L’Inarchiviabile: anatomia di un decennio inquieto

In Arte

Come si raccontano i turbolenti anni Settanta, tra militanza e femminismo, violenza e ironia? Ci hanno provato con l’Inarchiviabile, la bella mostra che inaugura un nuovo spazio per l’arte contemporanea a Milano.

In occasione di Miart si è alzato il sipario su FM Centro per l’Arte Contemporanea situato a Milano in via Piranesi 10, all’interno dell’affascinante cornice post-industriale dei Frigoriferi Milanesi. Si tratta di un nuovo centro per l’arte che si propone di essere un vero e proprio polo: comprende uno spazio espositivo per mostre temporanee, un centro di ricerca, laboratori di restauro, spazi temporanei per gallerie, residenze per artisti e depositi visitabili. Giovedì sera, a partire dalle ore 20:00 e fino a mezzanotte, più di 1600 persone, compreso il gotha dell’arte italiana e internazionale, tra curatori, collezionisti e artisti, hanno visitato questo nuovo spazio, che si candida ad essere uno dei crocevia di una Milano sempre più aperta all’arte contemporanea. Il main-event della serata è stata la vernice della mostra L’Inarchiviabile, esemplare rassegna sull’arte italiana durante gli anni Settanta, curata da Marco Scotini in collaborazione con Lorenzo Paini.

1972 Balestrini, L'intellettuale stanco
Nanni Balestrini, L’intellettuale stanco, 1972

 

Il percorso di visita è un evocativo viaggio à rebours nel decennio più buio ma allo stesso tempo più eterogeneamente creativo del dopoguerra italiano. L’esposizione permette di prendere coscienza delle differenti riflessioni degli artisti nel corso di un periodo storico tanto problematico e pregno di contraddizioni: una decade di compromessi storici, di terrorismo e di mutamenti dei costumi che hanno portato ad una vera e propria rivoluzione antropologica degli italiani. Tra engagement di pura matrice intellettuale, disillusione, politica militante e ironia, gli artisti scelti da Scotini ci mettono di fronte ad un panorama artistico caratterizzato da una pluralità di mezzi espressivi e al tempo stesso da una fugacità incontrollabile: tecniche e medium variegati e una tensione estetica che muove in direzione dell’effimero e che per tale ragione risulta non facilmente catalogabile. Gli artisti in mostra sono più di sessanta e le attese degli spettatori non sono tradite: fanno parte del percorso di visita le opere di Mario Merz, Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto e Giuseppe Penone; tuttavia, oltre a questi artisti “consolidati”, la mostra permette di rivalutare e approfondire alcune personalità le cui sorti nel mercato non coincidono con il loro effettivo valore artistico.

Giovanni Anselmo, Entrare nell'opera, 1971
Giovanni Anselmo, Entrare nell’opera, 1971

Percorrendo le dieci sale di questo spazio, dalle dimensioni impressionanti, si direbbe museali, si nota che il fil rouge dell’esposizione è srotolato da Gino de Dominicis, presente in tutte le sale, a partire dal corridoio d’ingresso con Tentativo di volo, fino all’ultima sala, dove il nostro accompagnatore si congeda con un numero di negromanzia…

In linea con lo spirito di ribellione degli anni ’70, uno dei temi dell’esposizione è la democraticità dell’arte: diversi tra gli artisti in mostra erano autodidatti e questo spirito di libera creatività è esaltato da alcune opere come Photomatic d’Italia di Franco Vaccari, opera presentata nel 1972 alla Biennale di Venezia con l’invito agli spettatori di «lasciare una traccia del loro passaggio», e nella libertà di espressione de Il desiderio dell’oggetto di Ugo La Pietra.

Franco Vaccari, Photomatic, 1972
Franco Vaccari, Photomatic, 1972

Tutt’altra lettura è quella presentata, nella sala successiva, dalla meditativa e filosofica riflessione sui medium, sulle tecniche e più in generale sulla rappresentazione, offerta da Ugo Mulas con le sue Verifiche, dalle tele bianche di Vimercati e dalle riflessioni a metà tra il trattato di prospettiva rinascimentale e una deliberata ironia, de la Doublure di Giulio Paolini. Si tratta di opere che rivelano un volontario distacco rispetto all’impegno che troppo spesso viene richiesto agli artisti e agli intellettuali in tempo di contestazioni ma che al contempo mostrano una ragionata, e non meno importante, riflessione sull’arte e il suo senso.

Giulio Paolini, La doublure. 1972-1973
Giulio Paolini, La doublure. 1972-1973

Il prosieguo della mostra rivela l’istinto di alcuni artisti di dar vita a classificazioni e vere e proprie tassonomie, come nel caso de l’Atlante di Ghirri, delle misurazioni per unità spaziali di Icaro o del Minuto di fotografia di Vimercati. Di particolare interesse sono anche le archiviazioni ridondanti di Boetti e AnneMarie Sauzeau nel libro Classifyng the thousand longest rivers in the world e i Leftlovers di Gianfranco Baruchello, veri e propri archivi di memoria giornaliera. Maurizio Nannucci ha curato personalmente l’allestimento dei suoi “archivi” di opere e della sua attività con il collettivo artistico “Zona”.

Archiviare, o tentare di farlo, vuol dire anche contare: ecco allora il Senza titolo (Una somma reale è una somma di gente) di Mario Merz nel quale la luminosa sequenza di Fibonacci simboleggia il moltiplicarsi dei commensali durante una performance realizzata in una trattoria torinese e documentata fotograficamente. L’opera dialoga armoniosamente con le Iconografie di Luciano Fabro, un trattato sulla non-violenza inciso su vetro di Murano: Berenice, Pasolini, Malcolm X sono martiri della violenza contro le idee, contro la libertà di pensiero. Di tutt’altro tono e leggerezza (duchampiana) sono gli oggetti parola di Mario Diacono e gli assiomi paradossali incisi su bachelite di Vincenzo Agnetti. Nella stessa sala, Emilio Isgrò, abituato alle cancellazioni, decide di rendere visibile, non senza ironia, la visita di Kissinger a Pechino che all’epoca ricucì grazie alla “Ping Pong Diplomacy” i rapporti tra Stati Uniti d’America e Cina durante la Guerra Fredda.

Mario Merz, Senza titolo, 1972; Luciano Fabro, Iconigrafie, 1975
Mario Merz, Senza titolo, 1972; Luciano Fabro, Iconografie, 1975

Nel 1970 Carla Lonzi, Carla Accardi ed Elvira Banotti firmarono il Manifesto di Rivolta Femminile; da quel momento in poi il femminismo italiano entrò nel vivo: una rivolta indipendente, senza legami con partiti politici e onestamente radicale. L’Inarchiviabile non dimentica questo fondamentale capitolo della storia della società italiana e mette in scena le opere delle cosiddette “anti-Penelope”: dall’arte “intra-oggettuale” di Marisa Merz, alla “scrittura purificata dal senso” di Irma Blank, ai personali alfabeti di Dadamaino e Ketty La Rocca, fino ai sicofoil di Carla Accardi. La liberazione sessuale è inoltre rappresentata dalle opere di Marcella Campagnano e Lisetta Carmi, rispettivamente ricordi e documenti dell’attività dei collettivi femministi milanesi e della vita clandestina dei travestiti della “deandreiana” via del Campo a Genova.

1971 La Rocca - Appendice per una supplica

Come noto, gli anni ’70 italiani sono stati anni violenti, anni di piombo, di strategie della tensione e di banditi: siamo introdotti a questo mondo di violenza dal film-catalogo di Gianikian e Lucchi: Cesare Lombroso. Sull’odore del garofano e dai reperti fotografici di Linguaggio è guerra di Fabio Mauri, vera iconografia del male che ci porta nell’ultima sala: quella “sovversiva” dell’arte militante di Nanni Balestrini, dei manifesti di Piero Gilardi che raccontano l’autunno caldo del 1969 e la classe operaia italiana.

IMG_20160409_123330

Quando il percorso pare finito tiriamo finalmente il fiato, ma all’improvviso ci rendiamo conto che il nostro Virgilio, Gino De Dominicis, con una magia degna di Woland è scomparso e di lui restano solo cappello e ciabatte con la sua Scultura invisibile. Ciò che di questa esperienza presso i Frigoriferi Milanesi non scompare è invece lo stupore di aver scoperto un nuovo grande polo per l’arte contemporanea, gratuito e accessibile, e la percezione della cura e dell’attenzione dedicata a questa esposizione inaugurale da parte di FM Centro per l’Arte Contemporanea e i suoi curatori, che ci auguriamo possano riconfermarsi e stupirci ancora in futuro.

 

Immagine di copertina: Gino de Dominicis, Tentare di volo, 1969

LInarchiviabile. Italia anni ‘70, a cura di Marco Scotini con la collaborazione di Lorenzo Paini, FM Centro per l’Arte Contemporanea, Frigoriferi milanesi, fino al 15 giugno.

(Visited 1 times, 1 visits today)