Benjamin, Zweig – entrambi esuli in fuga dal nazismo, entrambi suicidi – Modiano, Piccolo ed altri per questa rubrica autunnale di letture che comincia a rileggere Stevenson, non trascura la poesia e sceglie per gli incipit il grande Romain Gary : “…una donna come lei avrebbe meritato un ascensore”
RECENSIONI

«Nel 1932, mentre ero all’estero, iniziai a rendermi conto che presto avrei dovuto dire addio per molto tempo, forse per sempre, alla città in cui ero nato. Nella mia vita interiore avevo più volte sperimentato come fosse salutare il metodo della vaccinazione; lo seguii anche in questa occasione e intenzionalmente feci emergere in me le immagini – quelle dell’infanzia – che in esilio sono solite risvegliare più intensamente la nostalgia di casa. La sensazione della nostalgia non doveva però imporsi sullo spirito come il vaccino non deve imporsi su un corpo sano».
Walter Benjamin (1892-1940) è stato uno dei grandi critici e saggisti del ‘900. Angelus Novus, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, I passages di Parigi sono opere che restano. Il Benjamin che, come qui, sceglie di farsi narratore, è altrettanto suggestivo. Esule all’avvento del nazismo, suicida nel 1940 a Port Bou al confine tra Francia e Spagna per non cadere nelle mani della Gestapo, Benjamin scrisse le “miniature”, quasi poemetti in prosa, in varie riprese fra il 1932 e il 1938. Interno berlinese ebbe una storia filologico-editoriale postuma piuttosto complicata, dal 1950, data della prima edizione allestita da Adorno, in poi: ne dà conto, in una delle postfazioni, Rolf Tiedemann.
Piccole istantanee, poemetti. Li muove la convinzione che «come una madre che accosti il neonato al petto senza svegliarlo, così la vita procede per lungo tempo con i ricordi ancora gracili dell’infanzia». Sfilano così davanti ai nostri occhi libri per ragazzi e alfabetari, armadi e mattini d’inverno, visite allo zoo e nascondigli, angeli di Natale e omini con la gobba. Ne emergono a volte brani incantevoli come Il calzino. A volte confessioni che assecondano l’intento dichiarato dell’opera, come in La febbre: «Sono stato spesso ammalato. Da qui proviene forse quella che altri in me definiscono pazienza, ma che in realtà non assomiglia ad alcuna virtù: la tendenza a vedere tutto ciò a cui tengo avvicinarsi a me da lontano come le ore al mio letto di ammalato. È per questo che quando faccio un viaggio mi viene a mancare la gioia maggiore se non ho potuto aspettare a lungo il treno in stazione, e così si spiega anche perché il fare regali sia diventato per me una passione; infatti io, il donatore, scelgo con grande anticipo ciò che per l’altro costituisce una sorpresa. Anzi, il bisogno di guardare all’avvenire sorretto dal tempo dell’attesa, come un ammalato dallo strato di cuscini dietro la schiena, ha fatto sì che più tardi le donne mi sarebbero parse tanto più desiderabili quanto più pazientemente e lungamente le avessi attese».
Il passato non come nostalgia ma come incubatore di futuro. Il modello dichiarato – da aver presente, ma dal quale tenersi lontani – è Proust, che Benjamin aveva tradotto in tedesco. Lo spiega bene Peter Szondi nel lungo e affascinante saggio Speranza nel passato posto in appendice: se per Proust il passato è una fuga dal tempo, dal futuro e dalle sue insidie, dallo spettro della morte, per Benjamin il passato interessa soltanto quando presenti «i tratti dell’avvenire».
Il risultato di questa dichiarazione di poetica, in sé rispettabile e legittima, è però una deformazione volontaristica del passato: un album di istantanee dal quale i volti umani quasi scompaiono, una narrazione che privilegia il particolare, che procede per elisioni più che per accumulo. Una rievocazione di piccole esperienze, quasi noumeni che non danno conto di una vita.
«Laconismo complesso» (Tiedemann) che fa di Benjamin, pur con le frequenti accensioni liriche, una sorta di saggista riluttante, e a volte complicatamente reticente, di se stesso. E più che la speranza nel futuro – un futuro compromesso dall’avvento del Terzo Reich, che presto sarebbe diventato un cumulo di macerie – muove queste pagine, al di là dell’intenzione, la necessità dell’esorcismo, del “remedium melancholiae”.

Francesco M. Cataluccio, L’ambaradan delle quisquiglie, Sellerio, 2012
Ho appena acquistato il nuovissimo Hotel Chopin di Cataluccio, ne scriverò il prossimo mese. Intanto ho sul comodino il suo Vado a vedere se di là è meglio e mi sono riletto L’ambaradan delle quisquilie, che non ha perso neppure un grammo della sua profonda brillantezza. Zibaldone, repertorio, diario, autobiografia, saggio, annotazione, quaderno di citazioni: tra la buccia del titolo bizzarro e la polpa di una narrazione mercuriale, un libro delizioso e ricco, pieno di riflessioni serie e curiosità, affollato di luoghi e personaggi. I viaggi e i miraggi dello slavista Cataluccio in 66 voci (divertente, in “Uninominale”, la storia di quella M. e della sua doppia identità, burocratica e quotidiana).
La narrazione quasi picaresca della voce iniziale, ambaradan appunto (l’allampanato praghese e suonatore di sax Jiri che convive a Roma con la studentessa d’arte etiope Guesh in un appartamento di via Amba Aradam prima dell’incrocio con via Merulana), vira subito all’asciutta e commossa rievocazione dei resistenti etiopi arsi vivi con l’iprite e i lanciafiamme dalle truppe italiane di Badoglio nel 1936 (gli 800 superstiti, soprattutto civili, vennero fucilati in loco).
L’infanzia e la giovinezza a Firenze, le ascendenze siciliane, i parenti strambi, le malattie e i gelati, gli incontri (è esilarante l’incursione dell’esagitata Oriana Fallaci a casa di Cataluccio, a caccia di un amore polacco della bisnonna); la giovanile militanza comunista (altro piccolo capolavoro la tripla firma dell’autore quando scriveva dell’opposizione polacca negli anni ‘80: critico ma composto per l’Unità con il suo vero nome, solidale senza riserve con Solidarnosc dalle colonne del Manifesto dove si firmava Francesco Albergatore, critico feroce del regime sull’Espresso dov’era risucchiato dallo pseudonimo collettivo Telesio Malaspina, finché il direttore dell’Unità lo costrinse a polemizzare con il Manifesto, dove un risentito se stesso gli rispose per le rime); le bandiere e le biciclette; gli incontri (altro aneddoto strepitoso: il bambino Cataluccio in tram che vicino alle Cascine, vedendo salire due donne vestite e truccate in modo assai vistoso, continua a chiedere al nonno: “Chi sono quelle signore?” finché il tramviere, spazientito, urla: “Sono due puttane”. Bambino, imperterrito: “Nonno, che cosa sono le puttane?”. Nonno, definitivo: “Sono le mamme dei tramvieri”).
E la scoperta della Mitteleuropa, sua patria adottiva (Cataluccio ha curato tra l’altro le opere di Bruno Schulz e Witold Gombrowicz). Esplorata e raccontata attraverso gli scrittori maggiori (Milan Kundera, soprattutto, ma anche Hrabal e appunto Gombrowicz). E attraverso personaggi veri che sembrano inventati: il pittore Arcimboldo; il libraio antiquario Voynich che nel 1912 scopre a Frascati un manoscritto praghese degli inizi del Seicento e lo vende all’università di Yale: «L’opera contiene immagini di piante fantastiche ed è scritta in un idioma che non appartiene ad alcun sistema linguistico conosciuto»; il giornalista polacco Mariusz Szczygiel innamorato dei cecoslovacchi (confermo, a suo tempo ho letto il godibile Fatti il tuo paradiso, pubblicato in Italia da Nottetempo) e singolari casalinghe (la protagonista della voce “Reality” è Janina Turek di Cracovia, che fra il 1943 e il 2000 riempie con un diario meticoloso e ossessionato dal niente 748 quaderni: ha detto buongiorno 23.397 volte, è andata a teatro 110 volte, ha fatto 6.257 telefonate…); il prete polacco Ksawery Kurtz che scrive il “Kamasutra dei cattolici”.
Al vertice delle narrazioni, due protagonisti speculari e diametralmente opposti della Shoah. Il giusto Jan Karski, che si fa internare in un lager per vedere di persona lo sterminio, ne evade e raggiunge l’Inghilterra, dove riesce a farsi ricevere da Churchill che non gli crede, come non gli presterà fede a Washington il presidente Roosevelt. Per tutta la vita Karski, che pure ha combattuto nella resistenza, vivrà quel fallimento come una colpa personale da espiare: diventando, lui cristiano polacco, ebreo come gli assassinati. E l’abietto Sally Perel, ebreo che per salvare la pelle si farà nazista e persecutore di ebrei: e, anziano, partirà da Israele per tornare in Germania e partecipare a un raduno di veterani della Wermacht, commuovendosi (dalle sue memorie, pubblicate in Italia da Guanda, Agnieszka Holland ha tratto un film).
Che altro ricordare? Le voci dedicate al kitsch, all’identità, all’osceno (stroncando il romanzo di Jonathan Littell Le benevole, Cataluccio polemizza con le caricature demoniache del nazismo), all’eterogenesi. E soprattutto le pagine sulla nostalgia (per me è uno dei gangli pulsanti del libro, anche se ho qualche perplessità sulla liquidazione di Pasolini ridotto a “passatista per estetica”, ciò perché gli piacevano i garzoni dei fornai e i sottoproletari). Sentimento tuttavia, vorrei chiosare, ambiguo e ambivalente: rimpianto di un tempo più che di un luogo (suggestiva la citazione di Kant), non necessariamente voglia di ritorno al passato ma senz’altro resa di fronte al presente. Si ha nostalgia a volte perché il futuro è bruma e il presente luogo estraneo, pur sapendo che il passato è terra straniera. E a volte semplicemente per stanchezza, perché non si ha più voglia di tenere il passo: la rimemorazione del passato, allora, è quasi un modo di rivivere le possibilità che non si sono realizzate, di filtrare gli anni e gli inganni, di sognarsi un happy ending che non c’è stato.

Ferruccio Fölkel, Storielle ebraiche, Rizzoli, 1988
Ferruccio Fölkel (1921-2002), triestino di origine ungherese, Fery per gli amici, è stato dirigente editoriale (Mondadori) e scrittore: poesie e uno zibaldone per Guanda e Studio Tesi, un volume con Carolus L. Cergoly (Trieste provincia imperiale, Bompiani) che affetta giudiziosamente il mito asburgico, e La Risiera di San Sabba, sul più tristemente noto dei lager nazisti in Italia. Soprattutto, ha raccolto in tre volumi per Rizzoli le Storielle ebraiche. Questo è il primo.
Il fiore dell’umorismo yiddish, recita il sottotitolo. Ashkenaziti sparsi tra Parigi e Vienna, Polonia e impero russo, con recenti propaggini americane, introdotti da un bel saggio (“Il sorriso degli ebrei”). Che parte dalla Bibbia, ricordando come il sorriso non sia di casa nel testo sacro, e termina con Jahve, passando per Freud e Bergson, ebrei e indagatori non casuali del riso e del motto di spirito, e sfiorando con molti altri anche Italo Svevo (è vero, La coscienza di Zeno è anche un’espressione dell’umorismo ebraico).
«Jahve non è un Dio “buono”, con lui bisogna trattare con cortesia ma anche con astuzia; la sorte degli ebrei è sempre stata incentrata sulla necessità di doversi difendere per sopravvivere. Quando uno è costretto ad aguzzare il cervello, non piange. Piuttosto alla fine ride: si ride e si sorride quando si è salvi, quando si ha in pugno la situazione. Anche se Hitler non è morto: ha soltanto cambiato divisa».
Così introdotti, gli ebrei di Fölkel, tra storielle e witz, danno vita a una dialettica serrata. Tra l’uomo e la divinità o almeno i suoi intermediari, l’uomo e la donna (e qui entra in scena una figura essenziale della yiddishkeit, lo shadchen, il sensale di matrimoni), fra ebrei e cristiani (rabbini e vescovi, rabbini e pope), fra ricchi e poveri (altra figura centrale di questa “commedia dell’arte” è lo shnorrer, il mendicante girovago e insolente che interloquisce con i Rothschild e gli Schmitz). Resistendo a guerre, pogrom, tradimenti, tabù alimentari e rovesci di fortuna.
Difficile dire quale, fra le 327 storielle della raccolta, sia la più folgorante. Io scelgo il vertiginoso domanda e risposta-domanda (gli ebrei rispondono sempre a una domanda con una domanda, si spiega in un’altra storiella) dei due ebrei alla stazione.
«Parti. E vai molto lontano?»
«Lontano da dove?»
Saint-Exupéry la amò molto e la considerò il perfetto emblema dell’assenza, della condizione di apolidi nell’anima al di là di piccole o grandi patrie. E Claudio Magris utilizzò la risposta per dare il titolo a un suo bellissimo libro giovanile su Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale.

Patrick Modiano, La ballerina, traduzione di Emanuelle Caillat, Einaudi, 2025
«Bruna? No. Piuttosto, capelli castano scuro, occhi neri. È l’unica di cui si potrebbero ritrovare alcune foto. I volti degli altri, tranne il piccolo Pierre, si sono sbiaditi con il tempo. Del resto era un tempo in cui si scattavano molte meno foto rispetto a oggi.
Eppure, certi particolari rimangono abbastanza precisi. Bisognerebbe farne un elenco. Ma sarebbe molto difficile seguire l’ordine cronologico. Il tempo che ha offuscato i volti ha anche cancellato i punti di riferimento. Restano alcune tessere di un puzzle, separate le une dalle altre per sempre».
La donna con gli occhi neri è “la ballerina”, non avrà altro nome in questo scarno romanzo che ti s’incolla addosso, summa prosciugata dell’arte speciale di Modiano di inseguire i fantasmi. Di indagare il passato sapendo che la memoria – la sua, la nostra e quella della Francia connivente con il nazismo, che ha indagato meritando il Nobel per la letteratura nel 2014 – è fatta in gran parte di oblio. Come una porta che non vorremmo più aprire ma che siamo tentati di varcare. Come un volto che emerge dalle “neiges d’antan”, da un’altra nostra vita, che ci sembra di riconoscere e invece non è lui. Come una persona che scorgiamo da lontano e la cui vista ci spinge a cambiare marciapiede.
Al narratore sembra di riconoscere per strada un uomo conosciuto tanti anni prima, un Serge Virzini che possedeva un bar, affittava camere ammobiliate e gli aveva fatto incontrare la ballerina. Una giovane donna sola con cui aveva stretto una taciturna amicizia quando, entrambi giovani, cercavano di spiccare il volo: lui alle sue prive prove di scrittura, testi di canzonette e rimaneggiamenti di romanzi erotici per la Olympia Press di Histoire d’O e di Lolita; lei con la dura dieta quotidiana di esercizi alla sbarra, diagonali e déboulé, perché «la danza è una disciplina che ti permette di sopravvivere».
Parte da questo incontro – ma Virzini forse non è Virzini – un viaggio a ritroso nel tempo, tra lampi di ricordi e l’assedio costante dell’amnesia. La donna aveva un figlio, il piccolo Pierre avuto da un uomo di cui non parlava mai, scomparso forse per evitare l’arresto, e un antico conoscente del paese in cui era nata che si appostava sotto casa sua e all’uscita della sua scuola di ballo, costringendola a cambiare abitazione. Per molestarla, per corteggiarla ancora? Indizi, tracce, piccole tessere che non combaciano: il cinema con piccolo Pierre, i suoi giochi solitari, le riunioni misteriose con gente forse losca, le passeggiate senza scambiare una parola, l’amicizia forse amorosa di lei con un’altra donna, le case di allora come atri di una stazione.
Perché il narratore ha perso di vista la ballerina? Non lo sapremo mai. Il viaggio della vita tra un passato come un sogno confuso che è evaporato, e il presente come una nebbia, in una città dove siamo cresciuti e che non riconosciamo più. Nebbia di ieri, nebbia di oggi, in un eterno presente intessuto di dimenticanze.

Angelo Petrella, La valigia perduta di Hemingway, Neri Pozza, 2026
Due poliziotti di ronda, il giovane Marcel e il collega e amico Philippe, accorrono agli schiamazzi provocati dallo scrittore Henry Miller e da due donne. I tre sono ubriachi come cocuzze, i flic provano a portare pace. La quiete verrà subito infranta: al piano terra del casamento dove abita Miller un gattino gratta con insistenza alla porta di un appartamento. Tutte le luci sono accese, la radio trasmette jazz, c’è uno strano odore, sta per piovere. Mosso a pietà dal gatto, Marcel bussa. La porta è socchiusa, nell’appartamento c’è una donna morta. Avvelenata con il cianuro di potassio.
Siamo a Parigi, l’anno è il 1929. La giovane si chiamava Jeanne Leblanc ed era commessa nella boutique di Coco Chanel. Fotografa dilettante, riservata e con poche amicizie, in apparenza si è suicidata, un biglietto che ha lasciato sembrerebbe confermarlo. Così almeno la pensa il commissario Gasquet, faccia da pugile e sigaro in bocca, ma molti particolari non tornano. Intuitivo e testardo, il poliziotto Marcel, che ha velleità di scrittore e che tutti prendono in giro per la sua tendenza a fantasticare, si mette a indagare all’insaputa del suo capo. Metà della suspence che questo noir clamorosamente ben orchestrato trasmette riguarda lui: si metterà nei pasticci, si metterà nei guai? Ci si mette, tanto da venire ferito a più riprese, tanto da venire sospeso dalla polizia. Ma riuscirà a trovare l’assassino che intanto è tornato a uccidere. E verrà riabilitato.
Il più bel noir di questo 2026 è anche un’incursione briosa e credibile nella Parigi della lost generation e delle avanguardie. I delitti sono infatti maturati in quegli ambienti, tra i personaggi lambiti dalla vicenda figura soprattutto Ernest Hemingway che nel romanzo acquista statura di coprotagonista e di detective, con la sua famosa valigia di manoscritti smarrita alla Gare de Lyon (se non conoscete la vicenda andatevi a leggere il suo bellissimo memoir Festa mobile). Assieme a lui e ad Henry Miller compaiono i rissosi surrealisti André Breton e Louis Aragon (assai divertente la scena in cui Aragon insegue Marcel con un forchettone da insalata), l’esordiente Luis Buñuel di Un chien andalou, Gertrude Stein stizzita perché un delitto la costringe ad annullare una cena con Picasso, il tormentato Man Ray, James Joyce con la moglie Nora, Scott Fitzgerald e Zelda sempre meno belli e sempre più dannati. E la bellissima Kiki di Montparnasse, musa di quegli anni di sregolatezze e modella e amante di Man Ray (il celebre Violon d’Ingrés la ritrae), con il cui il poliziotto Marcel avrà una breve e tempestosa storia d’amore.
Angelo Petrella, nato a Napoli nel 1978, è narratore sapiente e sceneggiatore noto (I bastardi di Pizzofalcone, Il commissario Ricciardi, Mare fuori e molti altri). Tutte doti che spiccano in questo noir che coniuga un ritmo incalzante con la capacità di scavare nei fantasmi che abitano i personaggi. E che racconta, oltre alla follia che si cela dietro questi delitti, la grande festa degli anni ‘20 che volge al termine. Un romanzo che ho letteralmente divorato facendo le ore piccole.
Per chi volesse immergersi in quell’atmosfera, qualche consiglio di lettura in più. Del fondamentale Festa mobile ho già detto, e magari di Hemingway aggiungerei anche Fiesta. Che altro? Memorie di una modella di Kiki di Montparmasse (Castelvecchi, 2016), Vita da geni di Robert McAlmon (Adelphi, 1997), scrittore e editore che fu amico di Hemingway e personaggio del suo Fiesta. E Montmartre & Montparnasse di Dan Franck (Garzanti, 2018).
Francesco Piccolo, Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò, Einaudi, 2026

Antonio De Curtis alias Totò (1898-1967). Alias Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. L’uomo, l’attore, il principe. Grande tra mille contraddizioni l’uomo, grandissimo l’attore, in regola con la legge ma anche “falso” il principe. Attivo sulle scene della rivista e del varietà dagli anni ‘20, “principe della risata” cinematografico dagli anni ‘50, Totò nell’ultimo decennio della sua vita ha la salute gravemente compromessa e si considera uno sconfitto; peggio, uno che ha dissipato i suoi talenti.
La vista se n’è andata o quasi: colpa delle luci fortissime sul set di Totò a colori e di una broncopolmonite mal curata – l’attore avrebbe dovuto stare a riposo e invece si è imbottito di antibiotici per essere in scena e far guadagnare anche gli altri attori. Accade così che a Palermo si scopra, con dolore e umiliazione, quasi cieco. Reagisce con orgoglio, dopo le prime crisi di sconforto, continuando a lavorare come un matto: anche cinque film all’anno, per ossessione di guadagno. E sul set, come per miracolo, si muove come se avesse una vista d’aquila, marionetta snodabile, sottoproletario anarcoide e scaltro piccolo-borghese che fa deflagrare le parole come surreali petardi. Poi, fuori dalla luce dei riflettori, torna a inforcare gli occhiali neri e a farsi guidare.
Spesso quei film sono puri canovacci abborracciati, lui lo sa e dice alle sue spalle comiche, Mario Castellani e Giacomo Furia, Peppino De Filippo e Pietro De Vico, ci vorrebbe mezza pagina a nominarle tutte: “Questo copione è una schifezza, quando vi do il segno facciamo a modo nostro”.
Perché si butta via così? Perché al conteggio finale risulterà aver preso parte a 97 film? Per la “bella vita” da principe, certo. Ma anche per rivalsa sulla miseria in cui è cresciuto nel Rione Sanità, figlio di madre nubile e di un Giuseppe De Curtis impresario teatrale che lo riconoscerà soltanto nel 1921.
E per dare sfogo alla sua generosità, che è forse la più grande delle rivincite sulla miseria. Perché Totò è uno che fa costruire e finanzia un “ospizio” per cani randagi che arriverà ad accogliere 250 ospiti. È uno che di notte si fa portare a Napoli dall’autista Carlo Cafiero, bel nome da anarchico, e gira non visto i vicoli di Rione Sanità, infilando biglietti da cinquantamila lire sotto le porte dei sottani. È uno che ai tecnici dei suoi film regala moto e automobili perché non patiscano troppi disagi a raggiungere il set, uno che al ristorante lascia mance favolose.
Totò è triplo. C’è l’attore, ma fuori dal lavoro – nei film recita per contratto dalle due del pomeriggio alle sette di sera – ci tiene a essere Antonio De Curtis. E una sera, a cena da amici, a un’ospite che chiede una barzelletta, risponde: “La chieda a Dapporto o a Macario, Totò non ne fa uso, e poi io sono Antonio De Curtis, Totò è un lavoro”. E c’è l’aristocratico, appassionato di araldica per tutta la vita, che nel 1933 si è fatto adottare da un vecchio principe in miseria per poter sfoggiare tutta quella sfilza di cognomi.
Tra il principe e Totò non corre buon sangue. In un memorabile sketch con Lello Bersani, girato a casa dell’attore per la Rai, Totò accoglie il giornalista da aristocratico, e quando questi gli chiede di Totò, risponde: “È in cucina, con la servitù, quello è il suo posto”. Rapido cambio di scena, e in cucina Totò vestito da cafone inveisce contro il principe: “Mi tiene rinchiuso qui, e sì che campa alle mie spalle”. Con i domestici in realtà Totò sarà sempre affettuoso e generoso, avrà premure da gran signore. Facendoli mangiare – e bene – prima di lui, perché non pensino di vedersi serviti gli avanzi.
Totò monarchico e geloso, Totò che sfotte gli onorevoli, Totò che si fa bandire dalla Rai perché in una trasmissione ha gridato “Viva Lauro”, dell’armatore gli piace che regali pasta e scarpe ai poveracci, è talmente poco scafato da non vederci il trucco e l’inganno. Totò bistrattato e disprezzato dalla critica, Totò adorato dal pubblico popolare perché parla della sua fame, delle sue frustrazioni, delle sue ambigue voglie di riscatto.
Totò che ha avuto le sue occasioni con il cinema d’autore e con testi venerati – con Rossellini, con Monicelli e Steno, con Eduardo e con De Sica, a fare Pirandello accanto a Orson Welles – patisce la fama di guitto che le operine di Mattoli, Mastrocinque & c. gli hanno cucito addosso, e accetta senza pensarci su la proposta di Alberto Lattuada che lo dirige nel 1965 in La mandragola da Machiavelli: la sua recitazione risulta così intensa da mettere in ombra gli altri attori. Stabilisce soprattutto, dopo l’iniziale diffidenza, un rapporto di stima con Pier Paolo Pasolini che lo dirige in tre occasioni – la più nota è Uccellacci e uccellini del 1966 – e di affetto e complicità con il giovanissimo Ninetto Davoli che lo affianca, nel quale vede lo scugnizzo che è stato. Totò muore nel 1967 a 69 anni, pochi giorni dopo l’inizio delle riprese del Padre di famiglia di Nanni Loy, lo sostituisce Ugo Tognazzi. Dopo la sua scomparsa, prende avvio la rivalutazione critica, dandogli ragione: “Perché ti lodino, devi morire”.
Francesco Piccolo, sceneggiatore e scrittore di persuasivo fascino (ho molto amato il suo Il desiderio di essere come tutti, premio Strega 2014), è un grande narratore di cose di cinema. Lo ha dimostrato con La bella confusione del 2023, che raccontava la creazione in parallelo del Gattopardo di Visconti e di 8 ½ di Fellini, in Cosa sono le nuvole lo conferma.

Stefan Zweig, Un debito pagato in ritardo, traduzione e cura di Raoul Precht, Palingenia, 2026
Una signora viennese, Margaret, va a riposarsi in montagna per qualche tempo. Il marito primario l’ha trovata stremata dagli impegni familiari e dall’accudimento dei nipoti che le sono piovuti in casa, e le ha consigliato un breve soggiorno in una casa di cura, per ritemprarsi. Ma lei aveva bisogno di raccogliersi in se stessa, di ritrovare il silenzio dopo tanto frastuono familiare e mondano, e ha scelto una locanda rustica del Tirolo che aveva visto dal treno e che con il suo aspetto dimesso e appartato l’aveva colpita. Nell’albergo semideserto – lo frequentano, per una birra e per qualche partita a carte, i maggiorenti e i contadini del paese, lei è l’unica pigionante – scrive all’amica dell’adolescenza Ellen, perché ha fatto un incontro inaspettato. Una sera nella locanda è entrato un vecchio barcollante, con le vesti logore, che con voce magniloquente e nell’indifferenza generale ha chiesto una birra. Tremava, era come intorpidito e lei, moglie di un medico, aveva riconosciuto i postumi di un ictus.
Sorseggiata la birra, si era lanciato in un monologo furente contro il cinema e contro Hollywood e in una furente apologia del teatro, accolto dal fastidio e dai lazzi degli avventori. Margaret, trasalendo, lo aveva riconosciuto: era Peter Sturzentaler, nome di scena Sturz (che in tedesco sta per “caduta”), l’attore carismatico che lei ed Ellen avevano idolatrato nella loro giovinezza assetata di assoluti. In occasione della sua ultima recita a Innsbruck, Margaret sedicenne gli si era precipitata in casa, scongiurandolo di non partire e stringendosi a lui. Avrebbe potuto essere facile preda, e averne rovinata la vita, ma l’attore l’aveva ringraziata con affetto e congedata affidandola alla governante, perché vedendola uscire dalla sua casa non sorgessero pettegolezzi. L’aveva protetta. Ora tocca a Margaret “pagare in ritardo” il suo debito: senza farsi riconoscere, lo chiama “signor attore di corte”, lo invita al suo tavolo e, attribuendo al marito le emozioni che ha vissuto lei, gli ricorda (e fa conoscere allo stesso tempo agli sbigottiti avventori) la sua carriera, rendendola forse più fulgida di quanto non sia stara. Risarcendolo di questo tramonto, regalandogli l’ultimo applauso. Per gli stessi compaesani non sarà più un uomo da dileggiare, ma una figura degna di rispetto.
C’è in questa novella estrema – Zweig la scrisse nel 1941, l’anno dopo in fuga dal nazismo si sarebbe suicidato con la seconda moglie a Persepolis, in Brasile – tutta l’arte della novella che lo scrittore austriaco possedeva. Come nel bellissimo Lettera da una sconosciuta, ci sono forma epistolare e l’amore assoluto di cui il destinatario è ignaro. C’è la capacità di Zweig di mettersi nei panni di una donna. Soprattutto, c’è il senso del tramonto, di un’epoca che si chiude nel ferro e nel fuoco: il vecchio attore che guarda al passato è forse lo stesso Zweig, l’autore di lingua tedesca più letto e venduto dei suoi tempi, i cui libri sono stati mandati al rogo dalle Ss ed espulsi da tutte le librerie e le biblioteche.
Senza più patria e più senza editori, Zweig qui si risarcisce con il ricordo del teatro, esperienza centrale e fondativa per i viennesi della sua generazione, scuola di bellezza e di vita: i quattro scritti dedicati agli attori Josef Kainz e Alexander Moissi, che seguono il racconto, lo testimoniano.
Raoul Precht, l’ottimo traduttore e curatore del volume, è raffinato “scrittore per scrittori” e all’autore austriaco ha dedicato due libri molto belli: il romanzo Stefan Zweig. L’anno in cui tutto cambiò (Bottega Errante, 2022) e il saggio Stefan Zweig. La fine di un mondo (Ares, 2025).
INCIPIT
Stavolta estraggo dalla biblioteca un altro degli autori del cuore, il francese Romain Gary (1914-1980).
C’era Izzy Ben Zwi, il primo uomo a lanciarsi con gli sci giù dalla Seconda Cordigliera, dove gli indiani Puna si erano rifugiati qualche secolo prima scappando da chi o da ciò che all’epoca sterminava tutto e tutti, i conquistadores o la vera religione, vallo a sapere. (Addio Gary Cooper)
Era salito nel mio taxi, in Boulevard Haussmann, un signore molto vecchio con un bel paio di baffi bianchi e una barba bianca che dopo, quando ci siamo conosciuti meglio, si è fatto tagliare. (L’angoscia del re Salomone)
Oggi il piccolo museo dedicato alle opere di Ambroise Fleury, a Cléry, rappresenta soltanto un’attrazione turistica minore.
(Gli aquiloni)
Alle sette del mattino la telefonata mi aveva svegliato nel mio appartamento al Gritti. Dooley voleva vedermi. Ed era di fretta.(Biglietto scaduto)
Era un cane grigio, con una specie di neo sul lato destro del muso e il pelo rossiccio intorno alla punta del naso. (Cane bianco)
Pare che uno scienziato americano sia riuscito a indurre nelle scimmie un orgasmo di ventiquattrore consecutive.
(Delle donne, degli ebrei e di me stesso)
All’alba la buca era scavata. Era un’alba stentata di settembre, umida di pioggia: i pini galleggiavano nella nebbia, lo sguardo non raggiungeva il cielo. (Educazione europea)
François Bondy: Sono quaranticinque anni che ci conosciamo…
Romain Gary: Liceo di Nizza, in seconda… All’inizio dell’anno scolastico, in ottobre, in classe c’è “uno nuovo” e il professore gli chiede da dove venga. (La notte sarà calma)
Alto, sottile, con quell’eleganza che ben si accompagna a mani lunghe e delicate, dita che sembrano sempre suggerire un’esistenza trascorsa a sfiorare le opere d’arte, le pagine di un’edizione rara o la tastiera di un pianoforte, l’ambasciatore conte di N. aveva trascorso tutta la carriera in sedi importanti ma fredde, lontane da quel Mediterraneo che inseguiva con passione tenace e un po’ mitica, come se tra lui e quel mare latino ci fosse un legame intimo e profondo. (Una pagina di storia e altri racconti)
È finita. La spiaggia di Big Sur è vuota, me ne sto sdraiato sulla sabbia, nel punto stesso in cui mi sono lasciato cadere.
(La promessa dell’alba)
Non c’è nessun inizio. Sono stato generato come tutti, il resto è solo apparenza. (Pseudo)
Dall’alba, il sentiero seguiva la collina attraverso un confuso ammasso di bambù e di erba in cui spesso cavallo e cavaliere scomparivano completamente. Poi la testa del gesuita riappariva sotto il casco bianco, il grande naso ossuto sopra le labbra ironiche e virili, gli occhi acuti che evocavano orizzonti illimitati più che le pagine di un breviario. (Le radici del cielo)
Mi chiedete di raccontare un poco la mia vita, con la scusa che ne ho una, ma io non ne sono tanto sicuro, perché credo soprattutto che sia la vita ad avere noi, a possederci. (Il senso della mia vita)
Caldo! Partolle si lasciò cadere sulla sdraio stravolto, il volto gonfio e dolente. (Tempesta)
Uscì sulla terrazza del caffè e riprese possesso della sua solitudine; le dune, l’oceano, migliaia di uccelli morti sulla sabbia, un canotto, la ruggine di una rete, e a volte qualche segno nuovo: la carcassa di una balena spiaggiata, orme di passi, una sfilza di barche da pesca in lontananza, là dove le isole di guano gareggiavano per candore con il cielo. (Gli uccelli vanno a morire in Perù)
Tulipe scavalcò il cancello del cimitero e ricadde pesantemente dal lato opposto. (Il vino dei morti)
Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore. (La vita davanti a sé)
Scrivo queste poche righe in un momento in cui il mondo, così come sta girando in questo quarto di secolo, pone con sempre maggiore evidenza a uno scrittore una domanda che è esiziale per ogni forma di espressione artistica: quella sulla futilità.
(Vita e morte di Émile Ajar)
POESIA
Gottfried Benn. Sono andato a trovare in ospedale una donna che mi è cara. A un certo punto mi ha detto: «Ma vai, avrai tanto da fare». E al figlio che sta in un’altra città e le prometteva una visita ha detto: «Non ti strapazzare, basta una videochiamata». Un’etica del non disturbare, del non essere di peso agli altri. Questa poesia del tedesco Gottfried Benn è dedicata a lei.
Esseri umani ho incontrato che,
quando si chiedeva loro il nome,
timidamente – come se non potessero pretendere
di possedere anche un solo modo di chiamarsi –
«signorina Christian» rispondevano e poi:
«come il nome», e ti volevano
agevolare la comprensione
nessun nome difficile come «Popiol» o «Babendererde» –
«come il nome» – prego, non incomodi
la sua facoltà mnemonica!
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, con le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylike come contesse –
di dentro miti e operose come Nausicaa,
avevano la fronte pura degli angeli.
Mi sono spesso domandato e non ho trovato risposta
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so e ora devo andare.
Emanuel Carnevali. Un irregolare del nostro ‘900, una sorta di alter ego di Dino Campana che scriveva in inglese ed è stato riscoperto in Italia da Adelphi e Fazi. Me l’ha fatto conoscere Mauro Pagani e gliene sono grato. Nato a Firenze nel 1897 da un romagnolo e una piemontese, Carnevali ha scontri adolescenti con un padre “autoritario e reazionario”, parole sue, e a sedici anni, nel 1914, emigra in America. Non sa una parola d’inglese, lo impara leggendo i cartelloni pubblicitari e le insegne dei negozi e svolgendo i lavori più bassi: spalatore di neve, sguattero, lavapiatti, uomo di fatica. Vive nei ghetti, fra teppisti e puttane. Lascerà scritto: «Raccogliere mozziconi di sigarette non è il lavoro più miserabile che abbia fatto». Diventa poeta e scrittore: Il primo Dio, il suo unico romanzo, nel risvolto di copertina dell’edizione Adelphi attribuibile a Roberto Calasso, ha «una prosa di febbrile intensità, carica di immagini, di sogni, di angosce, di camere mobiliate, l’autoritratto di un nomade, braccato dalla vita, che ci lascia sbalorditi per la modernità del suo accento». E le sue poesie vengono ammirate da Ezra Pound, William Carlos Williams che lo cita nella sua autobiografia, da Robert McAlmon amico e primo editore di Hemingway che lo pubblica, mentre Sherwood Anderson si ispira a lui per il racconto Italian poet in America. Come Dino Campana, Carnevali trascorrerà l’ultima parte della sua vita in un ospedale: colpito da encefalite letargica (la misteriosa epidemia che tra il 1916 e il 1925 colpisce un milione di persone in America, con il 30-40 per cento di decessi: ne ha scritto magistralmente Oliver Sacks in Risvegli, anche film del 1990 diretto da Penny Marshall), nel 1922 rientra in Italia. Muore nel 1942 a Bologna, soffocato da un boccone di pane.
Di Emanuel Carnevali scelgo Il ritorno, datata 1924 e scritta in Italia, che traccia un bilancio dell’esperienza americana. È tratta da Il primo Dio (a cura di Maria Pia Carnevali, Adelphi, 2024):
Vengo dall’America, la terra che raccoglie
i ribelli, gli infelici, i miserabili;
la terra delle imprese puerili e magnifiche:
gli ingenui grattacieli – candele votive
sulla punta della supina Manhattan.
Ricordo Manhattan Island coronata di moli.
Vengo dall’America, dove tutto
è più alto, ma meno maestoso;
dove non c’è vino.
Sono giunto alla terra del vino –
vino per l’anima.
L’Italia è una piccola famiglia,
l’America è un’orfana
indipendente e arrogante,
pazza e sublime,
senza una tradizione che la guidi,
e corre a precipizio in una corsa folle
che chiama progresso.
America tremendamente laboriosa,
costruttrice di città meccaniche.
Ma nella fretta la gente dimentica di amare;
ma nella fretta abbandona e perde la gentilezza.
E la fame è il patrimonio dell’emigrante:
fame disperata e squallida –
della madrepatria,
del pane e delle donne, entrambi costosi.
America, tu accogli gli affamati
e a questa fame antica ne sostituisci una nuova.
Dove crescono i grattacieli, o America,
hai gridato il tuo nome ai quattro venti:
un grido sgraziato, sgarbato –
quello di un’acerba gioventù.
Non hai pietà per i deboli,
per gli stanchi, mentre la mia patria è
una suora di carità.
Sei giovane e hai fretta; che cosa ti minaccia
per correre così, America?
Sei giovane e la tua gente,
spietata come il giovane, ha occhi duri.
Qui gli occhi li ha addolciti l’esperienza
di duemila anni.
Siamo vecchi e maturi
noi, gli affamati.
Quante volte nelle strade di Manhattan
ho scagliato il mio odio!
Quante volte in quelle strade
ho pregato che l’Universo
interrompesse il suo folle andirivieni,
o trascinasse anche me
nell’oblio di quella fretta.
Ho temuto per te
la vendetta dell’Amore, o America!
Com’è a buon mercato il dolore dell’uomo!
La gente lo mangia col proprio pane:
costa poco in America –
non vale niente.
Robert Frost. Una mia versione di Cos’è la notte / Acquainted with the night.
Sono uno che sa cos’è la notte.
Ho camminato sotto la pioggia, sono tornato indietro.
Ho superato l’ultima luce della città.
Il mio sguardo ha indugiato sulla viuzza più triste.
Sono passato vicino al guardiano di ronda
E ho abbassato lo sguardo, temendo una domanda.
Ho trattenuto il passo, senza fare rumore
Quando in lontananza un grido lasciato a metà
Varcava i tetti e le case di un’altra strada,
Ma non per chiamarmi in soccorso o dirmi ciao,
E ancora oltre, da un’altezza vertiginosa,
Un orologio illuminato contro il cielo
Dichiarava che il tempo non è giusto o sbagliato.
Sono uno che sa cos’è la notte.
Zbigniew Herbert. Non soltanto Wisława Szymborska e Czesław Miłosz. Tra i grandi poeti polacchi va ricordato anche Zbigniew Herbert (1924-1998). I cinque è tratta da Rapporto dalla città assediata (a cura di Pietro Marchesani, con un saggio di Iosif Brodskij, Adelphi, 1993).
1
Li conducono fuori il mattino
nel cortile lastricato
e li mettono contro il muro
cinque uomini
due molto giovani
gli altri adulti
niente di più
si può dire di loro
2
quando il plotone
punta i fucili
tutto d’improvviso appare
nella luce abbagliante
dell’evidenza
il muro giallo
il freddo azzurro
il nero filo spinato sul muro
al posto dell’orizzonte
questo è il momento
in cui i cinque sensi si ribellano
fuggirebbero volentieri
come topi da una nave che affonda
prima che la palla giunga a destinazione
l’occhio percepirà il proiettile in volo
l’udito registrerà il fruscio dell’acciaio
le narici si empiranno di fumo acre
un petalo di sangue sfiorerà il palato
e il tatto si contrarrà e rilasserà
ora giacciono a terra
coperti fino agli occhi dall’ombra
il plotone se ne va
i loro bottoni cinghie
e gli elmi d’acciaio
sono più vivi
di quelli che giacciono ai piedi del muro
3
non l’ho appreso da oggi
lo so non da ieri
perché dunque ho scritto
futili poesie sui fiori
di cosa parlarono i cinque
la notte prima dell’esecuzione
di sogni profetici
di una scappata al bordello
di pezzi d’automobile
di un viaggio in mare
del fatto che quando aveva picche
non avrebbe dovuto aprire
del fatto che la vodka è migliore
che il vino fa venire il mal di testa
e allora è lecito
usare in poesia nomi di pastori greci
tentare di fissare i colori d’un cielo mattutino
scrivere d’amore
e anche
una volta ancora
con serietà mortale
offrire al mondo tradito
una rosa
Versi, come li ha definiti Brodskij, geometrici e glaciali. Di Herbert ricordo anche l’antologia della sua tarda produzione L’epilogo della tempesta (a cura di Francesca Fornari, Adelphi, 2016) e, recentemente pubblicato sempre da Adelphi, Natura morta con briglia.Il secolo d’oro olandese (a cura di Andrea Ceccherelli, 2025), narrazione, diario e meditazione sul lato nascosto del Seicento olandese, della sua grande pittura e non solo.
UN AUTORE A PUNTATE / ROBERT LOUIS STEVENSON (1)
Dopo Jane Austen, comincio a passare in rassegna un altro inglese, meglio uno scozzese, tra i miei più amati, Robert Louis Stevenson (1850-1894). Avvertendo chi mi legge che farò la cernita fra quanto ha scritto, essendo per me impresa impossibile dar conto di tutto (l’edizione delle opere complete avviata nel 2012 dalla Edinburgh University Press consta di 38 volumi). Comincio da un testo poco noto del 1890, assai utile per metterlo a fuoco.
C’è stato uno Hyde in carne ed ossa nella vita di Robert Louis Stevenson. Un pastore protestante, meschino quanto il doppio di Jekyll era malvagio. Lo scrittore scozzese lo conobbe nel 1889 a Honolulu, primo approdo del suo viaggio dei Mari del Sud.
Le Hawaii lo avevano conquistato: «Pochi uomini abbandonano le isole quando le hanno conosciute. Nessuna parte del mondo ha un fascino altrettanto potente per chi la visiti…». E commosso profondamente, durante gli otto giorni trascorsi nell’isola-lebbrosario di Molokai. Dove Stevenson aveva vissuto con gli ammalati, giocando con i bambini senza indossare i guanti perché non avvertissero ancor più la loro condizione.
Nell’isola tutto parlava di Padre Damiano, un religioso belga, un cattolico ruvido e ostinato. Il solo che avesse sfidato i divieti delle autorità, infranto la legge che segregava i lebbrosi, per vivere in mezzo a loro e soccorrerli. E che in mezzo a loro era morto. Di lebbra.
Per la voce popolare Padre Damiano era un santo. Non per i coloni bianchi, che vedevano nella malattia un castigo divino per i peccati degli indigeni.
A dar voce a questa miserabile schifiltosità travestita da religioso decoro provvide il reverendo Charles McEwen Hyde, direttore dell’istituto teologico di Honolulu, in una lettera indirizzata a un confratello, che la rese pubblica.
Padre Damiano viene descritto come «uomo rozzo e sporco, testardo e bigotto». Di lui si insinua che «non era un uomo puro nei suoi rapporti con le donne, e la lebbra di cui morì bisogna attribuirla ai suoi vizi e alla sua trascuratezza». Stevenson lesse questa lettera un anno dopo, nel 1890, e si indignò al punto di star quasi male. Decise di replicare pubblicamente e impegnò una parte non piccola del proprio patrimonio perché la risposta venisse stampata in opuscolo e diffusa, raggiungesse le autorità, arrivasse ai giornali, anche in Europa e in America. Mettendo in conto di perdere i suoi averi in una possibile causa per diffamazione.
Il risultato è un’invettiva durissima, che rivela la nobiltà dell’uomo e dello scrittore quanto e forse più di molte pagine celebri.
Hyde è presbiteriano come Stevenson, anglosassone come lui, lo ha accolto con cortesia a Honolulu, ma per lo scrittore «vi sono doveri da anteporre alla gratitudine… La Vostra lettera al Reverendo H. B. Gage è un documento che, dal mio punto di vista, se Voi mi aveste riempito di pane quando morivo di fame, se aveste vegliato mio padre quando giaceva sul letto di morte, mi assolverebbe tuttavia dai legami della gratitudine».

La requisitoria implacabile accusa Hyde di invidia e di meschinità, lo marchia a fuoco con il sigillo dell’infamia: «Voi pensavate all’occasione perduta, al giorno passato; a ciò che si sarebbe dovuto concepire e che non si concepì; al servizio dovuto e non reso. “Tempo fu”, disse la voce nel Vostro orecchio, nella Vostra comoda stanza, dove stavate seduto furente mentre scrivevate; e se le parole scritte erano basse al di là di ogni paragone, il furore (io sono felice di ridirlo) il furore era quasi virtù. Ma, signore, quando abbiamo fallito, e un altro è riuscito; quando abbiamo assistito inerti, e un altro si è offerto; quando noi rimaniamo seduti e diventiamo corpulenti nelle nostre deliziose dimore, e un rude, rozzo villano entra nella lotta, sotto gli occhi di Dio, e soccorre gli afflitti, e consola i morenti, e quando poi tocca a lui essere afflitto e morire sul campo dell’onore, la battaglia non può essere salvata, come Voi nella Vostra infelice irritazione avete pensato. È una battaglia perduta, e perduta per sempre. Una cosa rimaneva per Voi nella Vostra disfatta: qualche straccio di onore comune; e questo Voi vi siete affrettato a gettarlo via. Onore comune; non l’onore di aver fatto qualche cosa di buono, ma l’onore di non aver fatto nulla di notevolmente infame; l’onore degli inerti; ecco ciò che rimaneva per voi… La Vostra chiesa e quella di Damiano erano impegnate alle Hawaii nella rivalità del beneficiare, dell’edificare, dell’offrire esempi divini. Avendo Voi (in maniera strepitosa) fatto fiasco, mentre Damiano riuscì, mi meraviglio che non Vi sia venuto in mente che Voi eravate condannato al silenzio; che quando foste superato in quell’altra rivalità e rimaneste inglorioso nel mezzo ai Vostri agi, nella Vostra comoda stanza (e Damiano, coronato di gloria e di orrore, faticava e imputridiva in quel suo porcile sotto gli scogli di Kalawao), Voi, l’eletto che non seppe volere, eravate l’ultimo uomo sulla terra che avrebbe dovuto raccogliere e propagare pettegolezzi sul conto del volontario che volle e fece».
Dalla rievocazione di Stevenson emerge un Damiano umanissimo e pieno di difetti, ma perciò ancora più nobile nell’impegno e nel sacrificio. Un uomo «con la testa dura e con il cuore grande». Con la fede semplice di un bambino. C’è, nella lettera contro Hyde, un’oratoria potente, che fonde irrisione e sdegno per inchiodare il suo bersaglio.
«Damiano era “rozzo”. È possibilissimo. Voi fate nascere in noi compassione per i lebbrosi, che avevano soltanto un vecchio e rozzo contadino per loro amico e padre. Ma voi, che eravate così raffinato, perché non foste lì Voi, per confortarli con i lumi della cultura?… Damiano era “sporco”. Infatti. Pensate quale noia per i poveri lebbrosi avere questo compagno sporco! Ma il pulito dottor Hyde stava a tavola in una bella casa».
Non è un artificio di retorica ma un atto etico, e se retorica c’è rimanda alle origini della sofistica, che consegna al demos l’arma della parola. Retorica ed etica che coinvolgono assieme l’uomo e lo scrittore: «Se ho imparato gli elementi del mestiere che insegna ad adoperare parole per comunicare la verità e per suscitare l’emozione, Voi, signore, mi avete finalmente fornito un soggetto. Poiché è necessario, nell’interesse dell’umanità e per la causa della pubblica decenza in ogni regione del mondo, non solo che Damiano sia riabilitato, ma che Voi e la Vostra lettera siate messi in piena luce, nei Vostri veri colori, davanti alla pubblica opinione».
Le parole a volte pesano come macigni. Le parole di Stevenson consegnarono Hyde alla memoria perenne dell’infamia e svuotarono la sua chiesa. E la statua di Padre Damiano De Veuster venne scelta per rappresentare le Hawaii quando, nel 1959, diventarono il cinquantesimo stato degli Stati Uniti. Lo racconta, nel bel saggio che introduce la lettera, Athos Bigongiali. Che rievoca, oltre allo scrittore, l’uomo leale e coraggioso che volle vivere la sua vita breve da ammalato come un uomo sano.
Lettera al dottor Hyde, traduzione di Henry Furst e Orsola Nemi, Sellerio, 1994