla di lui (è la tesi del recente A Complete Unknown) ma perché lei, studentessa a Perugia, incontrò Enzo, operaio della Perugina, se ne innamorò e lo sposò portandoselo in America.
Ogni paese, anche il più piccolo e appartato, ha il suo racconto ed è stato spesso sfiorato dalla Storia. Ricordarlo è un modo per contrastare lo spopolamento che affligge molti luoghi e fare, come direbbe il sociologo Vito Teti, “restanza”.
PS. Piccola postilla pedante: il termine “che peccato” in sardo non è “ta lastima” ma “ite lastima”.
Ivan Carozzi, Cronache dall’Italia nascosta, Blackie, 2025

Mussolini a Sassari. Ieri, oggi, ieri. Oggi: un giovane attore entra in un teatro cittadino. Si accinge a interpretare un uomo pronto a vendersi al fascismo appena asceso al potere pur di mettere “le mani sulla città”.
Ieri: il teatro cittadino, poco prima che Benito Mussolini visiti la città di provincia in cui non si stenta a riconoscere Sassari, nel 1922 è stato divorato da un incendio quasi sicuramente doloso. Il rogo ha fatto una vittima, una donna che ha visto più di quanto non dovesse, alcuni incontri pedofili in loggione che coinvolgevano la jeunesse dorée fascista. O forse era al corrente di altri segreti che qui non si dicono, e minacciava di spifferarli.
Oggi che diventa ieri: il giovane attore avanza nel teatro vuoto, sente voci ed echi ma non vede nessuno. E quando sale in scena, il teatro popolato dai fantasmi è quello corroso dalle fiamme di un secolo prima. Anche lui, pian piano e progressivamente, cancella la propria identità per resettarla con quella di Enea Marinetti, costruttore che ha scarse simpatie per il fascismo e ostenta agio, buongusto e una bella moglie romana, Serenella. Amico di un giornalista fascista, Simone Falchi ex reduce di guerra, Enea verrà da lui presentato al duce in una giornata convulsa e si farà irretire dalla promessa di appalti milionari, per la nuova città tutta da costruire.
Intanto, mentre il domatore in capo incede fra seduzioni e minacce, attorno a Enea e a sua moglie si scatenano pestaggi e omicidi, colpi di pistola e spie che organizzano attentati, vecchi notabili ingenui o lesti a saltare il fosso. E mentre Enea incontra Mussolini, lo accompagna e se ne fa conquistare, nella sua testa arrivano ogni tanto, a folate, visioni di un futuro che forse è il presente (o la memoria) dell’attore. Anche questa irresistibile ascesa, così accuratamente messa in scena, è una realtà con solidi fondamenti o un copione appena abbozzato che potrebbe prevedere varianti drammatiche?
Giornalista, autore teatrale e scrittore giunto alla sesta prova, Cosimo Filigheddu offre con Allo sguardo attento il suo romanzo più ambizioso, che mescola passato e presente, realtà e finzione, Storia e storie. Per dire che il fascismo è stato anche recita (Mussolini qui è anche personaggio teatrale a tratti vistosamente truccato) e illusione collettiva (il consenso frutto di fascinazione isterica e di pusillanimi ma concrete convenienze). E che la borghesia – in questo caso quella sassarese, esplicitamente definita spregevole – poteva reagire e si è genuflessa. La metafora che si fa plot, l’attore che scorda se stesso per diventare personaggio, è anche una disincantata riflessione sulla coerenza e sull’identità, qui simile a una giubba double face che può essere disinvoltamente rivoltata.
Tornano, in Allo sguardo attento, le giovani e intrepide donne del popolo già incontrate negli altri suoi romanzi: qui è la servetta sedicenne Sandrina. Rinvigoriscono i personaggi e danno sapore alle pagine l’invidiabile tenuta stilistica e il saldo governo di una trama complessa e abile.
Cosimo Filigheddu, Allo sguardo attento, Il Maestrale, 2025

Citazioni apocrife. Che cosa citiamo, quando andiamo a memoria o copiamo e incolliamo da internet? Stefano Lorenzetto, giornalista di lungo corso, bravissimo intervistatore e garbato ma implacabile correttore degli errori altrui per Anteprima di Giorgio Dell’Arti (il suo Maurizio Belpietro in “conflitto istituzionale” con le virgole è non di rado esilarante) appartiene a quell’ammirevole minoranza che ritaglia, sottolinea e archivia gli articoli. Nel 2019 ha pubblicato un puntuale “dizionario delle citazioni sbagliate”. Che sono a volte imprecise, a volte male attribuite, spesso inventate.
Non risulta per esempio che il povero Cambronne abbia mai detto “Merde!” agli inglesi, come gli fece esclamare Victor Hugo. Né che sant’Agostino se ne sia uscito con “Credo quia absurdum”. La proverbiale battuta “A pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina” Giulio Andreotti la trafugò al cardinale Francesco Marchetti Selvaggiani, vicario generale del papa per la diocesi di Roma. La celeberrima “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” Massimo D’Azeglio non l’ha mai scritta in questa forma: gliela attribuisce nel 1896, trent’anni dopo la sua morte, Ferdinando Martini. Smentisce di avere mai pronunciato “L’inferno esiste, ma è vuoto” il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, ma non gli danno retta. E non ha mai detto “La malattia mentale non esiste” Franco Basaglia: il concetto, più complesso e non così apoftegmatico, è dello psichiatra statunitense Thomas Szasz.
“Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere” non era di Karen Blixen (la declama Meryl Streep nel film La mia Africa) ma di Oscar Wilde. Celebre l’attribuzione a Mike Bongiorno di “Ahi ahi ahi, signora Longari, mi è caduta sull’uccello!”: mai detta, e sì che Bongiorno alle gaffe era abbonato. E destò ilarità un’insulsa poesiola ascritta a Borges (“Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della tua vita e non ho risposte per i tuoi dubbi o timori, però posso ascoltarti e condividerli con te”) da parte di Matteo Renzi all’università di Buenos Aires, recitata per soprammercato in uno spagnolo alla Totò. Era in realtà, a quanto pare, della mistica suor Juana Inés de la Cruz.
Falsa l’attribuzione a Churchill della tagliente “Un taxi vuoto si è fermato davanti al 10 di Downing Street e ne è sceso Attlee”, rivolta al suo successore laburista e parafrasata da tanti (in Italia anche da Fortebraccio, nei suoi corsivi contro i socialdemocratici Cariglia e Nicolazzi): sir Winston negò di averla mai pronunciata e inviò una lettera di deplorazione (“Attlee è un gentiluomo onorevole e prode…”). La battuta, a quanto pare, circolava dalla fine dell’800 ed era stata coniata per la massima diva dell’epoca, talmente magra da sembrare invisibile: “Arriva una carrozza vuota. E chi ne scende? Sarah Bernhardt”.
Apocrifa anche “Elementare, Watson!”. Non compare in nessuno dei romanzi di Conan Doyle, la impone Hollywood. Similmente, il francese Pierre de Coubertin, che nel 1896 resuscita le Olimpiadi, non ha mai detto “L’importante non è vincere, ma partecipare”. E Charles De Gaulle si guarda bene dal pronunciare “L’intendance suivra”. Inventata di sana pianta, in anni recenti, la profezia appiccicata ad Albert Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”.
Dubbia anche la proverbiale “Madame Bovary sono io” di Gustave Flaubert: senz’altro mai scritta, forse anche mai detta. E platealmente falso l’ “Eppur si muove!” coniato nel 1757, più di un secolo dopo, da Giuseppe Baretti a Londra per glorificare Galileo contro l’oscurantismo dell’Inquisizione papista. “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano” non è di Gino & Michele ma di Marcello Marchesi. E “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” non è di Joseph Goebbels, ma del gauleiter di Vienna Baldur von Schirach che la ruba al commediografo nazista Hans Johst: tutti hitleriani, ma a ciascuno il suo.
“Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà” non è di Antonio Gramsci ma del Nobel Romain Rolland, al quale lo stesso Gramsci esplicitamente la attribuisce. “Ché se tu fiderai nelli italiani, sempre aurai delusioni” la inventa (e la ripete spesso nei suoi articoli) Gianni Brera, facendone padre il pessimista ma in questo caso incolpevole Francesco Guicciardini.
Esistono invenzioni moderniste (un Leonardo vegetariano, attendiamo con ansia quello vegano), autoritarie a posteriori (Luigi XIV, pur assolutista, non ha mai detto “Lo Stato sono io!”), ciniche (in nessuno scritto di Niccolò Machiavelli si trova con tanta nettezza “Il fine giustifica i mezzi”), sprezzanti (il “Mangino brioche” di Maria Antonietta è un calco venuto male dalle Confessioni di Rousseau), male attribuite (“I buoni artisti copiano, i grandi rubano” non l’avrebbe detta Pablo Picasso ma scritta, con parole quasi identiche riferite ai poeti, Thomas Stearns Eliot), rubacchiate (“Due strade trovai nel bosco / e scelsi quella meno battuta” Matteo Renzi, ancora lui, la sgraffigna al poeta Robert Frost adattando i versi al suo ego, quando soffia il posto a Enrico Letta), dubbie (“Quante divisioni ha il papa?” di Stalin la raccontano in circostanze diverse sia Churchill sia Truman, quest’ultimo smentito da un diplomatico al suo seguito), verosimili ma non vere (“Non condivido quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” incollata a Voltaire e citatissima, compare per la prima volta nel 1906, in inglese, nel libro The friends of Voltaire di Evelyn Beatrice Hall).
Resta da dire di Indro Montanelli: del più che famoso “Turatevi il naso e votate Dc” non si trova traccia negli articoli vergati nel 1976, quando le imminenti elezioni facevano paventare che i comunisti doppiassero la Democrazia Cristiana. Eppure il giornalista toscano ha sempre rivendicato la frase, che prima di lui utilizzarono forse Gaetano Salvemini (nel 1948 o nel 1953 invitando a votare per De Gasperi, gli esperti battibeccano) e addirittura, inconsapevole Montanelli, Adolf Hitler nel 1924 con parole simili.
Questa spigolatura (Lorenzetto scrive “spicilegio”, una nuova parola che ho appreso leggendolo) dà conto di meno di metà degli apocrifi. Libro delizioso e gradevolmente puntiglioso, il suo, tutto da leggere.
Stefano Lorenzetto, Chi (non) l’ha detto, Marsilio, 2019

Amarcord Atzara. Ricavo dai miei appunti di qualche anno fa questa recensione di un libro che amo molto, che ho visto nascere e che finalmente è stato pubblicato.
Ho finito da poche ore di leggere l’emozionante ricerca – folklore sul campo e ricordi personali – di Rosa Muggianu, dirigente del Circolo dei Sardi (Cscs) di Milano. Testi come questo hanno sempre un senso, contengono vita e “qualcosa che brucia”. Oggetto della ricerca è Atzara, un piccolo centro del Mandrolisai, nella parte della provincia di Nuoro che confina con quella di Oristano. Una vita scandita dal lavoro – nei campi, al pascolo – e ieri, oggi non so, da una religione con echi di paganesimo che inquadrava severamente una comunità.
Muggianu ha raccolto nel tempo, dalle anziane e dagli anziani del paese, raccontini buffi e moraleggianti, filastrocche (molto bella Chi benis t’imparu coro, Se vieni t’insegno cuore), ninne nanne, cantos a frores e a frore torrau, trallalleros (c’è il dolente Bola una fogia, Vola una foglia), canti religiosi, attitos, pudichi esempi di poesia di popolo che tenta di volare e spesso ci riesce: i ricordi della fame e di una cattiva annata, di una guerra, del morso dell’argia che è la tarantola sarda, riti antichi (la processione della sposa, su nennere) e, in conclusione, i dicios, spicci e arguti esempi di gnomica paesana.
Quella che segue, rielaborata per i lettori non sardi, è la prefazione che le ho scritto.
Un paese vuol dire non essere soli, scriveva Cesare Pavese. Atzara, nel Mandrolisai, ha tenuto compagnia per tutta la vita a Rosa Muggianu, l’autrice di questo libro. Che è, assieme, amarcord e saggio esemplare di etnologia sul campo, affettuosa Spoon River dei volti cari e preziosa, paziente raccolta di canti profani e religiosi, di racconti e detti popolari che restituiscono il paese com’era. Perché il posto dove sei nato resta sempre dentro di te, popola i tuoi ricordi e i tuoi sogni anche quando, come è accaduto a molti di noi, hai dovuto lasciarlo e ci ritorni soltanto quando puoi o quando devi.
Rosa Muggianu ad Atzara ha vissuto fino alla prima adolescenza. È andata via quando aveva sedici anni e una licenza media per cercare fortuna a Roma, poi a Cagliari e infine a Milano dove è trascorsa gran parte della sua esistenza e dove tuttora vive. Una vita operosa e ricca, la sua. Voleva fare l’infermiera e ci è riuscita, lavorando in un ospedale psichiatrico (“Un’esperienza angosciante, quando ho cominciato la legge Basaglia non c’era ancora e i pazienti più agitati venivano legati al letto con le manette”), poi in una clinica e da ultimo all’ufficio di igiene del comune di Milano.
Intanto aveva voglia di imparare, la terza media non le poteva bastare (“Ogni volta che mi ponevo delle domande, cercavo una risposta nei libri”), così ha ripreso a studiare conquistando un diploma di maturità e una specializzazione come maestra d’asilo. Intanto la sua famiglia cresceva, i genitori si trasferivano anch’essi a lavorare a Milano e poi, con la vecchiaia, tornavano ad Atzara. Assisterli è stato un atto d’amore e, insieme, una riscoperta del paese.
Che le ha permesso di raccogliere in modo minuzioso e sistematico, dalle persone che l’avevano cresciuta, nonne e “zie”, amiche d’infanzia e conoscenti, quello che aveva ascoltato quand’era bambina. Le ninne nanne e le filastrocche, i versi di corteggiamento e i bisticci “a dispetto” degli innamorati (Basami bella), gli scongiuri contro il morso del ragno ma anche contro i cattivi sogni, i desideri (i pantagruelici disigios de ‘Ntoni, con banchetti da paese della cuccagna che infine si riducono al più mite e tenero desiderio di trovare una brava ragazza che lo sposi, ma anche i sogni difficili da realizzare della bellissima Chi benis t’imparu coro: “Quando la farina si potrà macinare senza la mola / quando la mietitura si farà in ottobre / allora sarai mia / mia sposa per amore”. E poi il duro lavoro nei campi al pascolo e nelle vigne, i ricordi di guerra del settuagenario e i ricordi di scuola dell’autrice, le conte nonsensical (come Sambueri mia beri, l’ambarabà paesano che dà il titolo al libro), gli arguti diccios e gli straziati canti paraliturgici della settimana santa, i gosos de chida santa in cui la Madonna lamenta l’uccisione del figlio con toni prossimi all’attitu, il lamento funebre profano di cui pure la raccolta offre qualche esempio.
La vita di una piccola comunità legata al ciclo delle stagioni e alla catena degli affetti, in cui affiorano i volti degli antichi abitanti (il primo capitolo, con la sua ideale “processione” che tocca gli antichi rioni del paese nominando a uno a uno gli abitanti, è in questo senso esemplare della voglia di Rosa Muggianu di fare rivivere un mondo, di sottrarlo all’oblio).
Qualche volta si affaccia, come un tuono lontano, il malcontento delle donne:
Bòlat una fogia chi non bolet bolàre
e Pepedda non bolet crocàre
e cun Pepe cròcada a mala ogia
Chi non bolet bolare bòlat una fogia.
(Vola una foglia che non vuole volare / E Peppina non si vuole coricare / con Peppino e va a letto controvoglia / che non vuole volare vola una foglia).
Quando l’autrice andò via, agli inizi degli anni Sessanta, Atzara aveva 1.715 abitanti. Oggi ne ha 1.132: non è lo spopolamento ben più radicale che affligge molti altri paesi sardi, perché il tessuto economico resta saldo (l’artigianato con le sue tessiture preziose, l’allevamento, soprattutto una vitivinicultura sempre più di pregio e premiata) e l’amministrazione comunale si dimostra dinamica (il sito istituzionale è ottimo e ricco di informazioni, e dà conto della vivacità locale), ma certo l’emigrazione, qui come altrove, ha lasciato vuoti e sottratto risorse.
Ad Atzara Rosa Muggianu si aggira, quando ci ritorna, divisa tra affetto ai luoghi e piccoli smarrimenti tinti di nostalgia. E nostalgia viene dalla parola greca nostos, ritorno: perché quando torniamo ai luoghi che ci videro partire, non sempre li riconosciamo. Sono cambiati, come siamo cambiati noi che ci aggrappiamo ai ricordi. Salvo chiederci se un ricordo, come diceva Gena Rowlands in Un’altra donna, uno dei film più belli e intensi del Woody Allen serio, è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto.
Rosa Muggianu, Sambueri mia beri. Contos e cantos di Atzara e non solo, LFA Publishing, 2025

Roth e Zweig. Due grandi scrittori davanti all’abisso. I foschi anni ‘30 del Novecento, incastonati tra due guerre mondiali, con il nazismo al potere dal 1933. Roth vede «l’ora infernale, quando la bestia viene incoronata e riceve l’unzione». Zweig fa finta di non vedere. Due generazioni, due diversi atteggiamenti: il senzapatria e senza speranze (Roth), l’umanista convinto che la ragione prevarrà (Zweig). Due amici, due visioni. Ebrei e austroungarici entrambi; più anziano e autorevole Zweig (1881-1942) che in quegli anni è tra gli scrittori in lingua tedesca di maggior successo planetario; più giovane e votato all’autodistruzione Roth (1894-1939) che passa da un albergo all’altro, da un bistrot all’altro, devastato dai debiti e da un alcolismo sempre più aggressivo e plateale. La corrispondenza fra i due, cominciata nel 1927 e proseguita sino alla vigilia della morte di Roth, è stata pubblicata in Germania nel 2011. Adelphi ora la propone ai lettori italiani.
Roth, fin dal 1933, fa una scelta di campo netta e, se non azzecca tutto, fiuta da subito l’aria che tira. Il 26 marzo scrive a Zweig: «Il mondo è ancora più tetragono che nel 1914. Se si ferisce a morte ciò che è umano, l’uomo non reagisce più. Nel 1914 tutte le parti cercavano di spiegare la bestialità invocando ragioni e pretesti di carattere umano.
Oggi invece alla bestialità si forniscono semplicemente giustificazioni bestiali, che sono ancora più raccapriccianti degli stessi atti di bestialità. (…)
Lei converrà con me che il 1933 si distingue dal 1914 nella stessa misura in cui una bestia malata del genere di Goering si differenzia da Guglielmo II, il quale era comunque rimasto ancora umano.
È chiaro che gli imbecilli commettono delle stupidaggini, le bestie della bestialità, i pazzi delle azioni folli: ed è sempre puro istinto suicida.
Ma non è altrettanto chiaro quando il mondo che li circonda e che è parimenti malato e dissennato riconoscerà infine la stupidità, la bestialità, la follia.
Qui sta il problema. E io mi domando quando verrà il tempo in cui sarà nostro dovere isolare mediante le parole il malato dal mondo che lo circonda, affinché tale mondo non ne risulti contaminato.
Ho paura che sia comunque troppo tardi».
Due mesi dopo, il 22 maggio, Roth rincara la dose: «Ecco la mia opinione:
a) durerà quattro anni;
b) Hitler finirà con il disastro o con il ritorno della Monarchia;
c) noi non intratterremo rapporti di sorta con il Terzo Reich;
d) fra cinque mesi non ci saranno più editori, librai, autori della nostra specie;
e) bisogna rinunciare a qualsiasi speranza, definitivamente, con risolutezza, con forza, come si conviene. Tra noi e lui c’è guerra. Qualsiasi pensiero sul nemico sarà ripagato con la morte…». Apocalittico, disilluso, sferzante nei confronti di una “linke” che considera corresponsabile del disastro, Roth si imbozzolerà in una privata mitologia catto-monarchica, abiurando l’ebraismo e riponendo ogni fiducia in un Dio “che non concede la grazia” e nella restaurazione degli Asburgo.
Più lineare ma altrettanto flebile la reazione di Zweig. Come molti esponenti dell’élite ebraica, considera l’integrazione un processo irreversibile e il nazismo una perturbazione passeggera. Si sveglia tardi, Zweig, che non è mai stato connivente ma, piuttosto, appartato e distratto, convinto com’era che gli ideali progressivi (razionalismo, pacifismo, umanesimo) fossero una conquista definitiva.
Il risveglio è amaro: entrambi hanno problemi a pubblicare i loro libri, gli editori che non vogliono chiudere accettano accomodamenti vergognosi con l’hitlerismo; l’opposizione intellettuale poi è debole e divisa, rancori sospetti e invidie sono all’ordine del giorno.
Roth sogna impossibili ribellioni e irride gli appelli che Zweig vuole lanciare assieme a Toscanini e alla crème intellettuale occidentale: «La nonviolenza del Mahatma Gandhi mi è antipatica quanto la violenza di Hitler mi è odiosa».
Zweig, amico quasi paterno (la foto commovente di copertina li ritrae assieme nel 1936, e Zweig fissa Roth con uno sguardo carico di affetto), discreto ma generoso sovvenzionatore del grande autore della Marcia di Radetzky, lo implora di restare in vita, almeno quello: «Non inventi sofismi per cui l’acquavite sarebbe qualcosa di nobile e saggio che l’aiuterebbe a creare… Lei ha un solo dovere, scrivere libri e bere il meno possibile».
Nessuno dei due resisterà a lungo: fulminato dal delirium tremens a Parigi nel 1939 Roth, suicida in Brasile nel 1942 il fuggiasco Zweig. Vittime del nazismo anche loro. Questo carteggio che apre la mente e stringe il cuore è il lascito di due grandi.
Joseph Roth – Stefan Zweig, Ombre folli. Lettere 1927-1938, a cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel, postfazione di Heinz Lunzer, prefazione e traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2026

L’umorista e il censore. Prima che sorga il sole è il romanzo – assieme al racconto Le avventure di una scimmia – che perse Michail Zoscenko, il massimo umorista russo del ‘900, così come la Lady Macbeth nel distretto di Mcensk attirò i fulmini di Stalin sul povero grande Shostakovich. Tanto rumore per niente, verrebbe da dire. Un romanzo a cornice. Il narratore protagonista si interroga sulla tristezza cronica che lo affligge. Ne cerca il motivo, la scaturigine, risalendo a ritroso nella propria vita: per brevi flash, raccontini quasi istantanee, passa in rassegna fatti familiari, amori, amicizie, incontri, vicende belliche.
Lo sguardo è quello mite dello spaesato, perennemente fuori posto e in preda a una sorta di stupore di fronte alla vita e ai suoi accadimenti. Non trova ragioni evidenti: a tutti è morto un padre, tutti hanno avuto un brutto voto o un amore infelice. Nuotando controcorrente come il salmone, sempre più a ritroso, immergendosi nella prima infanzia (e nei sogni ricorrenti) trova una ragione: ha sviluppato riflessi condizionati legati alla paura dell’acqua. Il romanzo, che ha una buona parte di farragine nella cornice antifreudiana incline a esaltare la “scienza sovietica” del peraltro antisovietico Ivan Pavlov, è a suo modo un mattoncino, seppure attraversato da blanda ironia, di devozione patriottica: il narratore guarisce appropriandosi della teoria pavloviana, che il regime sovietico apprezza per i suoi appigli darwiniani e “materialistici”.
Non bastava, non poteva bastare. E il romanzo al suo apparire, nel 1943, fu duramente criticato – ma come, c’è la grande guerra patriottica in corso e lui si balocca con la propria infelicità? – e infatti, destinato a una pubblicazione a puntate che viene interrotta, dà l’impressione dell’incompiuto. Ancora peggio andò, a Zoscenko, con il racconto sulla scimmia che, evasa dallo zoo dopo un bombardamento, mette a soqquadro una cittadina, per finire, dopo avere imparato a comportarsi come un umano, nella casa di un ragazzo. Un racconto umoristico divertente e bonariamente irriverente, niente di più.
Ma l’arbitro della politica culturale sovietica Andrej Zdanov, l’inventore del realismo socialista, in una requisitoria al comitato centrale del Pcus, ci legge un attacco frontale alle magnifiche sorti e progressive dello stalinismo. Secondo lui Zoscenko afferma – il che non è, neppure tra le righe – che è meglio vivere tra le sbarre di uno zoo che nella libertà del socialismo realizzato. Risultato: una delle riviste che ospitano Zoscenko viene chiusa, la cultura leningradese viene commissariata, lo scrittore – parzialmente riabilitato dopo la morte di Stalin e morto nel 1958 – non sarà più pubblicato.
Viene da chiedersi il perché e questo volumetto della Bompiani, costruito come un dossier, consente di leggere anche l’intervento logorroico e fanatico di Zdanov (in Italia lo pubblicò nel 1950 la casa editrice del Pci, Editori Riuniti, nel volume Politica e ideologia), celebre per la volgarissima definizione di Anna Achmatova “metà sgualdrina e metà monaca, anzi sgualdrina e monaca insieme”. Gli scrittori, lo ha detto Stalin e lo ricorda Zdanov, sono gli “ingegneri delle anime”: devono dipingere la vie en rose, suonare il piffero per la rivoluzione, contribuire all’edificazione del socialismo, non traviare il proletariato e la gioventù.
Sconfitti i nemici, non c’è più spazio neppure per i tiepidi. Per chi, senza opporsi, chiede soltanto di essere lasciato in pace a fare il proprio lavoro e un po’ asseconda ma molto ignora la realtà che lo circonda. Contro di loro parte l’offensiva che ha l’obiettivo di tenere nel mirino l’eccentrica Leningrado che fu San Pietroburgo, della quale l’ortodossa Mosca diffida (sullo sfondo ci sono anche le lotte di potere fra le due capitali, delle quali l’assassinio di Kirov è stato buon esempio). Zoscenko e la grande, innocua Achmatova, insomma, sono il pretesto per scatenare la retata.
C’è un secondo motivo, più latente: un potere paranoide come quello staliniano si rafforza se ha nemici e li punisce. E quindi, trascorse le atroci purghe degli anni ‘30, deve quanto meno ravvivarne la memoria. Come a dire: state attenti, vi teniamo d’occhio, non pensiate di averla fatta franca, siete tutti potenziali nemici, rigate dritto.
Il testo di Zdanov, inquietante e sommamente sgradevole, è tuttavia interessante per gli strafalcioni. Rileggendo in maniera faziosa il curriculum di Zoscenko e la sua giovanile adesione al cenacolo letterario dei Fratelli di Serapione difeso e patrocinato peraltro da Gorkij, lancia un attacco livido contro l’immenso E. T. A. Hoffmann, che in quegli stessi anni viene elogiato dal marxista ungherese Gyorgy Luckacs come critico della borghesia e della sua “normalità”, rileggersi la sua Breve storia della letteratura tedesca per un utile confronto (ma Luckacs, salvo rientrare nei ranghi, nel ‘56 parteggerà per gli insorti di Budapest). E in un inciso che attacca il “nemico culturale” per eccellenza, il grande Osip Mandel’stam che pagò con la vita un epigramma contro Stalin, gli attribuisce un programma politico che propone il ritorno al Medioevo: ma Mandel’stam, nel passo che Zdanov cita, si limitava a tessere l’elogio di Dante e della poesia romanza di quei secoli.
Ancora più interessante, la requisitoria zdanoviana, per l’elenco che redige dei buoni (tutta la fluviale tradizione russa diventa un torrentello in cui sguazzano Belinskij, Dobroljubov, Cernisevskij, bontà sua Saltykov-Scedrin, Plechanov e naturalmente Lenin e Stalin) e dei cattivi (oltre a Zoscenko, Achmatova e Mandel’stam, ci sono, cito, “Merezkovskij, Vjaceslv Ivanov, Michail Kuzmin, Andrej Belyj, Zinaida Hippius, Fedor Sologub, Zinovieva Annibal ecc. ecc.”), e sarà il caso di andarseli a scoprire: posso soltanto dire che Il demone meschino di Sologub è un capolavoro e che Le avventure di Aymée Laboeuf di Kuzmin merita ampiamente la lettura.
Silenzio assordante su Gogol – viene soltanto ricordata la reprimenda che gli fa Belinskij – , Tolstoj, Dostoevskji e Turgenev, per tacere degli altri. Rileggere autori come Zoscenko, e leggere Zdanov, è anche ricordare il buio che a sinistra abbiamo attraversato.
Michail Zoscenko, Prima che sorga il sole, introduzione di Alessio Melitretto, traduzione di Clara Coisson, Bompiani, 1977
LE CITAZIONI
Alberi. «S’Ozzastru (l’olivastro, ndr) è il nome di ulivo selvatico alto 14 metri e con una chioma di circa 21 metri di circonferenza. Si trova in località Santu Baltolu nel Comune di Luras, provincia di Sassari. La gente del posto lo chima “su babbu mannu”, il grande padre. Si stima infatti che abbia tra i tremila e i quattromila anni di vita». Di Luras era la mia insegnante di italiano alle medie, Maria Lentino. Si era laureata con Pirandello al Magistero di Roma. (Ivan Carozzi, Cronache dall’Italia nascosta).
Fine del mondo. «Si facevano chiamare “comunità del massiccio Bianco”. Erano per la maggior parte impiegati e operai residenti a Torino e a Milano. Alla fine degli anni cinquanta del Novecento, la comunità si era raccolta intorno a un medico pediatra di 38 anni, Elio Bianca, conosciuto come Fratello Emman, residente a Milano in via Felice Casati. Fratello Emman sosteneva che il mondo fosse destinato alla disintegrazione a causa di una catena di esplosioni nucleari. La notizia gli era stata rivelata durante colloqui, chiamati “intermediazioni”, con le anime di illustri personalità defunte (Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio, Lao Tse, Demostene). Le intermediazioni si svolgevano grazie a un sistema di segni chiamato “olosemantica tematica”. Della comunità facevano parte anche la sorella, il padre e la madre di Fratello Emman. Ciascuno con un proprio pseudonimo. La famiglia, dopo la perdita di una figlia, aveva cominciato un dialogo con l’aldilà e a maturare la convinzione che la fine del mondo fosse imminente. Del gruppo facevano parte inoltre un perito industriale milanese, dipendente in una fabbrica di tubi al neon, e un impiegato dell’ATM. I membri torinesi si ritrovavano in un appartamento di piazza Madama Cristina, guidati da un certo Fratello Polykalos.
La fine del mondo era stata annunciata per il 14 luglio 1960. A partire da giugno Fratello Emman, seguito da una novantina di persone, giovani, vecchi, intere famiglie, cercò riparo nei dintorni di Courmayeur, presso il rifugio Pavillon, 2.173 metri di altezza, prima fermata della funicolare del Monte Bianco. All’interno del rifugio, ribattezzato Gehovonise (“A gloria di Dio” in lingua olosemantica monotematica), le finestre e le pareti vennero rinforzate e ogni minuscola fessura riempita di calce e lana di vetro per proteggersi dall’urto immane dell’esplosione.
Lo psicanalista Emilio Servadio commentò la notizia. Disse che le fantasie di fine del mondo potevano essere provocate da un lutto o da una sensazione di crollo, di svuotamento e di minaccia alla sfera delle immagini e degli oggetti interiori. Emman si fece fotografare di spalle mentre pregava rivolto verso la vallata di Entrèves. Non aveva l’aspetto del profeta. Sembrava un qualunque escursionista alpino: scarponcini da montagna, pantaloni alla zuava e calzettoni a rombi. La comunità portò con sé viveri, cibo in scatola, medicinali, pile, batterie, bidoni di nafta e duemila scatole di detersivo. Ai torinesi e ai milanesi si erano aggiunti gruppi partiti da Roma, da Perugia e perfino dal Belgio. Per costruire una comunità di sopravvissuti c’era bisogno di gente con un mestiere. Medici, ma anche chimici e ingegneri. Il 14 luglio era in procinto di salire a Courmayeur anche una colonna di 500 francesi. Poi arrivò il giorno della fine e non successe niente. “Calcolando che per leggere questo articolo ci vogliono circa 7 minuti” scrisse Dino Buzzati sul Corriere della Sera, “il lettore, o la lettrice, si troverà alle ultime righe proprio quando succederà la fine del mondo”. Buzzati non sapeva che due anni più tardi, nell’ottobre del 1962, Russia e Stati Uniti sfiorarono per davvero la guerra nucleare.
Tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta Fratello Polykalos fondò in provincia di Torino, a Germignano, il Centro studi Nettuniano. Di Elio Bianca, invece, non si seppe più nulla».
(Ivan Carozzi, Cronache dall’Italia nascosta).
Maldicenze. Mino Maccari, ripescato in questi giorni per un articolo sulla satira letteraria, l’ho scoperto a suo tempo in una storia del giornalismo italiano di Paolo Murialdi, che riportava una sua feroce filastrocca sulla collaborazione fra democristiani e socialisti. In quelle rime da signor Bonaventura che comparivano sotto la vignetta – la pubblicò negli anni ‘60 L’Espresso – Maccari prendeva a bersaglio il povero Nenni:
Di Rizzoli sul panfilio
Pietro Nenni è in visibilio.
Or che trovomi a babordo
Carlo Marx più non ricordo.
Lo stesso umore acre, mite all’apparenza e fulminante nella sostanza, lo trovo in un epigramma raccolto nell’antologia Con irriverenza parlando (Il Mulino, 1993):
Modigliani è un gentile pittore
che a Parigi fa molto onore.
Se a Livorno fosse restato
avrebbe fatto l’impiegato.
Una lode a Parigi? Macché, uno sfottò agli italiani espatriati a Montmartre, come chiarirà la successiva
Non quando li prende
ma quando li rende
Parigi ci offende.
Il senese e sulfureo Mino Maccari (1898-1989) fu molte cose: pittore, incisore (ho una sua incisione con angeli e diavoli che si sfidano tirando la corda), vignettista, epigrammista, giornalista e fondatore di riviste. Come Il Selvaggio, creato a Colle Val d’Elsa nel 1928 e incubatore dello Strapaese.
Era fascista, allora, Maccari: di quella banda di fascisti toscani (diciamo “di sinistra”, per comodità e approssimazione) che Romano Bilenchi racconterà nel bellissimo Amici. Aveva fatto la marcia su Roma con spirito da goliardo, al grido di “O Roma o Orte”. Avrebbe fatto il fascista frondista, con battute non troppo tenere:
Solo al mare, al lago, al fiume
il gerarca ha del costume.
Oppure, satireggiando il conformismo dell’epoca: «Noi abbiamo sempre avuto le sue opinioni». O ancora, rivolto a Paolo Emilio Pavolini, professore di sanscrito e padre del ministro alla Cultura popolare Alessandro:
Eccellenza, facciamo voti
che vengano meglio i nipoti.
E a proposito dell’avversione di Mussolini per le barbe:
Con improvviso zelo
V’è chi dal mento s’è levato il pelo
Ma non vediamo ancor chi si distingua
Per esserselo tolto dalla lingua.
È di quel periodo l’individuazione di caratteri italiani perenni, sui quali Maccari avrebbe infierito in seguito dalle pagine del Mondo di Mario Pannunzio e da quelle dell’Espresso di Arrigo Benedetti:
Date un dito
All’inserito
Pian piano
Vuol la mano
Poscia il braccio
Piglia al laccio
Non satollo
Balza al collo.
Oppure, ancora:
Voglio dir senza riguardo
Che un miliardo
È il mio traguardo.
Tra i bersagli principali di Maccari si contendono il podio politici, artisti e architetti.
Finché fan gli architetti il lor congresso
La cosa non mi turba e lo confesso.
Ma quel che un terror folle mi procura
È quando fanno dell’architettura.
Sempre in quel periodo di fronda, da segnalare deliziose notizie inventate con lo stile fulmineo dei dispacci d’agenzia:
– Si comunica ufficialmente che le bottiglie del pittore Giorgio Morandi conservano le loro posizioni.
– Il poeta surrealista Tommaso Landolfi ha occupato, da solo, tutti i caffè di Firenze.
– In uno scontro avvenuto tra la pittura di Alberto Savinio e la pittura di Achille Funi si deplorano due nature morte.
Un’attutidine allo sberleffo, al calembour, all’aforisma, al precetto morale en travesti, anche alla semplice freddura, che Maccari avrebbe conservato fino all’ultimo. Cito soltanto qualche battuta:
– Date “loro” alla Patria.
– Un pugno di uomini indecisi a tutto.
– Il pittore De Chirico arrestato per aver dipinto e messo in commercio frutta avariata.
– Il pittore Casorati presiede contemporaneamente la giuria del premio Biella e la giuria del premio Prato e viene accusato di tenere il piede in due stoffe.
– Il poeta Quasimodo presenta la candidatura al Premio Nobel, dimenticandosi di averlo già vinto.
– Il pianista Benedetti Michelangeli si presenta con un’ora e tre quarti di ritardo al concerto nel Teatro dello Zodiaco di Roma. La contessa Pecci Blunt, proprietaria del Teatro, gli chiede scusa anche a nome del pubblico per averlo atteso tanto.
– Colui che ti parla con infiammato patriottismo finirà per chiederti mille lire in prestito.
– Occultane il cadavere, prima di uccidere il tuo nemico.
– Hai un piede nella fossa, lavalo!
L’ultimo sberleffo Maccari lo riserva a se stesso:
Con scala di seta
Giunsi alla mèta
Mi disse: Amore
C’è l’ascensore.
INCIPIT
Rumi era un poeta, pensatore e mistico, di origine persiana. (Kader Abdolah, Quello che cerchi sta cercando te).
Buio. Se apre gli occhi vede solo ombre fluttuanti. (Stefania Auci, L’alba dei leoni).
perché? Nei giorni, nelle settimane, nei mesi e negli anni seguenti, Attilio Petronio si sarebbe chiesto perché. (Paola Barbato, Cuore capovolto).
L’altro giorno sono venuto a conoscenza di una possibilità allarmante. No, peggio: di un fatto allarmante. (Julian Barnes, Partenze).
L’adolescente si portò le mani all’altezza degli occhi, ne osservò il dorso, i palmi, le rimise giù e guardò i villini circostanti. (Jean-Baptiste Del Amo, La notte devastata).
La notte scorsa ho sognato che tornavo a Manderley. (Daphne du Maurier, Rebecca la prima moglie).
Miss Brooke aveva quel genere di bellezza che sembra acquistare un rilievo particolare dalla povertà dell’abito. (George Eliot, Middlemarch).
Nell’inverno del 2012, contro ogni buon senso e per motivi che non avevano propriamente a che fare con la scrittura – per quanto io sostenessi il contrario – e che ancora adesso non mi sono chiari, andai in Giappone a vedere il luogo dove un tempo si trovava il campo di Ohama, in cui avevano internato mio padre. (Richard Flanagan, Domanda numero 7).
Seft arrancava attraverso la Grande Pianura portando sulla schiena un cesto di vimini intrecciato con dentro delle selci da barattare. (Ken Follett, Il cerchio dei giorni).
Quel martedì mi svegliai nello smorto evanescente attimo quando la notte vera e propria è ormai finita e l’alba non riesce ancora a farsi strada. (Witold Gombrowicz, Ferdydurke).
La mattina del 17 febbraio 1912 Giovanni Pascoli stava per lasciare la casa di Castelvecchio alla volta di Bologna. (Osvaldo Guerrieri, Zvanì).
Vedevo uomini di tutte le razze sballottati da ogni parte sui vagoni merci. (Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra).
Siamo andati al Circeo, nonostante fosse la cosa più assurda da fare. La più pericolosa.
(Antonella Lattanzi, Cose che non si raccontano).
La verità è che se il vecchio maggiore Dover non fosse morto fulminato alle corse di Taunton, Jim non avrebbe mai messo piede a Thursgood. (John Le Carrè, La talpa).
Il letto è vuoto. (Liz Moore, Il dio dei boschi).
Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, nella cornea dell’occhio destro.
(Guadalupe Nettel, Il corpo in cui sono nata).
Ogni volta che la vedeva sistemarsi con cura, davanti allo specchio dell’andito, quel cappellino fuori moda, modesto, poco appariscente, ad ala stretta, senza nastri né pizzi e fornito di una fittissima veletta che le nascondeva completamente il viso, l’avvocato Antonio Soro non poteva trattenersi dall’osservare con disappunto: “Un’altra volta!” (Bianca Pitzorno, La sonnambula).
Apre gli occhi e aspetta che il buio si plachi. Si chiama Anna, ha sei anni, tre trecce e si trova rincalzata nel letto di una cameretta al terzo piano di un edificio in klinker marrone alla periferia nord della città.(Antiniska Pozzi, Tanto domani muori).
Per molto tempo, mi son coricato presto la sera. (Marcel Proust, La strada di Swann).
«Non avrei mai pensato di vederti qui», dice Sarah. Poi aggiunge: «In fondo però non avrei mai pensato di vederti da nessuna parte». (Roxana Robinson, Andarsene).
Non ci volevi venire in questo posto eppure eccoti qui. Papà ti prende per le spalle e ti guida verso il punto dove hanno ammassato le lepri. (Karen Russell, L’antidoto).
Lo so che è in casa. Ho un fiuto pazzesco, io. Riconosco l’odore: alga secca e lana bagnata. Annuso, è lui. (Elvira Seminara, Lunario dei giorni dispari).
È cominciata con una storia di libri. Io non volevo prenderli, ma Maga ha insistito così tanto che alla fine ho ceduto. (Neige Sinno, La realidad).
L’uomo per cui racconto questa storia potrebbe anche non esistere. (William Sloane, La porta dell’alba).
Alla fine di novembre, nel 2008, Don Sosa e La Grace hanno fatto visita al santuario della Difunta Correa a Vallecito, a meno di cento chilometri dalla città di San Juan. (Camila Sosa Villada, Sono una pazza a volere te).
Stavo andando in spiaggia, avevo dormito poco per il vento forte. (Domenico Starnone, Il vecchio al mare).
Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa di quel giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e dimostrato al mondo che, dopo tanti secoli, Cesare e Alessandro avevano un successore. (Stendhal, La Certosa di Parma).
Ero alla manifestazione contro la chiusura del cinema Ideal, in plaza de Jacinto Benavente, e quando era appena cominciata, mi è scappato uno di quei venti inopportuni che ormai mi capitano spesso.(Mario Vargas Llosa, I venti).
Quando capitava, raramente, che Veronica e Giovanni andassero a cena da amici o colleghi, c’era un momento che Buonvino temeva, più di ogni altro. (Walter Veltroni, Buonvino e l’omicidio dei ragazzi).
Una volta ho avuto sette padri in sette anni. Questo è il racconto di quegli anni.
(Andrev Walden, Maledetti uomini).
POESIA
Bertolt Brecht. Que reste-t-il de nos amours? Un tempo, per dirla con Gaber, qualcuno era comunista. E qualcuno amava Bertolt Brecht. Il drammaturgo, il poeta. Resta qualcosa, spente le braci di quell’incendio?
Il miglior banco di prova è la produzione più esplicita. Le poesie politiche, per esempio, che Einaudi ha raccolto in antologia nel 2014.
Sì, resta molto. Di Brecht si ammira ancora l’icasticità profetica delle poesie contro Hitler. Per esempio questa del 1938:
L’Imbianchino parla dei grandi tempi a venire.
Le foreste crescono ancora.
I campi sono fertili ancora.
Le città ci sono ancora.
Gli uomini respirano ancora.
Si ammira, al netto della precettistica e dei santini, la capacità di prendere posizioni nette. Di stare da una parte.
Per chi sta in alto
parlare di mangiare è cosa bassa.
Si capisce: hanno già
mangiato, loro.
Chi sta in basso deve andarsene dal mondo
senza aver mangiato
un po’ di carne buona.
Per pensare di dove venga e dove
vada, chi è in basso,
nelle belle serate,
troppo è sfinito.
I monti e il mare grande
non li hanno ancora visti
che il loro tempo è già passato.
Se chi è in basso non pensa
alla bassezza, mai
potrà venire in alto.
Si ammira l’inconfondibilità della voce (anche nella produzione da combattimento, fatta per l’uso immediato, per essere scagliata come una pietra dalla fionda), la capacità di manipolare con echi e distorsioni a volte sarcastiche la tradizione lirica tedesca (Goethe, i romantici) e francese (Rimbaud: i pirati e i deraciné della produzione giovanile brechtiana sono figli anche del Bateau ivre). La tenerezza nascosta in enunciati duri e acuminati (la ballata Della infanticida Marie Farrar, Carbone per Mike).
Si ammira il sarcasmo spesso non ortodosso, come in questa poesia del 1953 scritta nella Germania Est:
Dopo la rivolta del 17 giugno
il segretario dell’Unione degli scrittori
fece distribuire nella Stalinallee dei volantini
nei quali si diceva che il popolo
si era giocata la fiducia del governo
e la poteva riconquistare soltanto
raddoppiando il lavoro. Non sarebbe
più semplice, allora, che il governo
sciogliesse il popolo e
ne eleggesse un altro?
Ma di Brecht resta soprattutto, archiviata l’utopia comunista, oggi che assieme all’acqua assai sporca del socialismo reale si cerca di buttare via anche il bambino dell’uguaglianza, oggi che una metafisica valoriale – al suo peggio carità pelosa, al suo meglio sorriso senza gatto – ha in parte appannato e in parte sostituito quelle aspirazioni alla fraternità, a diversi e più giusti rapporti fra gli uomini, l’ammonimento a guardare sotto la superficie delle cose.
Così, scelgo come esemplare, molte altre ne potrei scegliere, una poesia del 1931 che nel suo procedere speculare ricorda le (posteriori) mani che si disegnano di Escher. Si intitola I giacigli per la notte.
Ho sentito dire che a New York
all’angolo della 26.a strada e di Broadway
nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo
e ai senzatetto che si radunano
pregando i passanti procura un giaciglio per la notte.
Con questo il mondo non cambia,
le relazioni fra gli uomini non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.
Ma a qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Non deporre il libro tu che leggi, uomo.
A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Ma con questo il mondo non cambia,
le relazioni fra gli uomini per questo non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.
La gentilezza non basta, ma la volontà di cambiare il mondo non esime dalla gentilezza.
Antonio Machado. Una mia versione del molto amato Antonio Machado (1875-1939), forse il massimo poeta spagnolo del ‘900, che morì poco dopo avere varcato la frontiera con la Francia per sfuggire ai franchisti. Si intitola Strofe elegiache e fa parte della sua prima raccolta di versi, Soledades, uscita nel 1903.
Guai a chi arriva assetato
a vedere l’acqua che scorre,
e la sete che ho provato
dice, il bere non la soccorre!
Guai a chi beve e, placata
la sete, spregia la vita:
moneta al baro prestata
sia in bisca restituita!
L’illuso che sospira
sotto l’ordine sovrano,
e chi si sogna la lira
pitagorica in mano.
Povero il nobile pellegrino
che sosta a meditare,
dopo un lungo cammino
nell’orrore di arrivare!
Misera la malinconia
che piangendo si consola
e la melomania
di un cuore da barcarola!
E i giardini segreti,
i giardini pensili sognati,
e i sogni popolati
di propositi discreti!
Guai all’amante senza fortuna
che va dietro alla luna bella;
quanti cadono dalla luna,
quanti inseguono solo quella!
Chi il frutto che penzolava
dal ramo non afferrò,
e chi il frutto addentava,
ma amaro il gusto trovò!
Il nostro primo amore così fiero
e la sua fede mal pagata,
e povero, poi, anche il vero
amante della nostra amata!
Elio Pagliarani (1927-2012) è stato poeta tra i più grandi e necessari del secondo ‘900 italiano. Io l’ho amato soprattutto per la sua produzione milanese. Versi da oriundo, da meteco, che me lo affratellavano. Come la dura, quasi spietata, quasi espressionistica Due ottave dal diario milanese, del 1948.
Non ho avuto pietà di quella gente
che mi offende negli occhi ogni mattina.
Fanciulle senza petto e con la schiena
– come farà a godersele l’amante –
e madri senza petto e con la schiena
che se un goccio ce n’era l’hanno preso
uomini con le facce disegnate
e la pelle color di vesti usate.
Tipi di questa fatta dove ho visto?
ho visto dei barattoli di latta
(a Porta Ticinese, in baracconi
come i casini pieni di soldati)
drizzati su una mensola, il pupazzo
meccanico invitava: Tira, tira,
tre palle un soldo e in premio una bottiglia.
Ma la mia faccia, mamma, gli assomiglia.
Milano come approdo privo di euforie, da “ospite ingrato”. Nato a Viserba di Rimini, di sé stesso Pagliarani scrive, presentando la prima raccolta del 1954: «Caratteristica del suo realismo è la necessità della sua geografia, per la quale Milano è ben più di una avventura dello spirito: è il nostro tempo ambiente, la condizione attuale; di volta in volta accettata o combattuta; testimoniata pagando di persona sempre».
Realismo non naturalista il suo: linguaggio basso e antilirico con repentini scarti d’intonazione, di ritmo, d’umore. Con straordinarie e inattese accensioni. Poesia impoetica che mescola senza fonderli linguaggi diversi: la sintassi della parlata quotidiana con il manuale di stenodattilografia, la partita doppia, il trattato di fisica. Linguaggio basso di insospettate e ben dissimulate ascendenze (Rebora e Laforgue, Palazzeschi e, addirittura, Guido Cavalcanti). Realismo sperimentale, una poesia-laboratorio faticata e sofferta come un lavoro d’officina.
Riassumerà così gli esordi lo stesso Pagliarani, nel 1990: «Quando arrivò a Milano, sui diciott’anni, scrisse o disse, con linguaggio più o meno rilkiano, che andava a cercare “le parole d’oro”: le trovò di ferro, e poi si accorse che erano proprio quelle, di ferro o acciaio, che andava cercando».
Parole di ferro, come di lamiera è il cielo di Milano, in quel capolavoro che è il poemetto La ragazza Carla, composto tra il 1954 e il 1957 e apparso per la prima volta nel Menabò di Vittorini e Calvino:
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c’è
scampo per noi nella vita.
Un romanzo in versi per raccontare l’ “educazione sentimentale” («Negli uffici s’imparano molte cose / ecco la vera scuola della vita») di una diciassettenne al primo impiego che vive in periferia con la madre vedova e la sorella malmaritata:
Carla Dondi fu Ambrogio di anni
diciassette primo impiego stenodattilo
all’ombra del Duomo
Sollecitudine e amore, amore ci vuole al lavoro
sia svelta, lavori e impari le lingue
le lingue qui dentro le lingue oggigiorno
capisce dove si trova? TRANSOCEAN LIMITED
qui tutto il mondo…
è certo che sarà orgogliosa
Signorina, noi siamo abbonati
alle Pulizie Generali, due volte
la settimana, ma il Signor Praték è molto
esigente – amore al lavoro è amore all’ambiente – così
nello sgabuzzino lei trova la scopa e il piumino
sarà sua prima cura la mattina.
UFFICIO A UFFICIO B UFFICIO C
Perché non mangi? Adesso che lavori ne hai bisogno
adesso che lavori ne hai diritto
molto di più.
S’è lavata nel bagno e poi nel letto
s’è accarezzata tutta quella sera.
Non le mancava niente, c’era tutta
come la sera prima – pure con le mani e la bocca
si cerca si tocca si strofina ha una voglia
di piangere di compatirsi
ma senza fantasia
come può immaginare di commuoversi?
Tira il collo all’indietro ed ecco tutto.
È smarrita, la ragazza Carla. Tra le molestie del padrone, il corteggiamento di un giovane impiegato, l’adattamento all’ambiente e alla vita. Lo spunto è la storia di una giovane donna, raccontata al poeta dallo psicoanalista Elvio Fachinelli, «talmente poco allenata alle domeniche cittadine» da prendere un sonnifero che la faccia dormire per tutto il fine settimana. Fino all’inatteso, bellissimo corale che conclude il poemetto:
Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento.
Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.
Ben altra storia, ben altra “risoluzione del conflitto” raccontano i versi di Inventario privato, scritti in parallelo alla Ragazza Carla per la fine di un amore. Anche qui Milano è presente. Ancora una volta non come fondale ma come “tempo ambiente, condizione attuale”. Come moltiplicatore del dolore e della solitudine.
È già autunno, altri mesi ho sopportato
senza imparare altro: ti ho perduta
per troppo amore, come per fame l’affamato
che rovescia la ciotola col tremito.
Sarà ora di chiudere, amore,
che smetta di fare la guardia al cemento
tra piazza Tricolore e via Bellini,
di coprirmi la faccia col giornale
quando ferma la E, di attraversare
obliquo la tua strada, di patire
anche a passarci in treno
in fondo a viale Argonne
vicino alla tua casa.
Poi verranno Palermo, il Gruppo 63, la neoavanguardia. Giova ricordare l’intervento che, sulla situazione esistenziale, Pagliarani fece a Palermo: «Ci siamo tutti calati dentro, è verissimo; ma non è vero che non si possa far altro, che contemplare la propria alienazione: saremo in gabbia, ma c’è anche chi si dibatte e prova a dar calci contro le sbarre».
Annota Andrea Cortellessa, curatore della raccolta dei suoi versi (Tutte le poesie, Garzanti, 2006): «Nessuna poesia scalcia quanto questa. Nessuna evoca con tanta struggente potenza se stessa: proprio quando, e proprio perché, nega tutti gli aldilà. È questa la sua forza più grande».
Un esempio di poesia che scalcia, che resiste e si adatta senza arrendersi, arrembante fra orgoglio e autoironia, è Narcissus pseudonarcissus del 1952/53, scritta quando sono nato. Da anni è una delle mie poesie-mantra:
È un po’ come dire che c’è poco da bruciare, oramai,
lo zeppelin è sgonfiato, il fusto è nudo
che fa spavento
io ho avuto tutti i numeri per finir male,
l’amore vizioso, l’ingegno e più l’ambizione pudica
e al momento opportuno un buco nei pantaloni
che ci passano due dita
allora bruceremo pali di ferro
il nostro paese aggiornato, la daga la gru l’idroscalo.
Ma se:
ho lottato con vigliaccheria e tenacia
pasto per pasto, e non intendo mollare
non so come risponde la corteccia
ma intendo seguitare
il mio bagaglio non è pesante
la mia schiena non è ingombrante
tengo un tessuto connettivo che permette
alcune metamorfosi
dopo la pioggia con i rospi in mezzo alle strade
ho fede che mi potrai trovare.Oh, la nostra razza è la più tenace, sia lode al suo fattore,
l’uomo è l’unico animale che sverna ai poli e all’equatore
signore di tutte le latitudini che s’accostuma a tutte le abitudini
così ho violenta fiducia
non importa come lo dico – ah l’infinita gamma dei toni
che uguaglia solo il numero delle anime sensibili delle puzze della terra,
ho violenta fiducia, non importa, che tu mi trovi in mezzo alla furiana
e dopo, quando le rotaie del tram stanno per aria.
No? È successo un incidente? a te gloria, se a te non ti tocca
io, tanto, ho consegnato un biglietto – c’è scritto che non rinuncio:
a me amen, la volta che mi tocca.
Franco Scataglini. S’impara, si scopre dappertutto. A me è accaduto di recente in una mostra d’arte (Paso doble, alla Galleria M77 di via Mecenate 77, fino al 16 maggio) che fa dialogare le opere dell’artista e stilista Antonio Marras e della grande Maria Lai (1919-2013) e che consiglio caldamente di andare a vedere. Custodita in una vetrina del primo piano, intarsiata dall’artista sarda con il filo nero, c’era una poesia, questa (la mugelina è un pescetto, il muggine piccolo):
Est’amore m’ha coto
come ‘na mugelina.
Spolpato sopra e soto
so’ rimaso la spina.
Ne è autore Francio Scataglini (1930-1994), poeta in un marchigiano d’autore che ne fa più l’intarsiatore di una neolingua che un verseggiatore vernacolare. Apprezzato da Carlo Betocchi, Pier Vincenzo Mengaldo, Franco Brevini e Giorgio Agamben, Scataglini è stato ripubblicato di recente (Tutte le poesie, 2022) da Quodlibet. Offro qui un’altra sua poesia:
Smusane i vigoleti,
i involti ‘nt ‘i portoni,
coi ochi lunghi e streti,
i cani bastardoni.
Da cani disperati
cercamo pure no’
tozi de dio avanzati
‘nte ‘l fondo d’un bido’.
UN AUTORE A PUNTATE / JANE AUSTEN (2)
In gennaio ho preso Jane Austen quasi per la coda, scrivendo dell’ultimo romanzo pubblicato in vita dalla scintillante signorina, Emma del 1815. L’avevano preceduto Ragione e sentimento (1811), Orgoglio e pregiudizio (1813) e Mansfield Park (1814). L’avrebbero seguito, postumi, L’abbazia di Northanger (scritto nel 1803 e pubblicato nel 1818) e, sempre nel 1818, Persuasione. Stavolta parlo di due operine giovanili, altre ne ripescherò. Il prossimo mese sarà la volta di Ragione e sentimento.

Alla larga dal primo amore. Ragazzine che alzano il gomito o scappano di casa, giovani vedove sentenziose, giovani gentiluomini stracolmi di orgoglio e pregiudizio, fanciulle che l’invidia conduce al delitto, fratelli maggiori che l’ubriachezza mena alla fossa, duchi loschi e principi ipotetici. E poi giochi d’azzardo, passeggiate campestri, pene d’amor perdute, balli in maschera. Nel vivace villaggio di Pammydiddle, che è come dire “Imbrogliopoli”.
Un romanzo in miniatura di irriverente comicità, antisentimentale e antiromantico. Un controcanto ironico in anticipo sui capolavori futuri. Jane Austen lo scrisse nel 1790, a quindici anni.
Consigli ad Alice che spasima invano: «Mia cara Ragazza, cercate di stare alla larga da un così grande Pericolo. Un secondo affetto è raro che comporti gravi conseguenze, ecco perché non ho nulla da eccepire riguardo a esso. Basterà tenersi alla larga dal primo Amore, e non si avrà più motivo di temerne un secondo». Chapeau.
Jane Austen, Jack & Alice, traduzione di Bianca Lazzaro, Donzelli, 2010

Un Riccardo III perbene. Un’amabile sciocchezza. Una serie di ritratti regali, da Enrico IV a Carlo I, scritti quando Jane Austen stava per compiere sedici anni. Se ne può apprezzare la precocità, non ancora l’acume dello sguardo che in seguito l’avrebbe contraddistinta. La storia d’Inghilterra come un gioco di società, re e regine come “idoli pop” scelti in base a criteri di simpatia e di antipatia. Simpatici gli York, antipatici i Lancaster, odiosi i Tudor, simpaticissimi gli Stuart. Insomma…
Così Elisabetta I è un mostro perché mette a morte il conte d’Essex e l’eroina preferita Maria Stuarda, due campioni d’intrighi, ma Riccardo III, «poiché era uno York, sono piuttosto incline a ritenere che fosse un uomo assai rispettabile». Una sola zampata che annuncia la futura scrittrice. A proposito di Enrico VIII: «I crimini e le crudeltà di questo principe furono troppo numerosi per poter essere menzionati tutti… e non si può dire nulla in sua difesa, eccetto che la sua abolizione delle chiese e il loro abbandono ai saccheggi rovinosi del tempo sono stati di utilità infinita al paesaggio inglese nel suo complesso».
Jane Austen, Storia dell’Inghilterra dal regno di Enrico IV alla morte di Carlo I, a cura di Franco Venturi, La Vita Felice, 2010