Angelina Jolie si prende gran parte della scena di “Couture”, il film dedicato alla moda della regista e sceneggiatrice francese Alice Winocour. E’ lei al centro dei duetti con i ruoli maschili di rilievo, affidati a Louis Garrell e Vincent Lindon, sono suoi gli aspetti dolorosamente autobiografici del personaggio. Eppure, nonostante il film riesca a cogliere istanti di verità nella vita delle ragazze protagoniste, risulta troppo costruito e non coinvolgente. Un esperimento non privo di fascino ma poco coraggioso
Maxine (Angelina Jolie), la protagonista di Couture, il nuovo film della regista e sceneggiatrice francese Alice Winocour, è una regista americana per la prima volta alle prese con il mondo dell’alta moda parigina. E soprattutto a un passo dal realizzare il suo sogno più grande: dirigere un film con un budget importante e finalmente dare una svolta alla sua carriera. Anche Ada (Anyier Anei) è convinta che i pochi giorni della Paris Fashion Week potranno cambiare per sempre la sua vita. Lei è giovanissima, arriva dal Kenia dove è cresciuta con la sua famiglia in fuga dalla guerra nel Sudan del Sud. Ha paura del mondo, del futuro, di tutto, ma è sicura che se riuscirà a imparare a camminare sui tacchi tutto andrà bene.
Per Angèle (Ella Rumpf) la vita sembra più facile, o forse solo più definita: è una truccatrice esperta, lavora tanto, guadagna bene, e nel (poco) tempo libero scrive. E anche lei ha un sogno nel cassetto: riuscire a pubblicare quelle righe che ogni giorno scrive e riscrive, quelle storie che vorrebbe far conoscere. Storie che sono sue e delle donne che lavorano con lei, soprattutto di quelle ragazze che incrocia sui set fotografici: modelle giovanissime, spesso poco più che adolescenti, volti e destini tanto diversi, non sempre davvero fortunati.
E se Ada finisce col somigliare un po’ ad Alice che si addentra suo malgrado nel Paese delle Meraviglie, Maxine è colei che scopre quanto può essere dura la realtà, e quanto il corpo può rivelarsi il tuo nemico peggiore, nel momento in cui si ammala, e così ti tradisce, proprio quando più ne avresti bisogno. Perché per realizzare le proprie ambizioni c’è bisogno di una forza sovrumana e di un’infinita resistenza alla fatica e al dolore. E questo vale soprattutto per le donne.
Gli intrecci di sogni, desideri e paure di tre donne diversissime sono la materia di cui è fatto questo film, interessante per quello che racconta ma anche e soprattutto per quello che soltanto lascia intravedere, tra un’ombra, una luce, un riflesso, una concatenazione di sguardi e di fatalità. Sullo sfondo di una città bellissima ed estranea, sotto un cielo pronto a rivelarsi nemico, e comunque indifferente alla nostra umana (in)felicità.
Un film a tratti riuscito, capace di cogliere nel segno, individuare il punto esatto in cui la fragilità del corpo diventa elemento catarifrangente, specchio che brucia, scheggia impazzita, frammento acuminato e feroce. Ma gli istanti di verità e trasparenza sono pochi, sparpagliati e sporadici, all’interno di un film fondamentalmente opaco, troppo costruito, programmaticamente concentrato nel voler dire tutto, nel voler dire troppo. E paradossalmente, proprio per questo, esposto al fallimento, all’incapacità di coinvolgere lo spettatore nella sofferenza, nello stupore, nella confusione, a tratti persino incantata, dei suoi personaggi.
E così, proprio ciò che sappiamo dolorosamente, autenticamente autobiografico del personaggio interpretato da Angelina Jolie – che si prende gran parte della scena (anche nei duetti con gli unici ruoli maschili di un certo rilievo, affidati a Louis Garrel e Vincent Lindon) – finisce con l’essere la parte meno convincente di un film non privo di fascino ma piuttosto carente di vero coraggio.
Couture, di Alice Winocour, con Angelina Jolie, Anyier Anei, Louis Garrel, Ella Rumpf, Vincent Lindon