Il m.a.x. Museo di Chiasso presenta fino all’8 marzo la mostra “Sophia Loren: il mito della bellezza disegnato con la luce”, a cura di Francesco Casetti, Angela Madesani e Nicoletta Ossanna Cavadini. L’esposizione ripercorre, attraverso il concetto di “disegnare con la luce”, le immagini più iconiche che ritraggono Sophia Loren in momenti peculiari della sua vita, durante le riprese dei suoi celebri film o in contesti più personali, immortalata da alcuni fra i più grandi fotografi dell’epoca tra cui Tazio Secchiaroli, fotografo personale della signora Loren per oltre vent’anni, Richard Avedon, Elliott Erwitt e Gianni Berengo Gardin.
La possibilità di aprire un discorso sull’immagine di Loren – che non mi risulta fosse stato mai tentato – si è basata al m.a.x. Museo di Chiasso su una scelta di estrema chiarezza.
Sono state scelte stampe fotografiche vintage – e solo qualche ristampa – di grande qualità, cioè di facile leggibilità, sia su Napoli che sulle attività di Sofia.
Vedere vuol dire farsi condurre, accettare la sfida, verso cosa ?
Direi, verso uno sguardo su Loren.
Noi abbiamo guardato l’attrice attraverso sguardi altrui.
Se questo può valere per tante celebrità, soprattutto dell’era pre-digitale, nel caso di Loren lo sdoppiamento degli sguardi è particolarmente importante, perché Sofia è viva.
Non è Marilyn (e non è James Dean), da qualche parte la potremmo pure incontrare – e avrà il bastone, i capelli tinti e le rughe in volto, con quella facilità con cui si fa guardare da suo figlio Edoardo quando le fa fare il monologo famoso di Cocteau.

Questa Loren delle foto corrisponde invece a quella specie di zia bella di tutti con cui siamo cresciuti e di cui ancora le mie studentesse, che hanno vent’anni, dicono che è “bella ed elegante” – e la parte meno o più difficilmente cresciuta di noi bofonchia o mormora con se stessa, dicendo che non è vero perché “belle ed eleganti” erano Grace Kelly e Audrey Hepburn.
Non mi sembra quindi che il discorso portante della mostra sia quello della bellezza, quanto quello della sorpresa e della confidenza : tra Sofia e l’occhio che la guarda e tra noi stessi e una specie di fisiognomica interiore (il mito dei napoletani simpatici, l’espressione di Cesira – nella Ciociara – quando chiede se hanno “scatulette”, alludendo al cibo in scatola).
Se le fotografie della mostra fossero state esposte in ordine cronologico – ma anche quello tematico non disturba – sarebbe stato ancora più evidente che Loren trova un’immagine confidente con se stessa solo attorno ai trent’anni, grazie all’incontro con Tazio Secchiaroli. La giovanissima dei film precedenti, generica poi starlet e solo dopo compagna di Ponti, ha un’immagine più banale, direi quasi impacciata – nella quale ogni tanto compare il filtro, cioè la stampa, a colori.
Elemento importantissimo nella creazione di Sofia, che da sempre, dai primi film sull’underwater e dai film opera e da Carosello Napoletano, è stata un’attrice di colori, vista con i colori della Ferrania prima e della Technicolor poi all’interno di una mediazione fortemente spettacolare e spettacolarizzata.
Così David Seymour, di cui tutti conosciamo la foto di Berenson in bianco e nero davanti alla Paolina Borghese, ritrae Sofia a colori su una terrazza romana.

Tazio Secchiaroli invece a partire dal 1963 segue e scruta una Loren diversa, quella dei back stage in bianco e nero delle grandi produzioni internazionali e dei film di De Sica a colori (il quale De Sica – peraltro – alterna il colore delle commedie al bianco e nero riservato alla Ciociara e ai Sequestrati di Altona, cioè a Moravia e a Sartre, cioè ai film “seri”).
Non erano mancati questi casi di back stage anche prima, ci sono in mostra degli scatti magnifici di Loren seduta accanto ad Anthony Mann durante le riprese del Cid, di cui ci colpisce la sensazione di abbandono e rilassatezza.
Ma con Secchiaroli – e in particolare durante le riprese de La contessa di Hong Kong di Chaplin – si perfeziona un’immagine di Sofia sorniona nel privato del bianco e nero, sempre complice con lo sguardo, allusiva e screanzata, che va a potenziare in un secondo momento la stessa caratterizzazione attorale del grande schermo colorato.
Guardate C’era una volta di Rosi, che è un monumento a questo genere di cose.
Il resto della mostra presenta momenti molto belli come il set inglese di Arabesque di Stanley Donen, con Secchiaroli che fotografa Avedon mentre quest’ultimo fotografa Sofia, e poi i viaggi in giro per i musei europei della fine degli anni 60, dal Louvre (con Loren accanto alla Gioconda) ai musei russi.
Meno significativi – perché disarmati – gli incontri con i fotografi “colti” (Berengo Gardin) e con quelli degli artisti (Mulas).

Breve – perché tale è stata, ancorché folta – la carriera di Sofia, che in termini sostanziali va dai primi anni ’50 alla Giornata particolare del ’77 (quando l’attrice ha solo 43 anni).
Poco trovarobato (le scarpe di Ferragamo) – e più importanti invece i servizi sui rotocalchi che avevano accesso e fotografavano a colori la sontuosa residenza romana di Loren e Ponti, a Marino – mentre Secchiaroli documentava in bianco e nero la nascita dei figli Carlo e Edoardo e i momenti di gioco familiare. Incuriosisce il catalogo che suggerisce, col numero degli autori e il taglio dei saggi, un’occasione espositiva frutto di cura e meditazione.