Maigret 2000 (ma senza cellulare), la dama misteriosa e l’ambasciatore morto

In Cinema

Alla base di “Maigret, l’amore e la morte” c’è un romanzo di Georges Simenon del 1960, ma il regista/sceneggiatore Denis Podalydés ha spostato l’azione a inizio millennio. Al centro dei fatti l’omicidio di un aristocratico diplomatico e le due donne della sua vita, la governante e il grande amore incompiuto. L’impostazione è molto teatrale e rimane tale pure nelle sequenze girate in esterni a Parigi. E’ un commissario immerso nella contemporaneità eppure totalmente astratto, un eroe intelligente e mesto che si muove in un tempo sospeso. Lo interpreta bene Denis Podalydès, appuntito, ironico, mai bonario, irrequieto, nevrotico. Niente a che fare con Gino Cervi o Jean Gabin

Monsieur Berthier-Lagès, ex ambasciatore e grande aristocratico, in Maigret, l’amore e la morte viene trovato morto, crivellato di colpi nel suo studio. A scoprire il cadavere insanguinato è la signora Jacqueline Larrieu detta Jacotte, governante, nonché segretaria, nonché sua amante (in passato), una donna devota che per decenni lo ha seguito in mezzo mondo occupandosi di lui con immensa discrezione e immutabile affetto. Il commissario Maigret, prontamente convocato sulla scena del crimine insieme al fido Janvier, non condivide certo l’affetto ma è costretto a rispettare la richiesta di assoluta discrezione che proviene dai piani alti, e in particolare dal Quai d’Orsay, sede del Ministero degli Affari esteri.

Il commissario più famoso di Francia e la sua inseparabile pipa cominciano così a indagare, scoprendo fin da subito qualcosa di piuttosto strano in casa della vittima: un immenso armadio ricolmo di lettere d’amore. Monsieur Berthier-Lagès, nonostante una consolidata fama di grande seduttore, pare abbia intrattenuto per oltre cinquant’anni una corrispondenza pressoché quotidiana con quella che può essere considerata a tutti gli effetti la donna della sua vita: la principessa de Vuynes. Lei aveva sposato un altro, e la loro relazione era rimasta sempre e soltanto platonica, ma proprio due giorni prima del delitto la donna è rimasta vedova.

Un caso davvero bizzarro, che non può che attirare l’attenzione del nostro commissario, il quale subito si trova però di fronte a un inespugnabile muro di gomma: nessuno sembra avere nulla da nascondere, e neanche niente da guadagnare dalla morte dell’anziano ex ambasciatore, ma ciò non significa che i vari personaggi che via via si affacciano sulla scena abbiano voglia di chiacchierare con la polizia. E quindi estorcere loro anche la più piccola informazione sarà come al solito un po’ complicato.

Maigret è sempre Maigret, ma il celeberrimo personaggio creato da Georges Simenon è stato trasposto infinite volte sul piccolo e sul grande schermo, presentandosi ogni volta con caratteristiche simili e al tempo stesso diverse. In questo caso, all’origine del film abbiamo un romanzo pubblicato nel 1960, uscito anche in Italia con il titolo Maigret e i vecchi signori, e la scelta dello sceneggiatore e regista Pascal Bonitzer è quella di attualizzare la storia ma non troppo. L’ambientazione si sposta infatti agli inizi degli anni Duemila, ma mantiene una sorta di inattualità astratta. Ci sono i telefoni cellulari, anche se Maigret non ne possiede uno e fa uso del diabolico dispositivo elettronico solo quando è costretto, e facendoselo prestare da altri.

Le indagini affidate alla polizia scientifica hanno un piglio contemporaneo, ma i dettagli sembrano sempre un po’ dissonanti; l’impostazione è comunque dall’inizio alla fine assolutamente teatrale e rimane curiosamente tale anche nelle sequenze girate in esterni, per le strade di Parigi e lungo la Senna. Insomma, siamo davanti a un Maigret piuttosto insolito, immerso nella contemporaneità eppure totalmente astratto. Un eroe intelligente e mesto che si muove come in un tempo sospeso, che non è il passato (non corrisponde in nulla all’immagine tradizionale del Maigret degli anni Cinquanta) ma non è neanche il nostro presente.

La scelta come protagonista di Denis Podalydès (bravissimo!) contribuisce a spiazzare lo spettatore, che si trova davanti un commissario secco e spigoloso, del tutto privo di quella morbidezza burbera, massiccia e piccolo borghese a cui eravamo abituati. Il Maigret di Podalydès è appuntito, ironico, mai bonario, irrequieto, nevrotico quasi, lontano anni luce dai modelli più famosi visti al cinema e in tv (da Jean Gabin a Gino Cervi, fino a Gérard Depardieu). Una scelta che non basta a rendere indispensabile questo film, ma contribuisce a renderne interessante la visione.

Maigret, l’amore e la morte, di Pascal Bonitzer, con Denis Podalydès, Anne Alvaro, Manuel Guillot, Irène Jacob, Dominique Reymond, Misha Lescot