WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum

In Arte

Fino al 21 settembre 2025 il Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme presenta “WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi” a cura di Walter Guadagnini e Monica Poggi. Una straordinaria mostra fotografica che esplora il ruolo della donna dal secondo dopoguerra a oggi, mettendo in luce la forza e la complessità del cammino femminile verso l’emancipazione e le trasformazioni sociali che hanno segnato la condizione delle donne negli ultimi settant’anni.

«Non volevo essere una donna fotografa — questo mi avrebbe limitato.
Volevo essere un fotografo donna, con tutto il mondo spalancato di fronte alla mia macchina fotografica.»
(Eve Arnold)

La pioggia somiglia alle lacrime delle donne. Cade silenziosa o impetuosa, leggera come un sospiro o fitta come un dolore che non trova voce. Come le lacrime, la pioggia non conosce un solo significato: può essere un segno di fragilità, ma anche di forza, di rinascita, di gioia trattenuta troppo a lungo.
Nelle lacrime si mescolano mondi interi: la fatica di essere ascoltate, la bellezza di sentirsi vive, la rabbia per ciò che non si può cambiare e la speranza testarda di chi ogni giorno affronta il proprio cielo interiore. Goccia dopo goccia, come la pioggia che scava la terra e la trasforma, le lacrime segnano la pelle e la memoria, ma non la spezzano.
Così come in francese la mer, il mare, è un sostantivo femminile, anche il mare ha la voce mutevole delle donne: quieta e limpida, tempestosa e indomabile, capace di cullare e di travolgere.
Mare e pioggia, lacrime e donne, condividono questa natura profonda: un’esistenza che non si lascia rinchiudere in una sola forma, in un solo linguaggio.
Le lacrime delle donne, come la pioggia, non sono mai soltanto segno di resa: sono seme di cambiamento, memoria d’acqua che custodisce la vita.

Ophelias, Buenos Aires, Argentina, 2001.
© Alessandra Sanguinetti/Magnum Photos

Ed è proprio in un giorno di pioggia primaverile che la visita alla mostra è avvenuta, cullati da un sottile velo acquoso che ha accompagnato la strada alla sede espositiva, dove ad accogliere il visitatore c’è il manifesto della mostra “WOMEN POWER. L’universo femminile nelle fotografie dell’Agenzia Magnum dal dopoguerra a oggi” che rappresenta una donna, una donna iraniana, sola, in mezzo alla strada in una città vuota, silenziosa e distante: grattacieli, semafori rossi, palazzi moderni, ma è lei a dominare la scena, immobile, fiera, con uno sguardo fermo e profondo che interpella chi osserva. vestita di nero— abito lungo, cappotto e hijab — con indosso un paio di guantoni da boxe rosso fuoco, un dettaglio che spezza l’armonia cromatica e cattura immediatamente lo sguardo.
La calma irreale della città contro l’energia latente del gesto che non arriva, ma che potrebbe arrivare. La boxe non è qui sport o spettacolo, ma metafora della lotta, personale e collettiva: una semplice posa in un atto di affermazione. La donna diventa simbolo di un’intera generazione che combatte contro regole, imposizioni, stereotipi: una guerriera silenziosa nel cuore di una società che spesso la vorrebbe invisibile. Questa fotografia, scattata da Newsha Tavakolian, è un’immagine potente e simbolica che unisce silenzio e forza, fragilità e resistenza e apre lo sguardo alla mostra ospitata presso Museo Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme fino al 21 settembre 2025, curata da Walter Guadagnini e Monica Poggi che, attraverso lo sguardo di alcune tra le più importanti autrici e autori di Magnum Photos, ripercorre oltre settant’anni di storia femminile, mettendo in luce la complessità, la forza e le trasformazioni che hanno scandito il cammino delle donne verso l’emancipazione. Prodotta da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia in collaborazione con Magnum Photos e promossa dal Comune di Abano Terme, la mostra intreccia due prospettive complementari: quella delle donne dietro l’obiettivo, capaci di restituire la realtà con uno sguardo intimo e originale, e quella delle donne ritratte, testimoni di battaglie, conquiste e ruoli che hanno ridefinito la loro presenza tanto nella sfera privata quanto nello spazio pubblico.

Qina, Egypt, Marzo 2016.
Traduzione del testo:
-Guarda questa persona malata e si sente impotente, incapace di fare nulla per lui.
-La situazione economica è difficile, ma almeno è tutto al sicuro. Io, come ragazza, posso camminare liberamente per strada, e questo grazie a lui. Amo Al-Sisi.
-Non è né a suo favore né contro di lui.
-La situazione in Egitto è difficile, avrebbe potuto fare di meglio.
-Stai ignorando il punto principale e parlando di altro.
© Bieke Depoorter/Magnum Photos


Il percorso espositivo si articola in sei sezioni tematiche — dalla famiglia all’adolescenza, dall’identità ai miti della bellezza, dalle lotte politiche ai conflitti armati — offrendo un mosaico di esperienze umane e sociali raccontate attraverso immagini di straordinaria intensità. Tra le autrici: Inge Morath, Eve Arnold, Olivia Arthur, Myriam Boulos, Bieke Depoorter, Nanna Heitmann, Susan Meiselas, Lúa Ribeira, Alessandra Sanguinetti, Marilyn Silverstone e Newsha Tavakolian. Accanto a loro, anche fotografi come Robert Capa, Bruce Davidson, Elliott Erwitt, Rafal Milach, Paolo Pellegrin e Ferdinando Scianna, che hanno saputo raccontare la condizione femminile con profondità e sensibilità.
WOMEN POWER non è solo un racconto visivo del femminile, ma un dialogo tra generazioni e stili, un intreccio di voci che, attraverso pose, sguardi e gesti, restituiscono il ritratto di un cammino collettivo fatto di sfide, conquiste e nuove consapevolezze.

Marilyn Monroe durante le riprese di The Misfits, Nevada, USA, 1960.
© Inge Morath/Magnum Photos

Sei le sezioni della mostra divise in tematiche con mescolanze di autori e storie differenti, ma che si legano in maniera imprescindibile alla forza del tema:

1. Madri, figli
Per secoli, il valore delle donne è stato misurato soprattutto attraverso il ruolo di madri e mogli, legato alla famiglia, ma le prime rivendicazioni femministe degli anni Sessanta, incrinano questa visione, aprendo spazi di scelta e libertà che ancora oggi non sono garantiti ovunque. Le fotografie di questa sezione raccontano la maternità da angolazioni diverse: dal momento intimo e potente del parto ritratto da Eve Arnold, al ritratto di una matriarca romana di Paolo Pellegrin, fino all’infanzia fragile e spaesata dei bambini rifugiati, fissata da Olivia Arthur. Immagini che scompongono gli stereotipi e restituiscono la complessità delle relazioni umane in un rapporto tra madre e figlio che non discerne quel sottile e invisibile cordone ombelicale che li lega e la fotografia nelle più varie interpretazioni e angolazioni cattura i momenti più intimi, diversi, unici.

2. Crescere
Crescere significa imparare a essere, spesso imitando i gesti degli adulti, indossando ruoli come abiti troppo grandi. Nella transizione dall’infanzia all’età adulta, le pressioni sociali e familiari plasmano identità ancora in formazione. Le fotografie qui raccolte — di Bruce Davidson, Susan Meiselas, Alessandra Sanguinetti e Nanna Heitmann — mostrano adolescenti sospesi tra la leggerezza della scoperta e la fatica di adattarsi ai ruoli imposti, in un continuo tentativo di cercarsi un posto nel mondo. Spesso imitano le figure di riferimento, altre volte se ne allontanano e l’indagine dell’obiettivo ne cattura l’essenza.

3. Identità individuale, identità collettiva
La fotografia non è solo uno sguardo sul mondo, ma anche uno specchio per riconoscersi e comprendere chi siamo, nella fotografia spesso c’è la speranza di essere stati catturati al meglio, dall’attesa dello sviluppo del rullino all’istantaneità dello scatto odierno il pensiero è uno “fammi vedere come sono venuto”. È la ricerca, magari surreale e inconscia, di sé, del capire e nel cercarsi, per vedersi, per mostrarsi, per essere. Questa sezione esplora come la nostra identità sia intrecciata tanto ai desideri personali quanto al contesto collettivo. Dai riti religiosi raccontati da Scianna e Lua Ribeira, alle riflessioni sui canoni di bellezza nelle immagini di Inge Morath, fino al lavoro di Bieke Depoorter, dove le annotazioni sulle foto svelano pregiudizi e speranze, si delinea un racconto visivo della continua negoziazione tra essere se stessi e appartenere a qualcosa.

Negli ultimi 12 giorni, donne e uomini solidali hanno protestato contro l’introduzione di una legge sull’aborto più restrittiva, Varsavia, Polonia, 2 novembre 2020.
© Rafal Milach/Magnum Photos

4. Il corpo politico
Il corpo femminile è da sempre terreno di scontro politico: aborto, violenza, omotransfobia, maternità surrogata, diritti civili.
«Il corpo è mio e lo gestisco io» — più di uno slogan, una dichiarazione di autonomia che attraversa la storia, dalle prime avanguardie del Novecento fino alle battaglie contemporanee. Il corpo, infatti, non è mai stato soltanto un involucro fisico: è politico, desiderante, ribelle, capace di scandalizzare e di inquietare. Come ricordava Michel Foucault, il corpo è anche il primo luogo della resistenza.
Ed è proprio per questa sua natura sovversiva che, nel corso dei secoli, il potere ha cercato di addomesticarlo, imponendo regole, morali, discipline, affinché si piegasse alle esigenze della società e del sistema produttivo, ma il corpo, con la sua ostinata vitalità, continua a sfuggire, a rivendicare spazio e libertà. La fotografia diventa qui un gesto di affermazione, una dichiarazione d’identità. Ritratti e immagini, come quelli di Susan Meiselas, Newsha Tavakolian, Olivia Arthur e Myriam Boulos, mostrano corpi che esprimono autodeterminazione, forza, presenza. Rafal Milach, invece, cattura il linguaggio visivo della protesta, trasformando segni, gesti e simboli in manifesti visivi di lotta e cambiamento.

5. Corpi pubblici
Fin dagli albori della fotografia, il corpo femminile è stato modellato da standard estetici irraggiungibili, esibito nelle vite patinate di dive e icone. Negli anni ’50 e ’60, Marilyn Monroe e Jacqueline Kennedy incarnano due archetipi femminili opposti ma complementari: la diva irriverente e la first lady impeccabile, entrambe inseguite, giudicate, consumate dallo sguardo pubblico e da una macchina fotografica che trasforma ogni frammento privato in spettacolo.
Fotografie che sono istantanee di una vita dove l’algida e impeccabile Jacqueline Kennedy mostra la sua fragilità nelle foto del funerale del marito o Marilyn Monroe catturata in un momento intimo di riflessione con lo sguardo concentrato lontano dall’idea della bionda senza cervello tutta moine e sorrisi.

6. Il corpo come campo di battaglia
Come citato dalla curatrice Monica Poggi: “Fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, con la diffusione delle riviste illustrate, la macchina fotografica diventa a tutti gli effetti uno strumento politico. I servizi giornalistici che documentano la situazione di instabilità in cui versa l’Europa dopo la Prima guerra mondiale, mentre negli Stati Uniti si assiste a un clima di acclamato progresso, succeduto rapidamente dalle tragedie della Grande Depressione, sono in grado di polarizzare l’opinione pubblica e di attivare accesi dibattiti che interessano il ruolo del linguaggio fotografico, oltre che le questioni di attualità.”
La guerra è stata raccontata per lungo tempo con occhi maschili, ma le donne, da vittime designate, si sono spesso trasformate in protagoniste. Dalla Resistenza italiana alle combattenti curde in Siria, la loro presenza ha riscritto il concetto stesso di conflitto. Fotografe come Gerda Taro e Margaret Bourke-White hanno saputo restituire con forza la drammaticità di queste storie, mettendo in discussione la narrazione tradizionale e mostrando il volto femminile della resistenza e della lotta

Jacqueline Kennedy al funerale di John F. Kennedy, Arlington, Virginia, USA, 25 novembre 1963.
© Elliott Erwitt/Magnum Photos

La mostra attraversa il potere delle immagini, il potere delle donne in un mondo di uomini come riportato nelle parole del curatore Walter Guadagnini: “Ora, il panorama generale non cambia, anzi, il mondo del fotogiornalismo è un mondo maschile (e spesso maschilista) quanto pochi altri, eppure non si può non notare come intorno alla metà degli anni Trenta una serie di donne occupino alcuni dei ruoli più significativi al suo interno, in un improvviso – e non a caso transitorio – momento di ribaltamento dei ruoli, se non in termini quantitativi almeno in quelli qualitativi.”

WOMEN POWER L’universo femminile nelle fotografie dell’agenzia MAGNUM dal dopoguerra a oggi, Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme (PD), fino al 21 settembre 2025

In copertina: Listen Project, Iran, 2010 – 2011. © Newsha Tavakolian/Magnum Photos

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