Le rovine sono quelle del terremoto del Belice, la ferita sulla quale Alberto Burri ha realizzato la sua sfida più grande, il cretto come immenso sudario sulla catastrofe. E poi, all’opposto, Poggioreale dove ciò che resta di palazzi, scale e botteghe ha stabilito un dialogo inestricabile con la natura, come in un capriccio settecentesco
Rovine. In Sicilia al termine rovine si associano subito i complessi archeologici di Agrigento, Selinunte, Siracusa. O più amaramente, alle rovine delle coste, le rovine di interi pezzi di città… Ormai raramente si pensa alle rovine del terremoto che rase al suolo buona parte delle città della Valle del Belìce (si pronunzia così, lo abbiamo accentato male per anni per via dei primi cronisti della Rai giunti dopo la catastrofe, il 15 giugno 1968).

Ma oggi l’opportunità di visitare quella zona stupenda, non solo naturalisticamente, è offerta dalla nomina di Gibellina a Capitale dell’arte contemporanea per il 2026 con il programma “Portami il futuro” con la direzione dell’artista, e grande organizzatore culturale, Andrea Cusumano.
Una nomina molto significativa, per una città che proprio con l’arte e l’architettura contemporanea ha trovato una sua cifra di riscatto, di identità, di coscienza.
Fu Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina dal 1969 al 1994, a volere dare un’impronta unica e all’avanguardia affidando a grandi artisti e architetti la ricostruzione della città in macerie.
Architetti come Gregotti, Quaroni, Samonà, Mendini, Nanda Vigo e artisti del calibro di Consagra, Rotella, Alighiero e Boetti, Paladino e Burri lasciarono tracce importanti in un contesto difficilissimo: la “nuova città” di Gibellina costruita a 20 chilometri dal vecchio centro.
Da qui sono pochi chilometri per raggiungere il Grande Cretto di Alberto Burri e la città di Poggioreale due luoghi che decido di visitare perché unici, straordinari e soprattutto emblematici di quello che oggi voglia dire “rovine”.
Quando Corrao invitò Burri l’artista umbro era perplesso di potere creare qualcosa di valido, di significativo in un contesto così particolare. Ma quando qualche anno dopo decise di visitare la zona e vide le rovine di Gibellina ebbe certamente quello che possiamo definire un’illuminazione. “Sì, qualcosa, in questo luogo, posso fare”.

Non sappiamo quale fu il processo intellettuale che condusse Burri a pensare di realizzare una delle più grandi opere di land art del mondo. Burri aveva fatto già dei cretti a partire dal 1958: superfici pittoriche che si crepavano, si frazionavano quando la pittura liquida si essiccava. Nel 1976 a Los Angeles e nel 1978 a Napoli si era cimentato con dimensioni più grandi creando cretti neri dell’ampiezza di 15 metri. A Gibellina però siamo su un’altra scala. Su un altro pianeta direi. Una città che al massimo della sua espansione, prima delle emigrazioni cominciate negli anni Cinquanta contava 8000 abitanti. Un’opera di quasi 90.000 metri quadrati.
“L’arte ha sempre avuto il valore di una testimonianza, della resistenza della vita nei confronti della morte”. Sono parole che leggo nel libro Alberto Burri. Il Grande Cretto di Gibellina dal testo di Massimo Recalcati che accompagna le belle fotografie di Aurelio Amendola (editore Magonza).
Lo psicanalista scrive spesso di arte e sempre con competenza e lucidità. In questo testo oltre alla passione del conoscitore impone la sua analisi professionale. In pochi luoghi è possibile immaginare la creazione di un’opera di questa portata materiale e intellettuale.

La sfida di Burri fu impressionante. Artista completamente privo di qualsiasi tentazione retorica, lo immagino passeggiare tra vie affiancate da palazzi crollati, negozi cancellati, vite ed esperienze eliminate in poche ore, dalle prime avvisaglie nel pomeriggio alla catastrofica scossa delle 2,33 del mattino. “Senza la ferita la bellezza non punge, non traumatizza, non lascia il segno. È necessario che la forma sorga dall’informe, che scaturisca dallo scuotimento e dall’ira della terra”. Così ancora Recalcati.
Burri ricopre gli isolati delle case con il cemento. L’altezza della copertura non supera il metro e venti perché si possa passeggiare tra le vie ancora esistenti e vedere in uno sguardo l’intera città, il suo perimetro, i confini e oltre la campagna verdissima a fine marzo e con un cielo azzurro in un contrasto aspro e bellissimo. Non c’è più il colore del tufo che crea effetti barocchi con lo spazio. È tutto bianco. È la testimonianza viva di un crudele immane episodio di morte. Questa era la città, questa la cicatrice che ne rimane. Non è un monumento funebre è un’opera che restituisce il tremore, le crepe, la frattura, la ferita della morte che diventa poesia. E ancora, prosegue Recalcati, è un immenso sudario.
Che prende forma da una terra deformata da una catastrofe.

A pochi chilometri si trovano le rovine di Poggioreale. Qui non è intervenuto nessun artista. Come nei quadri del Settecento, i cosiddetti “capricci”, le rovine si mescolano alla natura con spontaneità. Alberi e vegetazione all’interno di palazzi, chiese, botteghe. Alcune scale traballanti, i balconi. Mi sembra come se fosse l’opposto del cretto, il suo speculare. L’altezza degli edifici è quella che avevano al momento della scossa, con i crolli, le crepe, le case fuori squadra.

E il silenzio. Non ci sono animali, solo qualche uccello. Attraversato il paese, dai margini dell’abitato, ora disabitato ineluttabilmente, ancora la campagna a perdita d’occhio, fertile, ordinata. Vi si producono oggi tra i migliori vini d’Italia.
Foto di Margherita Bianca