Chicago ’68, così il potere processò la rivoluzione (più o meno pacifista)

In Cinema

Sceneggiatore e regista, Aaron Sorkin ricostruisce i drammatici fatti della Convention democratica e il processo ai leader che avevano portato in città la rivolta giovanile. Contro un giudice pilotato (Frank Langella, strepitoso) si battono imputati e avvocati, prototipi delle diverse anime del movimento anti guerra del Vietnam. Cast eccezionale con Eddie Redmayne, Sacha Baron Coen, Mark Rylance, Jeremy Strong, John Carroll-Lynch, Michael Keaton, Joseph Gordon-Levitt, Yahya Abdul-Mateen II

Dice Aaron Sorkin, regista e sceneggiatore di Il Processo ai Chicago 7, visibile al cinema e sulla piattaforma Netflix (che lo distribuisce anche nelle sale): «non ho mai voluto che fosse un film sul 1968, un esercizio di nostalgia o una lezione di storia. L’ho sempre inteso come un film sul presente. Quello che non sapevo è quanto il presente sarebbe stato come il 1968». Forse il risultato non è esattamente questo, perché il ritorno delle immagini drammatiche di quei giorni dà molta forza anche al passato, ma certo il racconto si rispecchia nell’oggi del “black lives matter” e degli omicidi della polizia, sicuramente negli occhi degli spettatori assai più che gli scontri alla Convention democratica di oltre 50 anni fa. Comunque sia, il film, che alla fine è a suo modo un legal-drama, come La parola ai giurati o In nome del popolo italiano, ha suscitato reazioni opposte e quasi estreme: entusiasmo e apprezzamento per lo script, gli attori e gli eventi riportati all’attenzione del pubblico in piena era elettorale trumpiana, ma anche rigetto e critiche per l’imperfetto mix dei temi affrontati e l’approccio non sempre abbastanza serio e politico ai drammatici fatti e ai loro protagonisti.

Quest’ultima obiezione, sollevata da più parti, non tiene però conto che chi ha vissuto la stagione dei conflitti di fine anni 60, negli Usa come in Europa, ricorda come una parte ludica, divertente, creativa, fosse componente essenziale di quel movimento, in molte sue parti e non solo in quella hippie e radicale qui rappresentata dall’eccellente coppia formata da Sasha Baron Coen (Abie Hoffman) e Jeremy Strong (Jack Rubin, che da “grande” farà poi il broker!). E la ribellione alle dinamiche personali, psicologiche, relazionali dell’America di allora era importante quanto quella strettamente politica, e conteneva germi di forte irrisione, surrealismo, anche irrazionalità (spesso poetica, però) che benissimo si canalizzavano nei meccanismi dell’ironia. Cosa di cui molto si giovò ovunque, negli anni seguenti, lo show-business, da Dario Fo a Woody Allen, diversissimi ma analogamente imparentati con le migliori forme di rivolta ilare al potere. Il ’68 scherzava sui “santi” (anche sui propri) e al tempo stesso mostrava il sangue, l’ingiustizia dello Stato e della sua polizia, e di una magistratura pilotata, negli Usa anche nominata, in senso istituzionale. Copi e Che Guevara, Marcuse e Marx.

Ma c’è un altro motivo per la vena divertente del film, che va detto corre in parallelo a quella di denuncia, documentazione, attraverso i filmati d’epoca sugli scontri intorno alla Convention, tenutasi poche settimane dopo l’assassinio di Robert Kennedy che aveva privato il partito del suo candidato vincente da opporre al repubblicano Nixon, poi eletto. E’ la mano di Sorkin in sceneggiatura (che risale al 2007) e regia (che avrebbe potuto toccare a Spielberg, poi solo produttore), quella dell’autore di copioni fortunatissimi, dalla serie tv The West Wing ad altri film di soggetto “presidenziale”, al primo film di successo internazionale (2010) su Facebook, Twitter e l’era digitale, The Social Network, dove si apprendevano, non senza sarcasmo, splendori e miserie di Zuckerberg nella sua irresistibile ascesa al successo. Oggi 59enne scrittore di teatro e cinema, produttore e da poco regista (è questo il suo secondo film dopo Molly’s game, 2017), Sorkin lavora negli Studios da una trentina d’anni, almeno dal 1992 quando scrisse il suo primo copione, Codice d’onore, dramma etico-militare con un maiuscolo Jack Nicholson generale nevrotico e para-fascista.

Insomma è un esponente di spicco di quella intellighentsia jewish che tra Broadway e Hollywood sforna film e serie su temi politici e di attualità. Nel momento del trumpismo più delirante, a poche settimane dal nuovo pronunciamento elettorale, niente di più abrasivo. Ma mai solo serioso, perché questa generazione di autori ha imparato a conquistare il pubblico dosando il doppio registro del dramma e della satira, mostrando la violenza della Guardia Nazionale chiamata del sindaco Daley, il sangue che corre dalle parole alle strade di Chicago, ma anche i duelli furibondi, dialettici e spesso satirici, fra i leader della rivolta: e qui è ottimo Eddie Redmayne nel ruolo del moderato Tom Hayden, cui toccherà alla fine del processo ai sette leader della protesta, da cui il titolo del film, la requisitoria più dura contro il potere politico e giudiziario, gestito dallo scorretto e prevenuto giudice Hoffman, cui dà volto e grinta un Frank Langella strepitoso, soprattutto nello scontro con Michael Keaton, altrettanto convincente nel ruolo dell’ex procuratore Clark, fieramente schierato contro il nuovo presidente Nixon.

Una requisitoria rimasta famosa – che concluse un lungo processo durato quasi un anno, da marzo 1969 a febbraio 1970, seguito da un appello che scagionò due anni dopo tutti gli imputati – perché “semplicemente” consisteva nella lettura dell’elenco dei caduti americani in Vietnam nei mesi intercorsi tra i fatti di Chicago e l’inizio di quelle udienze. I leader messi sotto accusa erano infatti lì per aver voluto protestare contro la “sporca guerra”. La lettura dei nomi degli oltre quattromila caduti spinge a un gesto d’onore anche l’avvocato dell’accusa, il dubbioso ma implacabile Schultz (un eccellente Joseph Gordon-Levitt), impegnato in epici duelli con il sempre bravo Mark Rylance che dà volto a Kunstler, legale della difesa e incarnazione del classico progressismo etico e sociale americano.

Nel film e nel processo, che resta il cuore del racconto di Sorkin, forte di ben 11 protagonisti e di un’idea di democrazia che nello svolgersi del processo si mette in scena quasi come uno spettacolo, recitato e manipolato, un ruolo a parte tocca a Bobby Seale (nel film Yahya Abdul-Mateen II), il famoso leader del Black Panther Party che in quegli anni terrorizzava l’America moderata ma riusciva a guidare la protesta dei neri. A parte, perché dal processo fu poi escluso, e la sua posizione stralciata dopo una burrascosa seduta in seguito alla quale fu addirittura picchiato negli uffici federali per i comportamenti di sfida al giudice. Andò così nella realtà e la sceneggiatura segue i fatti. Ma resta incerta la caratterizzazione di questo mondo black così deciso e minaccioso, in fondo un po’ estraneo alle buone maniere e alle idee di gran parte degli altri imputati, tra loro in disaccordo su stile, tattica, strategia, visone del futuro, ma in qualche modo uniti dall’essere tutti bianchi. Come gli avvocati, il giudice, i membri della giuria (tranne uno).

Eppure nelle strade d’America, allora come oggi, i neri ci sono, anche perché i torti che subiscono, gli omicidi, le ingiustizie, non sono cambiati tanto. E in un film che ricorda, rimanda a quel grande movimento di protesta, una certa difficoltà a trattare il ruolo di quella parte di popolazione, che fra l’altro sul fronte asiatico lasciò un gran numero di morti, colpisce un po’. A proposito di questo, chi non l’ha già fatto può vedere, sempre su Netflix, Da 5 Bloods – Come fratelli, l’ultimo film di Spike Lee che racconta il ritorno in Vietnam, fisico e psicologico, di un gruppo di amici, ex soldati black. Merita.

Il Processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin, con Frank Langella, Sasha Baron Cohen, Eddie Redmayne, Michael Keaton, Mark Rylance, Yahya Abdul-Mateen II, John Carroll-Lynch, Jeremy Strong, Joseph Gordon-Levitt