La buona madre e il peso segreto di ogni donna

In Teatro

Lea Barletti porta in scena, Al Teatro Elfo Puccini, un monologo asciutto e per niente accomodante su quanto le donne siano educate al senso di colpa.

Un altare alla sacralità del materno, che eleva la sua vittima su un’ara sacrificale, la imprigiona e la costringe in catene di senso di colpa e senso del dovere da cui non può forse neppure concepire di liberarsi. Il “Monologo della buona madre”, che Lea Barletti porta in scena al Teatro Elfo Puccini nella rassegna “Voci di donna”, è spietato. È il rito antico e ingessato di una maschera senza tempo, viso bianco e veli neri, che denuncia la sua esistenza nel basso continuo di un battito che diventa il beat elettronico di una macchina che certifica – o sostituisce? – il respiro, in ritmo a cui un corpo si muove a scatti, meccanico, come agito dal comando di forze esterne. Le stesse della società che dà forma alla madre – alla donna in generale, come la pretende, inoculandole come un virus senza potere di vaccino la convinzione di non potere, non sapere, non raggiungere un’ambita e irrealistica perfezione. Con l’abito cupo e la ritualità delle prefiche, la Donna in nero fa – ancora oggi, e al di là del tempo, la stessa cosa, l’ostensione di un dolore recitato che deve risuonare autentico, e lo è, proprio perché le è, anche solo in questo modo, concesso di esprimerlo. Lea Barletti sceglie, però, una postura misurata e composta, tanto più potente per la sua abilità nel modulare i toni. La Buona Madre non grida, si interroga, cerca senso e comprensione. Portando in scena una donna modellata su una ipotetica se stessa, Lea Barletti, con una scrittura accurata ed empatica, fa portavoce il suo corpo, che la luce dei fari moltiplica, di una donna che, confidandosi, si scopre meno lontana nel tempo di quanto piacerebbe che fosse a chi ascolta.

La buona madre è completamente adesa all’immagine che il mondo ha deciso per lei, e di questa immagine, di fronte a una platea che la stringe a ferro di cavallo come una corte marziale, chiede perdono ma fa, al contempo, rivendicazione. Ma mentre la Buona Madre riveste il suo dolore – dalle mastiti alle ragadi – di coraggio ed espiazione, svela senza possibilità di ammorbidirlo quanto sia proprio la mistica della maternità fatto proprio anche da molte donne a imprigionare il femminile a una tortura senza nome, su uno scranno alto da cui non c’è possibilità né di alzarsi in piedi né di fuggire, a meno di accettare di buttarsi di sotto. La donna resta immobile in una galera solo formalmente senza sbarre, da cui osservare un maschile invece esatto, preciso, capace persino di quello che la Madre non è più capace di riconoscere a se stessa, come i gesti di cura che la società vorrebbe destinati a lei. Invece è lui, ancora, che sa cucinare tanto da offrire biscotti (la dolcezza in un simbolo) alla platea, a spettacolo in corso. Werner Waas, anche regista di un progetto che sceglie un’asciuttezza estrema di grande evocatività, si fa a sua volta simbolo di un maschile che, se ha acquisito consapevolezza l’ha usata per se stesso ma non per liberare il femminile, un uomo “che non ha bisogno di cadere, per farsi perdonare” O, almeno, questa è la proiezione dello sguardo di una donna che, tolte le parole spesso retoriche con cui si vorrebbe liberarla, porta ancora incistati nella mente secoli di colpa, anche quando osserva il mondo con lo sguardo di un’artista, che si vorrebbe, almeno in linea teorica, più libera per definizione.

Ad osservare dall’alto – scissa in un io uno e trino, che agisce, osserva e tiene insieme – non c’è però soltanto una madre che spera solo di poter essere buona. C’è uno specchio della donna, a prescindere dalla sua possibilità o intenzione di generare. È stato insegnato a tutte, o facilmente assunto al di là della coscienza, questo bisogno di autorizzare se stesse ad avere abbastanza qualità per esistere, e stare nel mondo senza vergogna, “continuando a sorridere ma senza chiedere scusa”.


Un lavoro importante nella sua stasi forzata, sostenibile solo da chi, come Lea Barletti, sappia riempire di espressività ogni minuzia su cui si costruisce, come alla donna ci si attende che riempia di senso il minimo spazio che le è – o si – concede. Poco più di un’ora di verità dolorose, che mettono sul piatto la strada ancora da fare, per le donne, anche destro se stesse. Anche, e soprattutto, per rompere le misure striminzite, per far evolvere oltre il grido che risuona di supplica il desiderio di una donna di non scegliere più, di non farsi più bastare lo spazio stretto per realizzarsi. Perché non debba più soltanto gridare “non voglio scegliere, scelgo tutto”, fa bene alla donna come all’uomo riconoscere la verità delle catene di moglie e madre brava, buona, accogliente, accudente, intelligente ma composta, in cui ancora si costringe. A patto, tuttavia, che non ne faccia, in ossequio al diffusissimo istinto autosabotatorio, un nuovo esercizio di senso di colpa, di attribuzione a se stessa di parti mancanti. L’autocoscienza è – ancora, come decenni fa – un gesto prezioso, ma saperla rendere davvero generativa e liberante è l’esito che le donne, le madri, ma soprattutto le società nel loro insieme, sono oggi chiamate a conseguire.

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