Hopkins da Oscar: se la vita è un insieme di confusi frammenti

In Cinema

Grazie a “The Father” dell’esordiente drammaturgo francese Floran Zeller, che ha adattato per lo schermo una sua piéce teatrale di grande successo, l’attore inglese ha vinto il suo secondo, meritatissimo oscar dopo “Il silenzio degli innocenti”. Riuscendo a tramettere al pubblico lo sconforto, la confusione, il tormento di un vecchio padre vittima di una forma di demenza senile. Dalla Francia anche una gradevole commedia di Mohamed Hamidi su donne, calcio e sessismo

Una bella casa in un elegante quartiere londinese, un uomo anziano e benestante, apparentemente in buona salute, una figlia premurosa e dolce che ha il progetto di trasferirsi a Parigi e si preoccupa di trovare qualcuno che si possa prendere cura del genitore, che potrebbe prima o poi rivelarsi incapace di vivere da solo. O forse già lo è. O forse nulla è come sembra, come recita il sottotitolo italiano di The Father, esordio alla regia del drammaturgo francese Florian Zeller, che ha adattato per lo schermo una sua pièce teatrale di enorme successo, rappresentata in tutto il mondo, e si è portato a casa, insieme a Christopher Hampton l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale.

Un successo dovuto anche (o forse soprattutto) al fatto di affrontare i temi dell’invecchiamento e del deteriorarsi delle facoltà cognitive da un angolo prospettico piuttosto inconsueto. A differenza di altri film che si sono accostati a questo doloroso argomento (pensiamo per esempio a Still Alice, con Julianne Moore), Zeller non guarda la malattia dall’esterno, mostrandone le conseguenze attraverso le reazioni di amici e parenti, non descrive la situazione attraverso lo sguardo di chi da fuori, con maggiore o minore partecipazione, assiste alla terribile metamorfosi che colpisce chi soffre di demenza senile o del morbo di Alzheimer. No, il deteriorarsi dei meccanismi mentali, fino allo sprofondare in una confusione di frammenti e dettagli impossibili da ricomporre, ci viene raccontata dal di dentro.

E così ci ritroviamo scaraventati senza alcun preavviso, fin dalla prima scena, nel tormentato paesaggio interiore del protagonista, che sta inesorabilmente scivolando in un universo tutto suo, dove i volti si sovrappongono, persone e situazioni si confondono, eventi e luoghi vengono a volte cancellati e basta. Infatti, sotto i nostri occhi, lo stesso personaggio ricompare d’improvviso con il volto di un nuovo attore, una figlia morta viene attesa con impazienza, un orologio infinite volte perduto viene ritrovato, forse rubato, forse smarrito. Intanto, passato e futuro si confondono in un presente che per rimanere tale ha bisogno di essere sempre e di nuovo raccontato. Assistiamo così, con un crescente senso di disagio, all’emergere di una fragilità estrema, una vulnerabilità che da mentale si fa fisica e coinvolge, stravolge gli spazi più intimi e familiari.

Il risultato è un film commovente, eppure privo di ogni sentimentalismo, che offre a un grandissimo Anthony Hopkins l’occasione per cesellare un personaggio straordinario: odioso e disarmante, adorabile e irritante, capriccioso e seduttivo, potente e fragilissimo. Difficile pensare a un altro attore che potesse quest’anno meritare più di lui l’Oscar, il secondo dopo quello conquistato nel 1991 per Il silenzio degli innocenti. C’è però da aggiungere che anche il resto del cast si rivela assolutamente all’altezza di questa impegnativa sfida, con in prima fila una sempre eccellente e misuratissima Olivia Colman.

The Father di Florian Zeller, con Anthony Hopkins, Olivia Colman, Imogen Poots, Rufus Sewell, Olivia Williams.

RAGAZZE IN CAMPO PER SALVARE LA SQUADRA

Clourrières, a 28 km da Lille, città della squadra di calcio neo-campione di Francia che ha battuto Neymar e Mbappè, i nababbi del Paris Saint-Germain. Qui ha ambientato il suo nuovo film, Regine del campo, quarta prova da regista/sceneggiatore, il 48enne franco algerino Mohamed Hamidi, scrittore e cineasta specializzato in commedie un po’ paradossali. Nel 2016 fece sorridere il pubblico francese ed europeo con l’intelligente In viaggio con Jacqueline, storia di un contadino algerino, della sua mucca e del loro viaggio dall’Africa alla fiera del bestiame di Parigi. Stavolta propone un tema sportivo sempre più di attualità, il football femminile, che ha conquistato il pubblico tv anche in Italia. Ma il suo approccio è per così dire laterale. Nel senso che a far giocare undici calciatrici, assolutamente dilettanti (tranne una) quasi digiune in fatto di arte pedatoria, è Marco, l’allenatore della squadra locale, cui dà volto e buffa mimica il comico Kad Mehrad, 57enne francese nato a Sidi Bel Abbes, Algeria, star indiscussa di Giù al Nord e di altre amene commedie transalpine.

Il problema è che i suoi giocatori maschi, in seguito a una rissa di fine match, si sono fatti squalificare e non potranno disputare le ultime tre partite del campionato, con rischio di retrocessione e quindi scomparsa del glorioso club. A mali estremi, estremi rimedi. Se non ci sono uomini in grado di cavarsela, ci penseranno le mogli e le figlie, che con un pareggio all’ultima giornata salveranno la squadra. Non senza aver subito, prima, un campionario abbastanza completo di sberleffi, minacce familiari, ingiurie sessiste. Che coinvolgeranno anche il povero Marco. Ma le “calciatrici per caso” Céline Sallette, Sabrina Ouazani e Laure Calamy (astro nascente della commedia francese dopo i successi della serie Chiami il mio agente! e di Io, lui, lei e l’asino) mettono insieme con le compagne un gruppo affiatato, nello sport e nella vita, che affronta gli avversari coi tacchetti e quelli nel salotto di casa col tipico repertorio di solidarietà femminile, coraggio, entusiasmo e battute sulle rivedibili prestazioni dei partner in vari campi dell’esperienza umana. Se nel 2019 Lascia che le ragazze giochino ricostruiva una vicenda che a fine anni ’60 contribuì a radicare il calcio femminile in Francia, e lo stesso anno Les Crevettes si faceva beffe dell’omofobia narrando le gesta della nazionale di pallanuoto a forte tasso gay, vuol dire che sempre più lo sport si presta, anche al cinema, a contribuire all’avanzata della civiltà spicciola, quotidiana, umana. Con un po’ di humour. g. p.