Fino all’11 ottobre 2026 il Museo d’arte Mendrisio presenta “Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio” dell’artista ticinese Felice Varini, da decenni attivo sulla scena internazionale e oggi francese d’adozione, celebre per le opere pittoriche e spaziali da attraversare, in un gioco fra effimero e reale. Che lo scorso 20 settembre hanno ospitato “Quattro linee rosse e una blu”, un monologo di Tommaso Giacopini interpretato da Massimiliano Zampetti, centrato sull’impermanenza, sui momenti passati e su quelli che avrebbero potuto essere ma non sono mai stati.
È stata una bella idea ambientare – nella mostra di Felice Varini al Museo d’Arte di Mendrisio – lo spettacolo di Tommaso Giacopini, Quattro linee rosse e una blu.
Il primo accostamento che si coglie è quello tra il titolo del lavoro teatrale e la natura dei lavori in mostra. Varini è un architetto dello spazio e del colore noto soprattutto in Francia per gli interventi spettacolari sugli antichi contesti urbani: cinge con linee colorate e con forme geometriche grandi scenari come le mura di Carcassonne. A Mendrisio, nel chiostro adibito a museo, delimitava e segnava gli ambienti con linee e contorni a colori puri, sfacciati ma mai invadenti.
Giacopini è entrato in questo reticolo con una proposta sottile. Raccoglie il pubblico attorno a una pedana, con sopra una cattedra una sedia e un ingranditore. Al posto di una lezione affida a un ottimo attore, Massimiliano Zampetti, il monologo di un premio Nobel della fisica che arriva a 99 anni sopravvivendo a quattro morti: quella della sorella, della compagna, del gatto e del figlio.

Le quattro righe rosse – del titolo – tagliate da quella blu del protagonista, strappano una specie di emozione contenuta, quasi repressa, che sembra esprimere il non detto e il potenziale della mostra. Più si passeggia negli ambienti, e più si respira l’aria di un grande artista contemporaneo, che ci immaginiamo gioioso nel respiro spaziale (e che comunque ci lascia liberi di immaginare vista l’età matura che ha raggiunto: 74 anni), e più le parole di Tommaso trentenne, che risuonano nella voce di Zampetti, ci riportano a un’educazione dei sentimenti che parte piccola, un po’ tentacolare, e arriva grande, al coinvolgimento e al silenzio del pubblico per un’ora intera. Merito di Zampetti, che ha una solida professionalità del dire unita a un corpo asciutto e generoso, e merito di Giacopini, che riesce a condensare nelle parole una storia fisica, che procede per sottrazioni : la caduta della sorella come un fiore secco, la compagna schiacciata dalla neve, il gatto travolto da una macchina (forse l’episodio più riuscito), il figlio suicida al volante.

La commozione di quest’ultimo episodio è offerta al pubblico prima attraverso la lettura delle ultime volontà del ragazzo e poi attraverso la schiena del protagonista, e questo sembra il momento in cui le linee di tanti del pubblico si intrecciano di più.
Giacopini viene da un apprendistato complesso, che l’ha fatto passare per il teatro circense, la meditazione e i radiodrammi. Una prova come questa – destinata ad altre due repliche in contesti diversi (il 25 gennaio prossimo al Teatro Foce di Lugano e il 14 febbraio ai Monologanti di Brusio nel Cantone dei Grigioni) – è un buon esempio di un’ispirazione particolare, che sa contenere e condividere e – al momento giusto – anche provocare.
In copertina: Felice Varini, Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Mendrisio, 2026 © Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich, Foto: Mattia Mognetti