Torna “Matrix” e la nuova cyber-favola, ben ancorata al passato, è solida. E comprensibile!

In Cinema

Rimasta sola alla regia di questo “Matrix Resurrections”, 23 anni dopo l’episodio originario, Lana Wachowski sceglie di nuovo Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss per protagonisti, che sfoggiano immutato carisma. E riesce a raccogliere qualcosa di nuovo e avvincente, mescolato a un’enorme dose di rimandi e dejà vu per i fan storici delle sparatorie in “bullet time”. Così l’essere umano ancora una volta trionfa sulle macchine, grazie alla sua capacità di amare e rompere gli schemi 

Attenzione: prima di entrare in sala si consiglia vivamente di rivedere, a scopo di ripasso, gli episodi 1, 2 e 3. Altrimenti si finisce per idealizzare il passato, come con le storie d’amore finite da troppo tempo, e rendere il confronto con il presente più impietoso di quanto sia davvero necessario. Perché, chiariamolo subito: Matrix: Resurrections non è un film perfetto, ma poteva essere molto, molto peggio. E invece, sorpresa ma non troppo, la regista Lana Wachowski, pur orfana della sorella con cui aveva diretto i primi tre capitoli della saga, riesce a raccogliere in un unico lungometraggio qualcosa di sufficientemente nuovo e avvincente, mescolato a un’enorme dose di rimandi e dejà vu che faranno impazzire i fan storici delle sparatorie in bullet time.

Il quarto step di una delle epopee di fantascienza più iconiche degli ultimi vent’anni e passa (il primo, dirompente Matrix, è del 1999), è una scaltra via di mezzo tra il sequel e il reboot, rinfrescante quanto basta e ripulita quanto serve: agli ortodossi della saga, per esempio, non sfuggirà il passaggio dall’indigestione di CGI che erano stati Reloaded e Revolutions a combattimenti più “umani”, a base di stunt e pistole che uccidono davvero. Ma, parlando di icone, allo spettatore basterà vedere di nuovo insieme Keanu Reeves e Carrie-Anne Moss per sentirsi a casa, come se non fosse passato un giorno, tanta è la disinvoltura quasi naturale con cui entrambi riprendono il proprio ruolo con lo stesso, immutato carisma.

Carisma che non manca, e anche questa è un po’ una sorpresa, alle inquietanti new entry Jonathan Groff e Neil Patrick Harris, personaggi e interpreti forse non all’altezza dell’indimenticabile Agente Smith/Hugo Weaving (assente per impegni teatrali durante le riprese) ma abbastanza ben spesi da vincere ai punti un posto alla tavola dell’eletto e signora. Lo stesso, ahimè, non si può dire di altri comprimari, primi tra tutti una Jada Pinkett Smith invecchiata (male) al computer, e un Morpheus ringiovanito (altrettanto male) dal volto di Yahya Abdul-Mateen II.

Ma ciò che sorprende di più, in quest’ultima aggiunta alla monumentale trama filosofico-fantascientifica messa in piedi dalle sorelle Wachowski, è che per la prima volta si capisce tutto: in un perfetto equilibrio tra spiegoni e cazzotti, l’aspetto più gradevole è proprio una trama in cui finalmente tutto torna senza bisogno di tutorial per informatici new-age. Laddove il secondo e il terzo capitolo avevano finito per seppellire quanto di buono il primo aveva costruito, Resurrections è invece un prodotto per certi versi più semplice, ma in senso buono. È vero, i digiuni della saga avranno grosse difficoltà a mettersi in pari in corso d’opera, tanti sono i richiami a quanto visto fin qui. D’altra parte però, costretta a condensare tutto in due ore e mezza di pellicola anziché in una nuova trilogia, Lana Wachowski riesce a ripetere tutto (peraltro con un espediente narrativo decisamente azzeccato) e aggiungere anche qualcosa, senza quasi mai esagerare.

Quasi, ovviamente, perché, accanto alle delucidazioni sui passaggi di sceneggiatura più ostici o forzati, non mancano certo scazzottate a colpi di kung-fu (sì, Neo lo conosce ancora) e piogge di proiettili, come è tratto distintivo del franchise. Ma è solo una parte di una cyber-favolona che pare volutamente rifarsi soprattutto al Matrix degli esordi, con i suoi giochi di rivelazioni e scatole cinesi, al cuore delle quali troviamo ancora, inevitabilmente, l’essere umano che trionfa sulle macchine grazie alla capacità di amare e rompere gli schemi. 

Niente di nuovo, dunque, ma un vecchio che dimostra di funzionare ancora quanto basta per far leva sugli affetti dello spettatore, pronto a sorvolare su ingenuità da classicone hollywoodiano d’altri tempi, pur di scegliere ancora una volta la pillola rossa e seguire il Bianconiglio (l’altra novità del cast, Jessica Henwick) nella sua tana di ingranaggi e grattacieli. Anzi, in questo Matrix: Resurrections è a conti fatti soprattutto un manifesto della sua regista e autrice: contro un’industria del cinema sempre più costruita sul freddo calcolo di indici di gradimento, sarà sempre l’imprevedibilità di sentimenti senza tempo la vera scheggia impazzita pronta far saltare il banco.

Matrix Resurrections di Lana Wachowski, con Keanu Reeves, Carrie-Anne Moss, Jonathan Groff, Neil Patrick Harris, Jada Pinkett Smith, Yahya Abdul-Mateen II, Jessica Henwick, Priyanka Chopra