Ornella Vanoni è entrata nel cuore degli italiani una generazione alla volta, con un passo felpato, seducendoci con la voce di un tempo distante, pieno di sentimento e di umanità, e che ora ascoltiamo con una strana nostalgia. In questa breve lettera aperta indirizzata a nessuno, l’autore esplora il suo personalissimo rapporto con la discografia di Ornella Vanoni, usata come portale per rileggere la città di Milano in chiave bohemien. Dopo la scomparsa di Vanoni, non resta che interrogarsi sul ruolo della sua vibrante discografia nel mondo contemporaneo.
Ornella Vanoni è entrata nel cuore degli italiani una generazione alla volta, con un passo felpato, seducendoci con la voce di un tempo distante, pieno di sentimento e di umanità, e che ora ascoltiamo con una strana nostalgia.

La notizia della morte di Ornella Vanoni è arrivata nel cuore della notte questo venerdì. A letto era impossibile prendere sonno e mi ritornò in mente mio nonno. Io e mio nonno eravamo persone molto diverse, non andavamo per niente d’accordo, a volte siamo arrivati persino ad odiarci. Le nostre differenze sembravano incolmabili se non per due soli argomenti; la bellezza indomabile della città di Milano, che tutti e due avevamo conosciuto e imparato ad amare, e l’indiscutibile talento raffinato di Ornella Vanoni, le cui canzoni ci facevano sognare entrambi. Quando mi chiesero di partecipare al suo elogio funebre parlai di questo, e fu il primo momento in cui mi sentii veramente certo di qualcosa.
Ascoltare Ornella Vanoni mentre si cammina per Milano ha significato per me vedere la città con gli occhi di chi ha costruito la sua fama e il suo fascino. Io al teatro Strehler sono entrato solo due volte, molto tempo dopo che Ornella Vanoni ne era uscita. Eppure ricordo di aver scoperto la sua musica proprio grazie alle canzoni della mala, create insieme a Giorgio Strehler alla fine degli anni cinquanta. Ricordo di aver provato una strana emozione quando sentii nominare in una strofa il tram numero 5, quello che va a Ortica, lo stesso che usavo per raggiungere la tintoria dove portavo i vestiti.

Quell’irruenta città dove mi ero trasferito da poco ora appariva un po’ più dolce e affascinante; divenne presto per me una pratica religiosa ascoltare ‘Hanno ammazzato il Mario’ ogni volta che portavo un maglione a rammendare. Piano piano, mentre scoprivo la sua discografia, scoprivo anche quella città, fino a quel celebre appuntamento mai corrisposto, punta di diamante del suo repertorio che anche in quel caso provai sulla pelle. Per me come per molti, la voce di Ornella Vanoni ha costruito mattone per mattone l’immagine di una città romantica e a tratti spensierata, ed è diventata in ultimo la colonna sonora di chi ama sognare senza rinunciare ad una punta di saudade. La sua musica richiama alla memoria quella notte insonne, passata a spiare le vite degli altri dalla finestra di un piccolo appartamento in Porta Venezia; e una giornata trascorsa a guardare l’acqua scorrere nella darsena del naviglio, ripensando ad un amore impossibile. È stata voce vibrante di un sentimento umano che ha sedotto milioni di ascoltatori con la melodia di questo mondo intenso, che però faceva della leggerezza il suo valore più grande. Che cosa fare ora di questa leggerezza, e di questa immagine tanto diversa dalla città, dal mondo, che conosciamo, rimane la sfida che ricade sulle spalle di tutti.

Ornella Vanoni, che si è spenta all’improvviso nella sua casa a Milano alle 23:00 del 21 Novembre 2025, aveva reso nota la sua volontà di indossare un abito di Dior al suo funerale, di far suonare la musica del trombettista e amico Paolo Fresu, e per le ceneri “[…] quello che vi pare…”. Si aggiunge quindi un altro nome alla lista dei grandi artisti italiani che ora vivranno per sempre. E ora mi chiedo se con Ornella Vanoni finisca il tempo dei sognatori, quello dove la speranza è infinita, dove la fatica si abbandona ad un sorriso.
Ora Milano si guarda intorno, spiazzata, e da un po’ è calato il silenzio.
I funerali della signora Ornella Vanoni si terranno domani, lunedì 24 novembre, alle ore 15 nella chiesa di San Marco a Milano.
In copertina: Ornella Vanoni. Milano, Naviglio Grande, anni ’60. Fotografia di Carlo Cisventi