Nella fucina di Giotto

In Arte

Prestiti eccezionali e un allestimento forgiato nel ferro: a Milano dopo 680 anni è tornato Giotto. Cosa ci lascerà, questa volta, il suo passaggio?

Conclude in bellezza la rassegna artistica milanese legata a Expo con la mostra Giotto, l’Italia, curata da Pietro Petraroia e Serena Romano, e allestita nelle sale di Palazzo Reale. Dopo 680 anni (o 679, il pendolo pare bloccato in un eterno e frequente oscillamento) Giotto torna a Milano nel luogo stesso in cui sorgeva allora il palazzo di Azzone Visconti. L’artista toscano era all’alba dei settant’anni quando il signore di Milano lo chiamò per decorare alcuni ambienti della sua dimora. Di essi non rimane nulla, Giotto si è dissolto nella storia di Milano, lasciando soltanto un nugolo di farfalle agli studiosi e sparute testimonianze della sua influenza nella Chiesa di San Gottardo in Corte, ultime scintille di quello che doveva essere stato un bengala scoppiettante.

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Giotto di Bondone e aiuti, Incoronazione della Vergine dal Polittico Baroncelli (part.), 1328 ca.

E come ci torna Giotto a Milano? Ci torna come probabilmente era arrivato la prima volta: in carrozza, ma senza l’arroganza e i fronzoli di chi esalta la propria nullità; il calesse giottesco, trainato lentamente da uno dei suoi asinelli, ha la semplicità grandiosa che a Padova fece mormorare a Proust: “Dopo aver attraversato in pieno sole il giardino dell’Arena, entrai nella cappella di Giotto, dove l’intera volta e il fondo degli affreschi sono così azzurri che la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia assieme al visitatore per mettere all’ombra e al fresco, per un istante, il suo cielo puro”. È questa un poco l’emozione (oltre che l’incipit) di chi entra nelle sale dell’esposizione allestita da Mario Bellini. Le opere trainate fino a Milano sono quattordici, tacitamente suddivise in tre gruppi cronologici: gli anni giovanili, quelli densissimi del secondo decennio del ‘300 e quelli della tarda maturità. Ognuno di essi sembra raggiungere efficaci soluzioni espositive: si pensi soprattutto ai frammenti staccati della chiesa di Badia a Firenze, al parallelismo bifronte tra il polittico di Santa Reparata e quello Stefaneschi e al temporaneo ricongiungimento del polittico Baroncelli con la sua cimasa.

Giotto di Bondone e aiuti, Polittico Stefaneschi, 1320 ca., Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana.
Giotto di Bondone e aiuti, Polittico Stefaneschi, 1320 ca., Musei Vaticani, Pinacoteca Vaticana.

Complice è anche l’intelligente allestimento volto a valorizzare esclusivamente l’opera d’arte grazie a un utilizzo massiccio del ferro (un omaggio al padre e al fratello del pittore, entrambi fabbri) e a un uso impeccabile della luce. Così, mentre Bellini era occupato nella sua fucina di Vulcano, i due curatori si sono indaffarati a vagliare e raffrontare i documenti, appoggiandosi soprattutto, come detto in catalogo, al lavoro di Michael Viktor Schwarz e Pia Theis. Il taglio della mostra sembra essere infatti una ricostruzione storica e soprattutto sociale della vita di Giotto: ne emerge una figura terrena come la sua pittura, un pater familias non privo di una vena imprenditoriale, che però, a giudicare dalla sua arte e dai suoi affetti, non si è mai seduto sugli allori. E il fatto che, ormai anziano e affermato, venisse col suo carretto (immaginiamo noi) nell’umido ducato lombardo per eseguire gli ultimi lavori sta lì a dimostrarlo.

Giotto, L’Italia, a cura di P. Petraroia, S. Romano, Palazzo Reale, fino al 10 gennaio 2016

Foto di copertina: Giotto di Bondone, Angeli musicanti, particolare dal Polittico Baroncelli, 1328 circa

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