“Put Your Soul on Your Hand and Walk” (Prendi in mano l’anima e cammina) della regista dissidente iraniana Sepideh Farsi è un drammatico esperimento di “cinema diretto”. In cui la reporter gazawi Fatma Hassona, morta pochi mesi fa sotto un bombardamento israeliano con la sua famiglia, si racconta tra angoscia e speranze, intelligenza e creatività. Sullo schermo si alternano le registrazioni dei colloqui tra le due donne, rimandati da un cellulare sempre a corto di connessione e immagini scattate sul campo: profughi in marcia, case sventrate, bambini e anziani rimasti soli
Le cifre divergono di qualche unità, ma ormai non sono certamente meno di 300 (289 a inizio di settembre secondo l’ordine dei giornalisti italiani) i e le reporter di tutto il mondo uccisi a Gaza, in massima parte dai bombardamenti dei militari israeliani, secondo varie fonti interessati a mettere a tacere un’informazione inevitabilmente inorridita dalle dimensioni (70mila vittime accertate) e dai modi del bagno di sangue in corso da più di due anni nella piccola enclave palestinese. Una di queste vittime delle forze armate di Tel Aviv si chiamava Fatma Hassona, era un giovane fotografa (25 anni appena compiuti), già nota nel circuito delle immagini di attualità per aver partecipato al prestigioso festival di Perpignan. Documentava con scatti pubblici (le case e le città distrutte) e “privati” (la disperazione dei bambini, e dei profughi in continuo movimento con tutte le loro cose) la tragedia della sua terra e della sua gente: il 16 aprile 2025 un attacco aereo sulla sua casa a Gaza City ha ucciso lei e altri dieci membri della sua famiglia (tra cui la sorella incinta), mentre due nonni e uno zio erano caduti qualche tempo prima.
La ricorda e la racconta ora Put Your Soul on Your Hand and Walk (Prendi in mano l’anima e cammina) di Sepideh Farsi, regista iraniana dissidente ed esule dal suo paese, una carriera solida di documentarista delle rivolte delle donne a Teheran e anche della guerra Iran-Iraq, in uno esperimento, realizzato si può dire al 90 con il cellulare di cinema in assoluta presa diretta. Presentato ad Acid, la sezione parallela del Festival di Cannes 2025 dedicata a opere anomale e coraggiose, documenta il rapporto solo telefonico tra le due donne (Fatma e Sepideh, che mai ha avuto il permesso di entrare a Gaza) durato circa un anno e conclusosi tragicamente. Un dialogo accidentato anche tecnicamente (ardue le connessioni e spesso interrotte) alternato a qualche video ma soprattutto alle splendide foto di Hassona, che a dispetto dei soggetti tragici che rappresentano sono spesso piene di luce, colore, umanità, vita.
Che risplendono anche sul suo volto, rimandato dal piccolo schermo del cellulare di Farsi, in sequenze tutte verticali e fittamente parlate in cui non mancano momenti di disperazione e solitudine, angoscia verso il futuro, ma che spesso offrono anche parole di speranza. Per esempio di uscire finalmente un giorno da Gaza e vedere il mondo, anche se Fatma quasi fino all’ultimo conferma alla sua amica di voler sempre tornare a casa per lottare, documentare, contribuire a migliorare la vita del suo popolo. Il senso di questo dialogo nasceva in origine dal progetto comune di girare un documentario di denuncia della tragica situazione palestinese, dell’assedio di Gaza, della sanguinosa guerra di Israele. L’esito è stato una sorta di ritratto dal vivo di una ragazza spesso sorridente, colta, intelligente, che amava la vita e i bambini e voleva essere protagonista della realtà. Quasi fosse un presentimento, poco prima di andarsene, Fatma disse “Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita da tutto il mondo.
“Dice oggi la regista: “Ho filmato, catturando i momenti che ci offrivano le nostre videochiamate, ciò che Fatma mi offriva, piena di ardore, di energia. Ho filmato le sue risate, le lacrime, la sua speranza, la depressione. La reclusione subita da Fatma, il fatto che non fosse mai riuscita a lasciare Gaza nonostante il suo desiderio di vedere il mondo, risuonava con il mio sentimento, inverso, di essere come esiliata, rinchiusa fuori dal mio paese. Queste situazioni suscitavano in me quella che percepivo come una sorta di gioco di specchi. Lei e io creiamo immagini di fronte a eventi che subiamo e ci troviamo in ambienti in cui l’impegno non è scontato per le donne”.
Il film, che si chiude sull’ultima telefonata tra le due donne, il giorno prima della morte di Fatma, è dominato dalla guerra, dalla violenza estrema inflitta a tutti gli abitanti di Gaza, ma offre anche uno sguardo sulla famiglia e la vita personale di Fatma, una giovane donna così piena di creatività e dalla presenza quasi magnetica. Scriveva poesie a canzoni, si era perfino fidanzata e organizzava laboratori di scrittura per i bambini reclusi a casa o nei rifugi come lei. In fondo è già tutto riassunto nel titolo del film, Put Your Soul on Your Hand and Walk (Prendi in mano l’anima e cammina), una frase che Fatma ripete due volte nel film. Conclude la sua regista: “L’ha detta in un messaggio in cui cerca di spiegare cosa prova quando esce per strada a scattare foto. Quell’energia che la anima nonostante il pericolo, che non si lascia mai dimenticare, quella forza che la spinge avanti”.
Put Your Soul on Your Hand and Walk (Prendi in mano l’anima e cammina), di Sepideh Farsi, con Fatma Hassona,