“Digger”, ovvero come distruggere il mondo fingendo di salvarlo

In Cinema

Nel nuovo film di Alejandro Inarritu un’esplosione in Groenlandia provoca il distacco di un enorme iceberg, che presto si dirige a tutta velocità verso l’Europa. E’ troppo tardi per evitare il disastro: si possono solo calcolare i morti prevedibili e l’entità del danno economico. E cercare la miglior strategia di comunicazione. Perché l’umanità che va verso l’apocalisse non sa distinguere tra narrazione e percezione, tra la realtà e la sua immagine manipolata. Tom Cruise è un magnate luciferino, John Goodman un insulso presidente americano, in uno spettacolo immersivo, iperbolico, ambiziosissimo

Come distruggere il mondo fingendo di salvarlo: potrebbe essere questo il sottotitolo perfetto di Digger, il nuovo film di Alejandro G. Iñárritu, con un Tom Cruise semplicemente strepitoso nei panni del luciferino magnate del petrolio Digger Rockwell. Tutto ha inizio con una crepa tra i ghiacciai della Groenlandia, seguita da un’esplosione e dal distacco di un enorme iceberg. Quando si scopre che il ghiacciolone (così lo chiama il generale guerrafondaio che subito compare in scena) si sta dirigendo a tutta velocità verso l’Europa settentrionale, è ormai troppo tardi per porre rimedio al disastro. Si può solo cominciare a calcolare i morti previsti e l’entità del danno economico, e soprattutto cercare da subito di trovare la miglior strategia di comunicazione. Che poi, fin dalla notte dei tempi, consiste di solito nell’individuare un capro espiatorio a cui rifilare ogni colpa e responsabilità. Rockwell va oltre, cercando di spacciarsi per salvatore dell’umanità, proprio al cospetto di quel mondo che da tanti anni lui, e la sua famiglia prima di lui, stanno serenamente accompagnando verso la catastrofe, potendo contare sul fattivo ed entusiasta contributo dell’intero gotha del potere americano, con in prima fila un presidente degli Stati Uniti (interpretato da John Goodman) indimenticabile per goffaggine e insipienza.

Ad accentuare l’impressione che tutto sia in fondo solo una grande rappresentazione, dove a vincere è solo chi mente meglio – il che rende la differenza tra realtà e finzione praticamente ininfluente ai fini della narrazione – c’è la cornice teatrale in cui il racconto è inserito. Una cornice che a tratti appesantisce forse il ritmo, ma prende forza e significato man mano che si procede nella visione, fino a un finale a cui si arriva un po’ affaticati e comunque tutt’altro che rasserenati.

Iñarritu ha scelto di esercitare il diritto di satira parlando di apocalisse ambientale, e insieme al suo fidato sceneggiatore Nicolás Giacobone non si tira indietro davanti a nulla, prendendo di petto la contemporaneità (non a caso il primo campanello d’allarme della catastrofe imminente arriva dalla Groenlandia) e sottoponendo al tritatutto dell’ironia e del sarcasmo ogni convinzione, idea, certezza (o presunta tale), che sia scientifica, economica o morale.

Un film caustico, grottesco, tutto sopra le righe, spericolato anche dal punto di vista tecnico. Al virtuosismo esasperato di un Tom Cruise che punta dritto verso l’Oscar, costruendo un personaggio sorprendentemente stratificato, magnificamente ricco di sfumature, fa da contraltare un virtuosismo visivo a tratti stupefacente, risultato di una serie di sfide tecniche affrontate (e vinte) con impavido coraggio, a partire dall’uso delle miniature e del sistema di ripresa VistaVision, che implica l’uso di macchine da presa particolarmente ingombranti e rumorose, e condiziona anche la resa dei colori. Difficoltà che non hanno impedito al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (un altro habitué sui set del regista messicano) di fare egregiamente il suo lavoro, grazie anche al contributo dei magnifici diorami (realizzati dallo studio berlinese di Simon Weisse) che fanno da sfondo a parecchie scene.

Digger si offre quindi allo spettatore come uno spettacolo immersivo, iperbolico, ambiziosissimo, capace di stupire attraverso tutta una serie di giochi di prestigio condotti con mano felice e indubbio talento. Forse l’unico livello dove si sente ben poca stratificazione è quello politico, ridotto a una serie di opposizioni binarie tra America ed Europa, vecchio e nuovo mondo, passato e presente (guardando anche al futuro, ma ben sapendo che potrebbe anche non esserci alcun avvenire per l’umanità!).

Iñarritu cita esplicitamente Dottor Stranamore di Stanley Kubrick, ma a me è venuto in mente più spesso il Mago di Oz, soprattutto quando il dottor Ganesh (un bravissimo Riz Ahmed), disgraziato scienziato tiranneggiato da Rockwell, urla esasperato: “No, la percezione non è la realtà!”. Una constatazione che però non cambia nulla: il mondo sta correndo verso l’apocalisse ma noi, invece di guardare finalmente la luna, teniamo gli occhi fissi sul dito che indica la luna. E continuiamo a non saper (forse a non voler?) distinguere tra narrazione e percezione, tra la realtà e la sua immagine manipolata. Insomma, alla fine, tra vero e falso.

Digger di Alejandro G. Iñárritu, con Tom Cruise, Riz Ahmed, John Goodman, Jesse Plemons, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg