Lucilla Giagnoni porta a Tra Sacro e Sacromonte – e a ottobre, a Saronno – un lavoro su San Francesco libero dalle semplificazioni e desnso di sfumature, emotivo e “inattuale” e forse per questo denso di interrogativi al presente. Proprio come il suo protagonista.
Dice probabilmente più di quanto molti vorrebbero, sentir raccontare fra i marmi e gli ori dell’affascinante Santuario di Santa Maria del Monte di Francesco l’infinitamente piccolo. Ma al Santo di Assisi è dedicata questa edizione di Tra Sacro e Sacro Monte, e Lucilla Giagnoni, fedele alla sua storia artistica e alla lezione di Teatro Settimo, lo illumina facendo dialogare la poesia di Bobin e un’eredità personale in cui il “frate piccolino” diventa compagno di gioco di infanzia e compagno di strada d’artista, nel suo indossare numerosi volti senza mai tradirsi. Una duplice via che si tesse con una biografia che l’attrice rivendica come radicalmente inattuale, se si pretende di adattarlo ha un tempo che non potrebbe essere più distante come quello moderno ma che d’altra parte interroga profondamente questo tempo, a cominciare proprio dalle sue contraddizioni. Una vicenda innanzitutto umana non riducibile, come le sue parole che non volle mai glossate ma che proprio per questo dovevano essere semplici e limpide per tutti. Cominciando da un rigore cui non fu mai disposto a venir meno, che passava per dettami oggi apparentemente inconcepibili come l’esigenza del lavoro per sostentarsi, o un richiamo alla povertà radicale come misura di vita non come posa di miseria. Quello che Giagnoni ripercorre, proprio passando attraverso i suoi molti volti, dal Santo al folle, dal bambino all’artista è un Francesco per molti versi spiazzante per certa ortodossia, la cui vicenda accoglie e dà senso alle contraddizioni dell’umano, all’ambizione di un uomo che voleva cambiare il mondo molto oltre all’imposizione di una regola, ma anche alla sofferenza di un uomo in conflitto con la propria ricerca di sé, in cui la vocazione passa per un corpo a corpo col mondo e sè, e del resto, il frate di Assisi proprio come l’attore è tutto corpo, corpo teatrale e corpo scenico, corpo di giullare che passa dalla tragedia alla commedia – e capace di fare lo spazio di dialogo e anche comunicazione attraverso di esso.
Una sintesi di contrasti a partire dal suo nome, dal Giovanni del battesimo Francesco della scelta, il nome scelto dalla madre e quello della predicazione, l’Italia per la crescita e la Francia per la famiglia “evangelista e trovatore, apostolo e amante” e capace così di creare nuovo alfabeto, che risignifica il mondo che attraversa. A partire dall’infanzia, che smette di essere traccia del destino degli adulti per diventare uno spazio di scoperta da fare proprio, fino ai simboli con cui forse – ma è davvero importante? – nasconde le diversità degli uomini e delle società dietro agli animali con cui dialoga, e dentro al presepe la voglia di non usare più i luoghi della Palestina come scusa di conflitto e terreno di conquista, ma ponendosi invece in un dialogo – lontano da ogni pretesa di convincimento e prevaricazione. Una lettura del mondo da cui il potere sembra oggi quanto mai lontano. Potere del quale, a partire da quello ecclesiastico Francesco, voleva sentirsi “ospite o pellegrino” concedendo la sottomissione solo come via per essere più libero, proprio come poi farà la giovane Chiara, a cui lo spettacolo dedica un breve ma incisivo passaggio, portando in luce un raporto col femminile e con le donne ancora una volta sorprendente, anche per i molti abituati solo alla narrazione francescana canonica. È un ritratto tridimensionale suggestivo e lontano da qualsiasi posizionamento ideologico, refrattario proprio come lo stesso Francesco del tentativo di adattarne e distorcerne la figura alla comodità di una sola parte, fossi fosse anche attraverso una divinizzazione accomodante già in limine vitae. L’attrice toscana lo costruisce poggiandosi all’eleganza dei versi come all’esattezza delle parole che proprio Francesco ha consegnato.
Ne costruisce un lavoro articolata e coinvolgente in cui ben si ritrova la sua cifra impreziosita dalle evocative musiche di Paolo Pizzimenti, in cui proprio come il trovatore o l’aedo – ma anche come il santo “riconosce la bellezza e la canta“ e superando la dimensione confessionale restituisce il valore dell’insegnamento di Francesco come via per vivere pienamente, indipendentemente dalla propria fede. Giagnoni lo offre al pubblico con la forza espressiva travolgente e magnetica, comune all’interpretazione e al divino, e forse si potrebbe persino intravedere nel viso e nei gesti il punto di contatto tra i due mondi che già i greci riconoscevano e chiamavano con la stessa parola, deinos.