Il Danton di Martone: la ghigliottina nascosta tra i sipari

In Teatro

Mario Martone porta in scena il bellissimo testo di Buchner: il risultato è emozionante

Dal bellissimo testo di Georg Büchner, La morte di Danton, Mario Martone si muove con eleganza, bellezza e passione, portando sul palco quelle domande che afflissero i partecipanti alla Rivoluzione Francese, laddove la violenza necessaria rischiava di far perdere di vista lo scopo stesso delle insurrezioni. E lo fa attraverso le azioni, le critiche, i volti e gli sguardi di Georges Danton, dei suoi seguaci e dei suoi oppositori. Con un complesso di colpa per aver permesso i massacri necessari del settembre 1972 per rovesciare la monarchia e fondatore del comitato di salute pubblica, Danton viene osteggiato da Robespierre e non gli manca di divenire lui stesso martire della rivoluzione, in una ricerca di senso che fa della cieca ma necessaria violenza il suo ultimo boia.

L’equilibrio tra lo sviluppo della storia, che avvolge lo spettatore con una cura quasi cinematografica per la pienezza di dettagli, costumi e arredi con cui il suo sguardo è accolto, e le profondissime riflessioni politiche, esistenziali e umane di Buchner, vengono risolte con una ricchezza compositiva, naturalistica e metateatrale. I sei sipari mostrano accanto alla precisa ricostruzione scenografica l’imponenza del teatro che si mostra, prestandosi a incarnare le allucinazioni del protagonista, o a delimitare ritmicamente le scene. Danton (Giuseppe Battiston) è ritratto nella sua fermezza, di strenuo sostenitore del popolo ingiustamente incolpato, Robespierre (Paolo Pierobon) in una coerenza tormentata ma  moralmente irremovibile, Saint-Just (Fausto Cabra) inflessibile nelle sue argomentazioni politiche e tutti gli altri personaggi che combatterono in quel periodo, Camille Desmoulinis (Denis Fasolo), Hèrault-Sèchelles (Massimiliano Speziani), Lacroix (Alfonso Santagata), Philippeau (Roberto de Francesco), Barère (Roberto Zibetti), Billaud-Varenne (Mario Pirello), Collot D’Herbois (Pietro Faiella), Fouquier-Tinville (Gianluigi Fogacci), Legendre (Giovanni Calcagno), Mercier (Michelangelo Dalisi), Laflotte (Christian Di Filippo) vengono tutti ben descritti, ciascuno con la sua storicità e la sua specificità epocale, come il filosofo Thomas Payne (Paolo Graziosi) che rivaleggia le sue posizioni ateistiche in carcere con Chaumette (Vittorio Camarota) e le due figure femminili Lucile (Irene Petris), moglie di Camille e Julie (Iaia Forte), entrambe specchio di bisogni e contrasti di una società in drastica evoluzione. Le figure dell’alta società si mescolano con la massa meno abbiente, trascinata di volta in volta dalla forza di argomentazioni che hanno il loro punto finale nell’ennesima decapitazione. Tra chi è parte del consiglio di salute e chi accusatore si svela un gioco di potere che dalla giustificazione rasenta la perversione, ma mostra la potenza di una tra le più grandi trasformazioni in atto sulla quale poggiano i nostri valori democratici e civili. Il ritmo dello spettacolo è incalzante, quanto le composizioni e le relazioni, che incarnano da parte di tutti la veemenza delle posizioni pubbliche e la profondità estrema delle riflessioni personali. Si può leggere “Morte di Danton” come un kolossal teatrale, capace di riportarci alle radici di ideologie genitrici del nostro tempo, in cui finzione e realtà, quando il pubblico fa le veci della massa a cui si rivolgono gli oratori, si sospendono per creare uno spazio fisico di memoria e autocoscienza, all’interno del quale tutti sono coinvolti.

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Bravissimi tutti gli attori, magistrali ciascuno nel suo ruolo in una concertazione di opinioni, movimenti, passioni ed espressioni degne di un vero e proprio viaggio all’indietro nel tempo. Le scene sono pregne di un’accuratezza simbolica e storica, ciascuna connotata con precisione e potenza visiva, dettata ciascuna di una propria e dettagliatissima unicità. Martone disegna vicoli,  piazze e interni con la forza di corpi, luci e costumi, pur mantenendo le coordinate del luogo teatrale in una commistione di mimesi e invenzione, plasmando uno spettatore che, arricchito e fatto colto, esce di sala pieno di ideali, riflessioni, ed emozioni.

(La foto in apertura è di Mario Spada) 

 La morte di Danton, di Georg Büchner, regia di Mario Martone, al Piccolo Teatro fino al 13 marzo

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