L’amore per il segno: un incontro con Nicola Magrin

In Arte, Weekend

‘Cerco di lasciare che il segno abbia la meglio. Il primo segno, perché se sbaglio è tutto da buttare. Sono come delle istantanee, impressioni leggere, ma in questo modo sento di raccontare’. Così dice del proprio lavoro il pittore e illustratore Nicola Magrin che la lasciato il suo personalissimo segno, tra l’altro, sui libri di Paolo Cognetti e Folco Terzani oltre che sulle riedizioni di Primo Levi per Einaudi

Nicola Magrin è un disegnatore il cui linguaggio espressivo muove dallo stupore per la forma ed il racconto. La sua tecnica ad acquarello lascia comparire sulla carta granulosa sagome intrise di silenzio ed eleganza. Le sue composizioni si sposano bene con la parola: segno e scrittura divengono allora parte di unico significato. Le sue copertine per Einaudi si distinguono per la loro rara capacità di destare un’impressione di profonda attinenza alla materia letteraria. 

Magrin lavora a Monza, in uno spazio ideale per la sua pittura, attorniato dai libri che ama e dai disegni di quelli che chiama i suoi maestri: Hugo Pratt e Folon tra gli altri, artisti che si sono distinti per il linguaggio poetico delle loro figure.

«Qui è fantastico – dice Nicola – è uno spazio adibito a chi non fa lavori ordinari».

Durante l’intervista racconta di un viaggio che farà con lo scrittore Paolo Cognetti, in Canada. Un produttore ha contattato Paolo per girare un documentario su di lui e con loro ci sarà anche Nicola, in quanto amico e illustratore di molti scritti di Paolo Cognetti, a cominciare da Le otto montagne premio Strega 2017. Coglie dunque l’occasione per ripartire dopo essere di recente rientrato da una spedizione in Nepal. «Vivo molto la dimensione del viaggio, mi porto sempre dietro una scatola di acquarelli e alcuni fogli. Uso anche la fotografia ma sento di fissare meglio quello che ho visto, i miei incontri, sulla carta, in forma di acquarello. Paolo è un buon camminatore e conosce molto bene la montagna. Scarpina più di me ed è più allenato. Per lui la montagna è una grande passione, che lo accompagna si da quando era ragazzo».

In molti tuoi disegni è rintracciabile una traccia metafisica.
Sì, è vero. Per il libro di Kagge dovevo raccontare il silenzio. Non sapevo da dove partire, alla fine ho lasciato la carta bianca, che mi dava l’idea della neve, e un albero spoglio con la sua ombra.

Bella carta.
Sì, è una carta francese che amo molto. È la cosa più costosa che ho. In genere non uso il miglior materiale che c’è sul mercato, perché sono convinto che non servano pennelli o strumenti costosi per esprimersi al meglio… ma nel caso della carta…Non posso fare a meno di avere una carta che mi piace.

Parliamo degli inizi e del primo ncontro con Cristina Taverna e la Galleria Nuages. Nuvole in francese. Descrive bene il tuo modo di disegnare: per la limpidezza con la quale si presenta somiglia quasi ad una fiaba.
È successo tutto per caso. Finita l’accademia di Brera (dove ho seguito l’indirizzo di pittura), mi sono presentato da lei con il mio “book”. Per me era un sogno poter parlare con lei e il solo fatto che mi ricevesse mi emozionava molto. Le sottoposi i miei disegni e lei mi disse che erano dei buoni lavori, ma che ero ancora molto giovane e che più avanti  ci saremmo potuti risentire. Dopo quindici anni è stata lei a rifarsi viva!  Aveva seguito il mio lavoro e mi disse che ero pronto per una mostra:  lì sono stato  bravo  perché anziché una mostra con del materiale che già avevo pronto le ho proposto di farmi Illustrare un libro – Il richiamo della foresta di London – e così ho fatto. Sono molto contento di questo libro. 

Parliamo delle collaborazioni con Terzani e Cognetti.
Sono molto affezionato al lavoro con Paolo Cognetti e a Folco Terzani. I loro libri hanno avuto una buona risonanza e questo ha favorito la mia pittura e la mia vicinanza al mondo letterario. Amo molto i libri, proprio come oggetto, e mi sono trovato molte volte a comprarne uno solo vedendone la copertina. Il primo libro che ho illustrato è stato quello di Folco Terzani. Il libro ha una storia molto travagliata, è stata una scrittura lunga e difficoltosa. Inizialmente doveva essere una storia di pellegrinaggio in India, con personaggi “reali” – in carne ed ossa, poi invece, dopo un lungo periodo di stallo, Folco ha deciso di trasformare tutto in una fiaba con protagonista un cane. E così è stato ed è stata anche la fortuna del libro. Sono molto affezionato a questo libro, è stata una bellissima esperienza. Lavoravamo insieme, in maniera molto affiatata. Io mandavo dei disegni a Folco e passavamo del tempo al telefono. Lui era entusiasta dei disegni e di come stesse prendendo forma il libro, nonostante le difficoltà.  Mi reputo molto fortunato ad aver lavorato con lui, per il quale nutro un sentimento di stima ed amicizia. È indubbiamente un libro molto sentito e Folco ci ha messo molta dedizione. Al momento le nostre strade si sono un po’ divise, lui è rimasto molto affascinato da una popolazione indiana, i Sadhu. Io no, sono stato in India, ma non è lì che al momento trovo qualcosa da raccontare. A proposito di lupi ricordo di un fotografo molto bravo, abruzzese, che è un grande conoscitore dei lupi degli Appennini e per molti versi è stato lui a preparare Folco: si sono confrontati molto, e questo si sente nel libro.Quando è stato il tuo primo incontro con i lupi?
Ho incontrato i lupi la prima volta in Canada, nel 2012, da amici di famiglia che si sono trasferiti nella parte inglese del Canada. Vivono nel bosco nei pressi di un lago. Una mattina  eravamo a pesca ed è passato su una delle sponde un branco di Lupi. È stato molto emozionante, trovarsi in quella terra di cui loro, i lupi, sono i padroni e incontrarli fa davvero sentire “ospite”. Ho tentato di fare qualche foto con il cellulare ma poi mi sono subito messo a disegnare con gli acquerelli, per cercare di fissare il momento.  Rispetto ai lupi degli Appennini, i lupi del Canada hanno una pelliccia molto più folta, perché superano inverni davvero molto rigidi, hanno delle zampe molto grandi con artigli retrattili e  la possibilità di aprirle per galleggiare sulla neve, cosa che per esempio i cani non possono assolutamente fare. Sono molto contento dunque che insieme a Paolo Cognetti mi venga data la possibilità di tornare in Canada.

Come autore ti senti vicino alle storie che hai avuto modo di raccontare.
 Si, e sentendomi molto vicino al mondo dell’editoria, della letteratura, conservo nel cassetto il sogno, un giorno, di fare un libro tutto mio. Non che abbia la pretesa d’essere uno scrittore però è un mio sogno, una cosa a cui tengo molto. Ho avuto la fortuna di lavorare con persone per cui nutro grande stima e di cui sono amico. Ci sono stati brutti momenti anche nel mio percorso, galleristi che non mi hanno pagato o che mi hanno rubato i quadri. Credo però che sia normale ed in una certa misura questi episodi facciano parte del cammino di ciascuno. Ora sono contento, le cose sono andate bene ,ma mi rendo conto che come autore i passi migliori sto cominciando a muoverli proprio ora. Non mi sento per niente arrivato, anzi, ho ancora molto da imparare e ne avrò sempre di più.

Riguardo alla tua tecnica di disegno, come è nata e come si è evoluta nel tempo?
Io disegno così, vedi… Parto sempre dalla carta. Scelgo il taglio di carta che preferisco. Mi cimento in formati piccoli e molto grandi. C’è sempre un po’ di timore quando inizio a disegnare… devo essere molto concentrato: diciamo che è una tecnica un po’ Zen. Preparo queste ciotole mischiando colore e pigmenti – a me piace molto cucinare dunque vado un po’ a sentimento e preparo questi colori che non sono mai molti , blu, ocra… Bene, mi metto lì – nel caso di quadri molto grandi uso stendere il foglio per terra (non puoi dipingere in verticale altrimenti colerebbe il colore) e a gambe divaricate comincio sul foglio a lasciar andare il colore. Non è una vera e propria tecnica, è una cosa che mi sono un po’ inventato.  Lascio che la forma si formi da sé. Ecco vedi, qui c’è il lupo ad esempio, allora comincio dalla testa, una macchia e poi tiro su le orecchie. È una cosa di un attimo, devi essere molto veloce altrimenti il colore si asciuga. Si forma in poco tempo questa sorta di silhouette che appare, come per magia, ed ogni volta mi stupisce. Penso che questo mi dia la possibilità di continuare nel mio lavoro con serenità. Ho la coscienza a posto dopo che ho visto il colore sfibrarsi in una forma, mi sono emozionato e ho visto che sono riuscito ad emozionare anche qualcun altro. Questo per me è molto importante.

Mi interessa ripercorrere con te il tema del segno.
Sì, quello che mi interessa è il segno del pennello. Non disegno prima a matita, non mi piace vedere la matita sotto gli acquarelli. Cerco di lasciare che il segno abbia la meglio. Il primo segno, perché se sbaglio è tutto da buttare. Sono come delle istantanee, impressioni leggere, ma in questo modo sento di raccontare.

Dunque non ti piace la matita, mi sembra di capire.
No invece, io disegno e provengo dal disegno. Ho usato e continuo a usare le matite. Anzi, uso delle matite molto grosse, ecco, tipo questa…

[Disegna su di un foglio di carta con una matita, un volto maschile, giovane. Somiglia un po’ ad un disegno di Schiele, poi noto meglio: vagamente mi somiglia, forse sono io… Accartoccia il foglio. «Vedi, è così…»].

Io vengo da lì. Ci sono quadri che tengo, ma che sono ricordi, ora sono da tutt’altra parte, però ci sono affezionato. Ho ritratto alcuni scrittori, per cui nutro grande stima e ammirazione come Mario Rigoni Stern o Erri de Luca. Mi ha affascinato molto anche il tema della Shoah, di Auschwitz: è così che il silenzio dei miei acquerelli ha voluto rendere omaggio all’opera di Levi. 

 

In apertura, i lupi di Nicola Magrin

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