Giovani autori italiani: favole cupe di ragazze in orridi mondi di adulti

In Cinema

Il nuovo cinema del nostro paese ha un occhio decisamente critico e pessimista sui rapporti tra generazioni. In “Favolacce” di Damiano e Fabio D’Innocenzo si parte da un diario immaginario di una bambina per descrivere un paesaggio umano sterile e senza amore. “Buio”, horror familiar-ambientale di Emanuela Rossi mette di fronte tre sorelline e un padre padrone e predatore, rinchiusi in una casa circondata da un universo in preda al disastro climatico. Un sinistro presagio pre-Covid

Bambini e famiglie disfunzionali

I fratelli D’Innocenzo, Fabio e Damiano, dopo il debutto alla Berlinale nel 2018 con La terra dell’abbastanza, grazie al livello di maturità del loro nuovo noir suburbano Favolacce si sono aggiudicati il premio alla miglior sceneggiatura nella competizione tedesca di quest’anno. Sorprendente, sconcertante e divertente, questo co-prodotto italo-svizzero racchiude il grottesco di un film di Ulrich Seidl ma senza il sesso, e con una vivida recitazione. Quattro ragazzini emotivamente repressi, alla soglia della pubertà, lottano per adattarsi alla banalità del mondo dei loro genitori. Le loro vite futili vengono rivelate a più riprese, ma non c’è nulla di banale nella visione dei due cineasti o nel potere dell’obiettivo, nell’atmosfera intrigante e nella recitazione.

Il film si apre con un narratore invisibile (Max Tortora) che afferma di aver trovato il diario di una bambina e, quando il diario finisce bruscamente, di aver completato la sua storia. Questo dispositivo letterario tende però a scomparire, lasciando il palcoscenico a un assortimento di bambini bizzarri e famiglie disfunzionali, un gruppo sociale iperprovinciale in cui i genitori non riescono davvero a connettersi coi propri figli e i piccoli cercano drammaticamente una guida mentre si sforzano di dare un senso a un mondo di cose sterili.

La struttura del film è composta da trame vagamente intrecciate e senza un eroe fondamentale. Come recita il narratore in terza persona, questa è una storia immaginaria, basata su una storia vera, fatta di eventi in qualche modo incongrui o inconsistenti. Proprio come la finzione onirica, il tessuto stesso del quotidiano è accentuato, cucito più stretto e trasfigurato attraverso un ciclo psichedelico di esagerazione e assurdità da incubo. Questo è il motivo per cui i primi piani di pasta e schizzi di salsa non si sono mai sentiti così deliziosamente inappropriati, e per cui abbiamo la sensazione che finalmente stiamo incontrando la versione peggiore di noi stessi. E questo è il motivo per cui l’universo dei fratelli D’Innocenzo non può essere la dimora né degli eroi né degli antieroi: non solo sfidano il genere, ma sfidano anche i personaggi. Finché la storia continua, non importa davvero chi sta dicendo le battute.

Le interpretazioni di Favolacce (che si può vedere, a scelta, su Sky Primafila Premiere, TimVision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital, Rakuten Tv) sono di prima classe. Dall’ormai internazionalmente acclamato Elio Germano a Justin Korovkin (Il nido) la pellicola unisce un cast cupamente delizioso in cui figure tristi e sfinite si alternano, in un dialogo silenzioso, con le versioni più giovani del loro futuro sé. E costruiscono la ricetta perfetta per un sterile paesaggio umano: così sterile, infatti, che gli anziani sembrano essere completamente esclusi. L’amore è sempre fuori luogo e, possibilmente, mal compreso. I giorni si accumulano l’uno sopra l’altro, come se aspettassero l’urlo finale, quell’ultimo, temuto slancio di energia che non arriva mai. Siamo così ancora più sorpresi quando arriva il colpo di stato finale e porta a termine Favolacce con competenza magistrale.

I D’Innocenzo sanno come indulgere nei dettagli mentre si inquadra tutto nell’immagine più grande. Proprio come un arazzo medievale, Favolacce è un lavoro in corso bidimensionale: non si può mai essere sicuri di cosa significhi tutto ciò, a meno che non si superi la superficie del tessuto proprio lì dove si trova il punto focale. I due registi hanno dimostrato, con questo ottimo contributo al cinema contemporaneo, che cosa significhi girare film con il cuore attraverso l’obiettivo della mente.

Favolacce di Fabio e Damiano D’Innocenzo, con Elio Germano, Max Tortora, Justin Korovkin, Barbara Chicchiarelli, Gabriel Montesi, Ileana D’Ambra, Giulia Melillo 


Fanta/horror: papà orco, sole spento

Ancor più cupo e minaccioso, se possibile, è il mondo degli adulti visto dalle tre sorelline, recluse in casa da un padre padrone rimasto vedovo in circostanze poco chiare (ma che si capiranno tragicamente nel corso del film), al centro di Buio di Emanuela Rossi, esordiente marchigiana di sicuro talento visivo, che sa usare la luce e il buio, le atmosfere naturali e quelle artificiali, elettriche, il decor dark quasi d’epoca e i moderni, algidi tagli d’inquadratura, per suscitare paura, pathos, empatia. Dopo un corto assai premiato una decina d’anni fa, Il bambino di Carla e un fruttuoso apprendistato in direzione e sceneggiatura nella fiction Rai Non uccidere, per la quale ha lavorato per due anni a Torino, nella stessa città ha girato anche questo film di debutto, premiato per la sceneggiatura (scritta insieme a Claudio Corbucci) alla Festa di Roma 2019. 

Buio è un thriller familiare di ambizioni ambientaliste (in coerenza con la dichiarata ispirazione della regista e autrice), in cui tre ragazze, dagli espliciti nomi di Stella (Denise Tantucci, molto adulta nella recitazione), Luce (Gaia Bocci, adolescente impaurita ma insieme civettuola) e Aria (adorabile nei quattro anni di Olivia Tosatto) vivono in condizioni straordinariamente analoghe (ma il progetto parte qualche anno fa) alla pandemia da Covid 19 dei nostri giorni. Chiuse in casa dal padre sempre più orco, infido e violento (Valerio Binasco), spesso costrette a indossare pesanti bardature e maschere antigas per proteggersi da non meglio identificate contaminazioni, vedono il mondo esterno dalla finestra come deteriorato e irrimediabilmente inabitabile, e ciò “da quando il sole si è ammalato”. Un altrove assai malsano e popolato da cittadini tornati allo stato animale e banditesco a causa dalla fame, della miseria seguite al tracollo ambientale. 

Questo almeno nel racconto di papà, che inframezza queste lugubri narrazioni, in cui si dichiara eroe coraggioso di un nuovo medioevo fatto di assassinii per pochi grammi di carne e verdura, con momenti di ambiguo corteggiamento della secondogenita, preferita all’ormai sempre più ribelle e insofferente Stella, che il film suggerisce aver comunque già subito le attenzioni di lui (non è chiaro sino a che punto, ma si immagina purtroppo il peggio). Finchè lei, la ragazza più grande, che si strugge nel ricordo di una madre dolce e succube (Elettra Mallaby), apparentemente fuggita di casa, diventa una sorta di leader del terzetto e si spinge, assai titubante, fuori casa per cercare del cibo, scoprendo che la pittura d’ambiente, fisica e psicologica, del babbo, è tutt’altro che veritiera. Anzi, è odiosamente strumentale al suo potere assoluto, dispotico e predatore. 

È in questo finale, che inizia quando Stella scopre la dolce ala della giovinezza, i timori e tremori suscitati dall’altro sesso, e si conclude con una potente resa dei conti nella casa dell’orco, che il film gioca le sue carte più horror e al tempo stesso più impegnate in campo psicologico e relazionale. Cadendo forse in una contraddizione tematica, ma probabilmente voluta per ampliare i messaggi che vuole trasmettere. Se la distruzione del mondo esterno è assai più immaginata (e raccontata da papà) che reale, il film perde uno dei suoi spunti polemici generalisti, in favore di un plot più duro e concentrato sulla violenza domestica. Ma così facendo accetta di rinchiudersi nelle mura più classiche del genere (in senso cinematografico e sessuale), privilegiando l’horror familiare e lo scontro finale con il male, chiaramente identificato, alla metafora più ampia sulle colpe umane verso la Terra, la gioventù, l’universo femminile. Insomma, passando dal buio alla luce, almeno nel racconto e nel comportamento dei personaggi.

Buio si può vedere ancora oggi sulla piattaforma MyMovies Live, ma forse, dato il riscontro positivo avuto, ci saranno altre occasioni.

Buio, di Emanuela Rossi, con Denise Tantucci, Valerio Binasco, Gaia Bocci, Olivia Tosatto, Elettra Mallaby