Pace, canneti, una miriade di uccelli, mucche e altri animali e, accanto, il nastro verde del fiume. Ma chi oggi cammina per questi luoghi tranquilli li ricorda pure devastati e distrutti dalla furia dell’acqua: era il 1987, era l’alluvione tremendo della Valtellina
Da quando non vivo più in città la mia vita ruota attorno all’acqua: del lago, del fiume, del
fosso che costeggia la frazione rurale, e volte anche di quella un po’ malandrina che
quando ci sono le grandi piogge esce dai canali scolmatori dell’Adda e allaga tutti i prati
attorno a noi – a ricordarci di quello che c’era qui prima dei grandi lavori idraulici di metà
Ottocento (gli austriaci hanno fatto anche cose buone). Insomma, siamo una piccola
Mesopotamia, l’Adda da una parte, il fosso dall’altra, e in mezzo le nostre case. L’acqua è
anche appena sotto i nostri piedi, tanto che se il fiume sale molto te lo trovi anche in casa:
lo fa però educatamente, risalendo attraverso il pavimento, e per tramite della falda.

Normale dunque che la mia passeggiata preferita si svolga lungo l’argine dell’Adda. Posso
scegliere se andare a sinistra – verso il lago – o a destra, in direzione di Morbegno, la
cittadina principale. In entrambi i casi il percorso è pianeggiante e sempre accompagnato
dal nastro verde dell’Adda, che qui scorre diritto come un fuso per l’intervento umano che
ne ha modificato il corso, per sottrarre alle sue bizze idrogeologiche i campi e i luoghi
abitati. Modificazioni pesanti: l’Adda prima entrava in un altro lago, quello di Novate
Mezzola, mentre adesso si immette direttamente nel lago di Como. Le terre rimaste libere
sono oggi un’oasi naturale piena di cervi e di canneti, e con una enorme varietà di uccelli. I
cervi a volte escono dai canneti e attraversano la mia passeggiata. Non so mai se ho
voglia di incontrarli o meno perché di solito ho i cani al guinzaglio e i cervi sono grossi e la
strada è stretta. Ecco, insieme all’acqua l’altro elemento della camminata quasi quotidiana
è quello degli animali, domestici e non. Tutti i giorni incontro capre e galline, morette,
germani e svassi e rapaci, spesso gli aironi, più di rado la volpe, in autunno addirittura un
lupo solitario e furtivo – ci siamo guardati da una certa distanza, difficile dire chi fosse
maggiormente preoccupato, credo più lui perché era il periodo in cui i giovani maschi
vanno in dispersione, alla ricerca di un territorio.

Dati questi incontri si potrebbe pensare che la mia passeggiata si svolga in una landa
selvaggia, in una foresta alaskana. No, assolutamente. Il nastro asfaltato della
ciclopedonale corre in una zona molto antropizzata – a poche centinaia di metri dal corso
del fiume ci sono fabbriche e fabbrichette, supermercati, concessionarie d’auto, e una
strada statale famigerata per il suo traffico intenso. Ma il bello di questo itinerario è proprio
quello di offrire nel giro di una manciatina di chilometri scenari molto diversi, ti sei appena
lasciata alle spalle un parcheggio e ti imbatti in un tratto di fiume dalle rive boscose, dove il
corso è rimasto quello naturale. Un giorno ho visto una mandria di vacche guadare l’Adda
– le vacche adulte proteggevano i vitelli dalla corrente – e per cinque minuti sono rimasta lì
a guardarle, anche un po’ sbigottita, pensando che mi pareva di essere nel Wyoming o nel
Montana.
L’altro aspetto interessante è l’abisso – no, in realtà è una valle, ma per certi versi è un
abisso – che separa, quando cammino verso Morbegno, le montagne che ho alla mia
sinistra e alla mia destra. Alla mia sinistra ho le alpi retiche, a destra le prealpi orobiche.
Solive e luminose le prime, con tanti prati, e nella parte bassa terrazzamenti con vigne e
addirittura qualche agave. Ombrosissime e dirupate le seconde, con boschi e rocce, e la
neve che permane a lungo nei canali. In primavera, quando ormai il sole arriva quasi
ovunque, non si notano più grandi differenze, ma in pieno inverno c’è proprio un confine
sole/ombra: di qua prati perennemente verdi, di là erba bruciata dal gelo e una crosta di
brina che permane per mesi sulla terra durissima.

Chi mi viene a trovare e fa con me la passeggiata immancabilmente ne nota il senso di
pace: il fiume che l’accompagna, con il suo fruscio e il canto degli uccelli, trasmette
serenità. Eppure io ne ho conosciuto un volto molto diverso, tanti anni fa, quando ero una
cronista alle prime armi – non posso mai fare a meno di pensarci, e forse è proprio il
contrasto tra l’oggi e l’allora ad attirarmi tanto.
Era il luglio 1987, quando le piogge abbondantissime e l’innalzamento termico che fece
sciogliere brutalmente la copertura nevosa dei ghiacciai provocarono in Valtellina un
disastro idrogeologico di enormi proporzioni. L’Adda, quel nastro verde e placido che oggi
scorre nel suo alveo, era un mostro marrone e furibondo che si era mangiato i prati e i
campi, aveva invaso le case, le aziende, e trascinato via quel che trovava sul suo
cammino. Onde spaventose lo agitavano, facendo dondolare in maniera più che
inquietante l’anfibio dei vigili del fuoco a bordo del quale tentammo di inoltrarci oltre
Morbegno, per raggiungere il capoluogo, Sondrio, che era isolata. Tornammo indietro alla
confluenza nell’Adda del torrente della Val Tartano – con mio grande sollievo, lo ammetto,
perché l’idea di finire in quell’acqua turbolenta e scura non era esattamente invitante (per
la cronaca a Sondrio ci arrivammo qualche ora dopo con un CH-47 Chinook, uno di quegli
elicotteroni da trasporto dell’esercito, che poteva volare senza timore di essere sballottato
come una piuma dal vento).

Oggi gli argini sono molto diversi e assai più protetti, i canali scolmano le piene e
comunque il punto preciso dove abito io nel 1987 fu risparmiato dalle distruzioni, perché
nel 1858 gli austriaci avevano già fatto un buon lavoro. Nonostante questo quando le
piogge sono furiose e prolungate io mi inerpico sul terrapieno che costeggia la
passeggiata e controllo che l’Adda non faccia scherzi, perché fidarsi è bene ma non fidarsi
è meglio. E immancabilmente scorgo qualche altra figura intabarrata che fa la stessa cosa,
scrutando l’acqua come a dirle “sta lì buona”.

Per sapere di più di cosa accadde in Valtellina nell’estate del 1987 è scaricabile on line la ricostruzione ad opera della Protezione Civile: https://it.scribd.com/doc/2956167/Valtellina-1987-La-cronaca-del-disastro
Ambientato nei luoghi raccontati in questa passeggiata d’acqua tra il 1943 e il 1944 è anche il romanzo dell’autrice Il passo falso , uscito per Astoria nel 2022.
Foto di Marina Morpurgo