Eterno Prog. Dai King Crimson ai Winstons

In Musica

La band inglese, che compie cinquant’anni quest’anno, e il giovane gruppo italiano sono l’alfa e l’omega della musica Progressive, che ancora gode di ottima salute

I King Crimson compiono cinquant’anni. Chi l’avrebbe mai detto, la prima o la seconda o la terza volta che si sciolsero, e così via per le altre quattro volte? Già, perché quella che ascoltiamo oggi, con sette musicisti sette sul palco, un’inedita frontline di tre batteristi e dietro, in seconda fila, due chitarristi, un bassista e un sassofonista, è l’ottava formazione – ma sarebbe più giusto dire l’ottava reincarnazione – della band simbolo del progressive che prese forma nel 1968 e incise il primo album, il leggendario In the court of the Crimson King, nel 1969.

L’unico elemento di continuità, se posate lo sguardo e l’orecchio su quest’ultima formazione – fatelo godendovi qui sotto il loro brano più canonico e minaccioso, 21st century schizoid man, ristrutturato e riletto dal vivo in Giappone nel 2015 – è l’attempato e atticciato signore con gli occhiali in fondo a destra, che alla fine di un’esecuzione al tempo stesso torrenziale e metronomica bacia la chitarra con aria timidamente soddisfatta.

“Disciplina”, contro il caos e l’apparente anarchia di una musica in perenne mutazione, è una delle chiavi di lettura di questa vicenda che compie mezzo secolo. E “disciplina” è una parola d’ordine del meticoloso dittatore della band, rockstar riluttante e sfuggente che non beve, non fuma e detesta le droghe e le vite spericolate.

Il Re Cremisi, che all’inizio dell’avventura stava per Belzebù, è lui. Robert Fripp, nato il 16 maggio 1946 a Wimborne Minster, una cittadina di poco meno di 15mila abitanti nel Dorset che è sorta attorno all’omonima chiesa e custodisce un Giudizio di Salomone di Sebastiano Del Piombo. Siamo a sud ovest di Londra e di ogni cosa, in una contea di dolci colline che digradano sul mare prodiga di scrittori e visionari: Thomas Hardy (l’immaginario Wessex dei suoi romanzi è proprio qui), il Douglas Adams della Guida galattica per autostoppisti, il supremo narratore di spie deluse e ambiguità morali John Le Carrè, la giallista P. D. James.

In questa contea appartata il ragazzo Fripp cresce solo e annoiato. «Da giovane è una colpa non avere amici» lascerà detto in un’intervista, scrollando le spalle. Secondo il suo compagno di scuola Gordon Haskell, che sarà cantante e bassista dei King Crimson nel secondo e nel terzo album della band (In the wake of Poseidon e Lizard, entrambi del 1970) e che presto abbandonerà la formazione dando a Fripp del “fascista” per via della sua leadership educata e tirannica, capricciosa non meno che puntigliosa, in definitiva frustrante e sfiancante per i partner, «l’impressione era che sua madre e suo padre non avessero posto per lui nella loro vita; si è trovato a doversela cavare da solo».

Se la cava, agli inizi, con un trio proto-prog di levatura modesta creato assieme ai fratelli Michael e Peter Giles, batterista e bassista, che sovrastano la sua chitarra destinata – ma ancora non lo è – a diventare inconfondibile. L’album, francamente dimenticato e da dimenticare, è The cheerful insanity of Giles Giles & Fripp. Lo pubblica nel 1968 la Deram, una sottolabel della Decca che ha sotto contratto i Moody Blues, quelli di Nights in white satin, con l’obiettivo di fare emulare il loro sinfonismo ai tre provinciali.

Non funziona ma intanto il trio è diventato quartetto con la prima mossa tirannica di Fripp. Via il bassista e cantante Peter Giles – l’emergente leader ha proposto, in un’alternativa “democratica” che l’estromesso giudicherà ipocrita, di abbandonare lui il gruppo – e dentro, al suo posto, il carismatico Greg Lake destinato di lì a poco a fama e fortuna stellari con il trio Emerson Lake & Palmer. Dentro anche il flautista, tastierista e polistrumentista Ian Mc Donald. E, quel che più conta, quinto membro come paroliere (e tecnico delle luci e del suono), il visionario Pete Sinfield che in seguito scriverà per gli ELP e per i Roxy Music (sarà sempre lui l’autore dei testi inglesi della Premiata Forneria Marconi) e ahinoi anche per Cher e Celine Dion.

Un rodaggio nei club – a Newcastle, allo Speakeasy e al Marquee di Londra che vede anche l’esordio dei coevi Pink Floyd – e un clamoroso esordio live a Hyde Park nel concerto dei Rolling Stones per commemorare lo scomparso Brian Jones, e i giochi sono fatti: la Island di Chris Blackwell li mette sotto contratto, la sala d’incisione li aspetta. Il risultato è In the court of the Crimson King, 1969, pietra miliare del progressive assai bene accolto in patria e all’estero (è quinto in Gran Bretagna, entra nella Top Twenty americana) e album fra i più belli e importanti dell’intera storia del rock.

Cupi e maestosi e sognanti, onirici e minacciosi, i King Crimson dilatano la forma canzone e promuovono il mellotron a strumento principe e marchio di fabbrica. Il resto lo fanno la voce carismatica di Greg Lake, le intricate trame chitarristiche di Fripp, i flauti sognanti di Mc Donald, i testi densi di Sinfield, l’iconica copertina dell’album (una bocca spalancata in un urlo, con la chiostra dei denti in primo piano: l’ha disegnata un giovane artista della Chelsea Art School, Barry Godber, che morirà ventiseienne di lì a pochi mesi in seguito a un attacco cardiaco).

I King Crimson del folgorante esordio fissano già le modalità – il canone insieme estetico ed esistenziale – che li accompagneranno lungo tutta la loro tumultuosa vicenda. Sono europei e non americani, nel senso che guardano alla musica colta anche contemporanea – di loro si dirà, fra le altre cose, che cercano di fondere Bela Bartok con Jimi Hendrix – e non al blues, come tutta la grande leva chitarristica inglese del periodo, da Eric Clapton a Jimmy Page, da Jeff Beck a Peter Green. Sono modernisti nell’approccio compositivo e strumentale: non guardano al passato e non cercano di mettere in bella calligrafia rock pagine della tradizione classica, come faranno gli ELP e gli Yes, e sono pronti a far loro ogni novità tecnologica, adottando nel corso del tempo elettronica e chitarre futuribili, nuovi sintetizzatori e distorsori, Chapman stick e batterie elettroniche.

Sono poco o niente inclini a ripetersi e sempre pronti a esplorare nuove strade: e infatti si spingeranno col tempo sempre più fuori dai confini canonici del rock, con un gusto marcato – a volte anche debordante – per l’improvvisazione torrenziale, incorporando spezie jazz e free form, paesaggi sonori e ambient music (gli esperimenti di Fripp con Brian Eno con l’ottimo No pussyfooting), improvvisazioni chitarristiche su nastri magnetici in loop (i cosiddetti “frippertronics”), suggestioni gamelan, decostruzioni del pop e della dance che giocano d’anticipo negli anni ’80 sulla nascente new wave.

E infatti, cinquant’anni dopo il loro esordio, i King Crimson non danno affatto l’impressione del gruppo di reduci che fanno quasi tutti i gruppi coevi, si chiamino Rolling Stones o Pooh, sempre pronti a fare qualche soldo con le reunion – loro il gruppo storico del 1969, anche quando la tentazione era forte, non l’hanno mai rifondato – e con il traffico delle indulgenze rock sotto forma di rassicurante nostalgia. Più che al progressive, oggi verrebbe da considerarli gli inventori dell’art rock: una musica ambiziosa – qualche volta anche velleitaria – ma ostinata e coerente nella sua mutevolezza. Una musica di nicchia, minoritaria, che non cerca la consolazione degli stadi e il conforto della ripetizione. Una musica “influente, non affluente”, per dirla con uno dei loro storici e grandi componenti, il batterista Bill Bruford.

È inutile ripercorrere qui per filo e per segno la loro intricata storia, fatta di discese ardite, lunghi periodi di stasi ed energiche risalite: la potete trovare, raccontata con le mille minuzie che una vicenda così densa e complessa richiede, su Wikipedia. Qui basterà soltanto coglierne i tratti salienti. Delle innumerevoli formazioni abbiamo detto. Frutto soltanto del capriccio? Il temperamento soavemente autocratico di Robert Fripp, il suo continuo fare e disfare c’entrano qualcosa. Ma questo gioco dell’araba fenice, questo perenne dissolversi e rinascere dei King Crimson, in qualche modo ci invita a rileggere con atteggiamento meno fideistico il mito rock, oggi forse cimitero degli elefanti ma per un lungo arco di tempo musica della contemporaneità, persino del futuro.

E il mito della band, luogo di fratellanza e di grandi rivalità – dalla traumatica fine dei Beatles ai “fratelli coltelli” Gallagher degli Oasis –, con la vicenda dei King Crimson ci si consegna nella sua duplice dimensione: come luogo degli scambi creativi, delle affinità elettive o delle scarse sintonie (molti dei componenti dei Crimson abbandonano, o vengono messi alla porta, perché non capiscono o disprezzano la musica che Fripp propone o impone) e come “ditta”, con i suoi padroni e i suoi salariati (molti dei grandi musicisti che hanno fatto parte della formazione, dal bassista Tony Levin al batterista dei Porcupine Tree Gavin Harrison, sono anche richiestissimi session men).

La storia dei King Crimson è, da questo punto di vista, il sogno della forse impossibile ma irrinunciabile utopia: quella di una musica che non sta mai ferma e, continuando a inseguire e a interrogare il futuro, cerca anche ogni volta possibili forme concrete per esprimersi (le numerose e mutevoli formazioni della band sono di volta in volta trii e doppi trii, quartetti, quintetti, sestetti a volte da scomporre e riassemblare: i cosiddetti “projeCKts”, le piccole unità mobili e intelligenti da contrapporre al gigantismo rock). E di un’altra utopia, questa sì del capriccioso “re cremisi” Fripp: di avere di volta in volta partner, comprimari e allievi in sintonia (quanta bella gente è passata alla sua corte, dall’immaginifico percussionista Jamie Muir al vertiginoso chitarrista Adrian Belew capace di rifare su sei corde il barrito di un elefante) per accontentarsi il più delle volte di stratosferici subordinati.

Il resto è minuta aneddotica rock: litigi e porte sbattute, dichiarazioni di volta in volta argute o supponenti, crisi mistiche (Fripp starà per quattro anni a fare il fabbro in una comunità ispirata alle teorie del guru-ciarlatano Gurdijeff), ritiri in campagna, comparsate che passano alla storia (ancora Fripp che, stavolta a Berlino, incide in una sola giornata le parti chitarristiche di un album epocale come Heroes di David Bowie) e feticismo documentario (la casa discografica fondata da Fripp, la Discipline Global Mobile, che inonda il mercato con centinaia di dischi che documentano inediti e concerti della band).
Restano, di questi cinquant’anni, fiumi di musica. Ispida, intricata, spigolosa, a volte cerebrale. Mai uguale, sempre ostinata. Necessaria. Buon non compleanno, King Crimson.

Roberto Casalini

 

THE WINSTONS, ULTIMA FRONTIERA

Il Prog, con la P maiuscola, va ascoltato dal vivo. I dischi sono importanti, ci mancherebbe, ma la musica progressiva mette insieme tecnica eccellente, voglia di sperimentare e una sana dose di follia creativa. E tutti questi sono elementi che dal vivo possono fondersi e creare quel mood onirico che diventa la base del piacere di ascoltare questa musica.

Dove? Per esempio ai concerti dei Winstons, trio delle meraviglie di cui su Cultweek abbiamo già parlato qualche anno fa e che fanno delle esibizioni live il cuore della loro attività sonora.

Enrico Gabrielli tastiere e fiati, Roberto Dell’Era basso e voce, Lino Gitto batteria e voce. Tre musicisti che suonano in contemporanea con altri progetti (Gabrielli da solo ne ha almeno altri tre, Dell’Era è il bassista degli Aftehours e ha una sua carriera solista, Lino Gitto suona negli Ufo e in tante altre occasioni) e che, condividendo una sana passione per certo rock sinfonico, vintage e psichedelico, hanno deciso non solo di fare omaggio alle grandi composizioni dell’epoca, ma anche di scrivere, suonare e pubblicare materiale nuovo. Nel 2016 è uscito il loro primo album omonimo, e a breve arriverà un nuovo lavoro discografico.

Nei concerti i pezzi sono meravigliosamente… analogici, nel senso che sembra veramente di sentire cose pensate e suonate all’inizio degli anni settanta. Suoni prolungati, giochi di voci, echi dei Soft Machine e dei Nucleus miscelati a idee più recenti ma in compenso è tutto live (in realtà l’effetto lo ritrovate anche ascoltando il disco, possibilmente a volume alto) e si ricreano quelle atmosfere dove la musica è dominante su tutto il resto. In due parole, si “viaggia”.

Si viaggia proprio con la testa seguendo i percorsi dei brani, comprese le meravigliose cover di King Crimson, Stranglers (Golden brown, bellissima) e Genesis, di cui tra l’altro rifanno Carpet Crawlers, pezzo leggendario tratto da The lamb lies down on broadway. Chi scrive adora questa canzone, ma non ha mai avuto occasione di sentirla live causa mancanza di tour dei Genesis da anni. Beh, la versione dei Winstons mi ha commosso, liberando ricordi ed energie che stavano nascosti da qualche parte.

La band suona spesso dal vivo a Milano. Non perdeteli alla prossima occasione: abbiamo in casa dei campioni, scegliete di “viaggiare” con loro e non ve ne pentirete.

Eddi Berni

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