Doveva essere una bandiera, ma è diventata un’asta vuota. A Bagnoli, dove la comunità continua a battersi per il proprio mare e contro trasformazioni imposte dall’alto, l’opera di Teresa Antignani nasce dal rifiuto delle donne del quartiere di partecipare a un progetto percepito come istituzionalmente compromesso. Il boicottaggio si trasforma così in gesto artistico e politico, in un’assenza che rende visibile un conflitto ancora aperto.
A Bagnoli doveva sventolare una bandiera. Doveva sventolare ALBANOVA.
ALBANOVA di Teresa Antignani — artista e attivista — è un ciclo di opere tessili corali, realizzate in collaborazione con donne di diverse comunità. Una pratica eco-femminista di lungo corso che attraversa i territori feriti dalla speculazione industriale per restituirne voce, immagine e simbolo. Una bandiera che vede, come atto finale del processo generativo partecipato, il gesto dello sbandieramento veemente dell’artista.

A Bagnoli doveva sventolare una bandiera. L’azione partecipata si contestualizza nell’ambito di MEDSAIL — Mediterranean Ecologies and co-Design through the Sailing Art Inclusive Lab — un progetto di ricerca sviluppato dal Dipartimento di Architettura (DiARC) dell’Università Federico II di Napoli, in partnership con Collettivo Zero APS, nell’ambito del programma europeo Horizon Europe, pensato come un laboratorio itinerante dove artisti, scienziati e comunità locali cooperano per costruire una cultura dell’oceano socialmente ed ecologicamente inclusiva. Il focus della ricerca è il litorale occidentale napoletano, e Bagnoli ne è il caso paradigmatico: ettari di terra e di mare classificati come Sito di Interesse Nazionale, dove milioni di euro di risorse pubbliche si traducono in un mare ancora oggi inaccessibile e inquinato. Su questo stesso litorale che la comunità rivendica da decenni come bene comune, le istituzioni hanno approvato la costruzione di un porto turistico mentre l’America’s Cup 2027 sta ridisegnando gli equilibri del territorio senza un reale coinvolgimento di chi ci vive.

Per Bagnoli, Teresa aveva immaginato una nuova bandiera della serie. Un vessillo collettivo, tessuto con le donne di Bagnoli e dei movimenti di lotta, capace di dare forma visibile alla resistenza del quartiere contro le trasformazioni imposte dall’alto: trent’anni di promesse, bonifiche mai completate, e ora un porto turistico al posto della spiaggia pubblica che Bagnoli rivendica da sempre. Teresa Antignani ha incontrato le donne del movimento, ha parlato della sua proposta, del progetto e di come questo fosse inquadrato nell’ambito di un progetto di ricerca accademica. L’idea di una bandiera condivisa è piaciuta ma il movimento ha deciso di boicottare il progetto, rifiutando il contesto istituzionale entro cui si sarebbe dovuto realizzare. Il movimento ha dato un messaggio radicale che l’artista non ha voluto ignorare. La bandiera non è stata fatta e la sua non-realizzazione è diventata l’opera stessa.

Nasce così “A una bandiera basta il vento”. Un’asta – quella che avrebbe fatto sventolare la bandiera – installata sul litorale bagnolese, diventa l’espressione del dissenso, la forma precisa di un rifiuto. L’asta vuota non segna un’assenza. Segna una scelta. L’assenza della bandiera non è vuoto: è pienezza di contenuto politico, di relazioni costruite, di posizionamenti netti. L’assenza della bandiera non è ontologicamente neutra, bensì una scelta inflessibile e parlante. L’asta infatti non è sola: viene accompagnata da un testo scritto dall’artista e condiviso dalle donne bagnolesi del movimento. Parole che custodiscono tutto ciò che non si è voluto cedere.

La fenomenologia di questa opera rovescia la logica della rappresentazione: di solito una bandiera afferma, rivendica, occupa lo spazio simbolico. Qui invece lo spazio simbolico è occupato dalla sua negazione. L’asta senza drappo dice più di qualsiasi stendardo. Dice che certe presenze non si danno a qualunque condizione. L’assenza conferma una scelta e una presenza attiva e consapevole della comunità. Anche Teresa Antignani sceglie di non presenziare alla propria opera, perché la sua voce, come la bandiera, rivendica restando assente. C’è un’eco, qui, con un’altra opera che ha fatto della propria sparizione un atto politico: il Mahnmal gegen Faschismus (Monumento contro il Fascismo) di Jochen Gerz ed Esther Shalev-Gerz, ad Amburgo, una colonna che si inabissava lentamente sotto il peso delle firme di chi la visitava, fino a scomparire del tutto sottoterra. Del contro-monumento resta visibile solo una porzione di quella colonna, su cui si legge: “Alla fine, siamo soltanto noi che possiamo ergerci contro l’ingiustizia.” Non è la stessa assenza — lì la sparizione era progressiva, qui è un rifiuto netto fin dal principio — ma il principio che le attraversa entrambe è lo stesso: l’opera si toglie di mezzo perché non è essa il punto. Il punto è chi resta, chi agisce, chi sceglie di ergersi.

Perché l’arte partecipativa non vale solo per le relazioni che mette in moto, ma per il tipo di relazioni che produce: le condizioni materiali, economiche e politiche da cui è attraversata, le esclusioni che rende visibili, le tensioni che lascia emergere senza ricomporle. Il boicottaggio formale non è quindi una sconfitta, ma il segno di un terreno etico condiviso, un percorso partecipato che porta l’artista, in sintonia con il movimento, a trasformare il rifiuto in una contro-bandiera.
Il 5 luglio, assieme a uno striscione di protesta, l’asta di legno fissata alla ringhiera, con inciso il titolo dell’opera “A una bandiera basta il vento”, è comparsa a Bagnoli, a Piazza a Mare. Posta in corrispondenza del “chiavicone”, si confronta col mare inquinato, quello stesso mare che il quartiere rivendica da decenni come bene comune.
L’asta vuota resta lì, al centro della piazza. Finché quella bandiera non ci sarà, il conflitto è ancora aperto e il nostro compito è assicurarci che nessuno lo dimentichi.

Questo il testo del comunicato scritto e diffuso da Teresa insieme alle donne e ai movimenti di Bagnoli.
A UNA BANDIERA BASTA IL VENTO
Di una bandiera, oggi, solo un’asta vuota è quello che si può manifestare plasticamente.
Non è stata impossibilità: la non partecipazione a un processo collettivo è una presa di posizione radicale che non può restare silente, soprattutto quando a compiere la scelta sono donne libere.
Corpi, coscienze e territori feriti utilizzano ogni arena possibile, anche quella dell’assenza, per esercitare il conflitto.
Bagnoli è in lotta. Da sempre.
Da quando si è vista negare il mare per la presenza di metalli pesanti, da quando le è stata negata l’aria intrisa d’amianto, da quando hanno deciso di rubarle ettari di suolo per realizzare un porto per ricchi e tentare così di distruggere ed annientare finanche il desiderio di poter immaginare un territorio finalmente riconsegnato alla comunità. Senza cumuli di scorie e rifiuti speciali.
Quella che doveva essere una operazione di ripristino della costa, sta attualmente trasformandosi in una grigia colata di suolo impermeabilizzato, rappresentando così, l’ennesima promessa tradita. Dalle prime rivendicazioni operaie all’autodeterminazione che caratterizza le intenzioni dei movimenti, Bagnoli sembra essere attraversata da una pluralità di voci che urlano insieme “vogliamo il pane e anche le rose”.
L’America’s Cup, la gestione di Invitalia, le strette di mano di Manfredi con la Meloni e gli inni di Bennato, rappresentano il volto di un sistema che imploderà su stesso.
Questa bandiera non sventolerà oggi, non a queste condizioni, non accanto a milioni di metri cubi di inquinanti, non in un territorio stuprato dai signori del profitto, non in una comunità ingannata ancora una volta dai suoi rappresentanti acefali, non sulle ferite riaperte dalle gru che dragano un fondale senza vita.
La bandiera di Bagnoli si librerà su questo cantiere nei modi e nei tempi che detterà la comunità, libera da vincoli istituzionali, libera da giochi di potere, per manifestarsi in tutta la sua bellezza, determinazione e indipendenza.
Una bandiera della rabbia per tutti i morti di questa terra, una bandiera della dignità di una comunità che vuole un mare libero, una bandiera di memoria che non dimentichi la violenza subita, una bandiera che racconti l’utopia possibile di una società orizzontale, solidale, pacifica.
La vedete?
A una bandiera basta il vento
In copertina: Teresa a Piazza a Mare, Bagnoli. Foto Valerio Benedetto