“Ammazzare stanca” parte dal memoir di un vero pentito della criminalità organizzata, che ha mandato in carcere i “suoi”, padre compreso, per tentare di capire cosa significa abbandonare la malavita. Cercando dentro di sé, anche senza successo, il rimorso per le tante persone uccise. Una storia non certo consolante, che inizia negli anni Settanta in Lombardia e illustra un percorso attraverso il carcere. Con la scoperta della scrittura come ancora di salvezza
Antonio Zagari (Gabriel Montesi) è il figlio primogenito di un boss calabrese trapiantato in Lombardia, in un paesotto dalle parti di Varese. Siamo intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, nelle scuole e nelle fabbriche fervono manifestazioni e lotte sindacali, lontano dai riflettori l’espansione della ‘ndrangheta nel profondo nord sta avvenendo in silenzio, ma lasciandosi dietro una spaventosa scia di sangue. Antonio è cresciuto agli ordini del padre Giacomo (Vinicio Marchioni), capobastone privo di scrupoli e totalmente dedito alla difesa degli affari di famiglia. Da lui ha imparato a uccidere, rapire e rapinare, ha imparato la legge del più forte e capito come applicarla nel modo più efficace. Insomma, sembra essere diventato il perfetto ritratto del killer di mafia: efficiente, freddo, spietato.
Quando Antonio finisce in galera per la prima volta, nel 1974, in seguito a una rapina finita male, ha già al suo attivo una quantità impressionante di omicidi e non sembra nemmeno in grado di capire la differenza tra bene e male, paura e compassione. Sembra davvero l’esecutore perfetto, l’impeccabile replica di chi è venuto prima di lui, pronto a porsi come modello per quelli che – figli e nipoti – verranno dopo. Ma è cresciuto in provincia di Varese, parla con un accento del nord che suo padre, capace di comunicare solo in stretto dialetto calabrese, guarda con sospetto e tenta inutilmente di correggere, come fosse una macchia da cancellare. Antonio si scopre così corpo estraneo, destinato a far esplodere – quasi suo malgrado – il triste equilibrio di una famiglia in bilico tra un mondo e un altro, una lingua e un’altra, un’epoca e un’altra.
La valenza profonda di questa estraneità che passa attraverso la lingua diventerà chiara, assolutamente evidente, proprio durante la prima esperienza in carcere di Antonio. Quando si trasformerà in scrittura. Il protagonista comincerà a usare lo scrivere per comprendere proprio quell’assurdo senso di appartenenza a una famiglia dove si sente un estraneo. Questa scrittura, un quaderno dopo l’altro, faticosamente ottenuto in cella come una conquista di libertà, diventerà il memoir Ammazzare stanca, pubblicato molti anni dopo. Ma era già tutto lì: il primo passo verso la salvezza, o verso il tradimento, a seconda dei punti di vista. Perché quello che per lui era liberazione, e quindi manifestazione di salvezza, per gli altri, per i membri della sua famiglia, uomini e donne, madri comprese, era un puro e semplice tradimento.
È una storia totalmente vera quella che racconta Daniele Vicari a partire dal memoir Ammazzare stanca, pubblicato nel 1992 da Zagari ormai diventato un pentito, un collaboratore di giustizia che manderà in galera molti della sua famiglia, padre compreso. Non una storia consolante. E che è ben difficile definire di redenzione. Questo scriveva Zagari nel suo memoir: «Avevo nausea di tutto ciò che ruotava attorno all’ambiente malavitoso. Non solo per una questione di paura, ma perché dopo essermi abbuffato per anni di pietanze criminali non riuscivo più a digerirle. Desideravo solo essere lasciato in pace. Sarei ipocrita se affermassi di avere rimorso per le persone che ho soppresso. L’ho cercato e lo sto ancora cercando, inutilmente». Ecco, questo cercare il rimorso e non trovarlo la dice lunga sull’impossibilità di trovare consolazione nella storia. Ma il grande merito del film è proprio questo: non cercare facili motivi di conforto, eppure non smettere di provare a capire. Cosa si annida nei cuori cattivi, prima ancora che nelle anime buone.
Ammazzare stanca, di Daniele Vicari, con Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni, Selene Caramazza, Andrea Fuorto, Thomas Trabacchi, Rocco Papaleo