Hate speech: se sei donna ti tirano le pietre

In Weekend

Verso il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne: anche in rete il bersaglio ‘preferito’ è donna. Ma donne sono anche le tante impegnate contro l’hate speech. Ecco cosa si muove per contrastare l’odio sul web

Voglio un web dove anche una donna possa circolare da sola“, dichiara sornione un personaggio femminile di Altan. Al momento sarebbe meglio starsene al calduccio nel mondo analogico, perché quello digitale è un ambiente decisamente ostile.  Tutte le ricerche, i sondaggi, i monitoraggi in Italia, all’estero, ovunque, mostrano che navigare nella Rete e tra i social per le donne sia più insidioso che per gli uomini, che gli odiatori, i leoni da tastiera e i troll stipendiati se devono colpire una donna ci si mettono con più ferocia.  Perché se sei femmina, qualunque cosa tu faccia o dica, la critica finisce per colpire non quello che dici ma quello che sei, il tuo corpo, la tua sessualità, il tuo sesso. Cose che succedono anche nella vita reale, ma la Rete funziona come un formidabile amplificatore, trasformando le parole in pietre pesanti come il piombo e il discorso pubblico virtuale in una sorta di lapidazione medievale.

Mentre il dibattito sulle nuove frontiere della rete si esercita in gran parte sui rischi del controllo totale, della fine della privacy, del capitalismo di sorveglianza che tutto sa di noi e tutto condiziona, nel caso del discorso d’odio  sembra invece che il  presunto eccesso di controllo dell’algoritmo vada bellamente a farsi benedire e vaghiamo sbandati e impotenti in una prateria selvaggia, senza difese né protezioni.  La mappa dell’intolleranza stilata da Vox diritti, osservatorio sui diritti che monitora l’hate speech su Twitter, per tre edizioni ha assegnato alle donne la palma delle più odiate, seguite da immigrati, musulmani, ebrei, omosessuali, disabili. Anche se quest’anno il testimone della vetta della classifica è passato agli immigrati, grazie al martellamento di Salvini & C., ciò non toglie che il discorso misogino resti saldamente al secondo posto con risvolti inquietanti.

Secondo la mappatura e la geolocalizzazione proposta da Voxdiritti, infatti, al picco di discorsi misogini sui social corrisponde nella realtà un aumento di atti violenti nei confronti delle donne. Più l’odio digitale misogino cresce e urla, più è probabile che da qualche parte una donna sia vittima di un crimine violento.  Nella rete degli haters cadono soprattutto le donne più esposte, le attrici, le cantanti, le politiche, le giornaliste. Tra le iniziative per la giornata contro la violenza maschile sulle donne che si celebra il 25 novembre, non è un caso che la Federazione Nazionale della Stampa, il sindacato dei giornalisti, ne abbia prevista una il 26 novembre dal titolo “Parole d’odio e violenza di Genere”. Nel mondo dei media le donne sono infatti vittime due volte.

Qualche numero: secondo uno studio del 2018 dell’IWMF International Women Media Foundation, citato dall’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa)  il 63 % delle giornaliste nel mondo ha subito minacce online. Secondo Reporter sans frontiers il 43% dei giornalisti ha subito molestie in rete, ai primi posti i giornalisti investigativi e le giornaliste tout court, a prescindere dal settore. Uno studio del Consiglio di Europa del 2017 dice che il 31% dei giornalisti abbassa il tono di voce nella copertura di una notizia  dopo essere stato insultato o minacciato on line, il 15% molla la storia, il 23% smette di coprire certi argomenti, il 57% non parla della violenza sul web di cui è stato vittima. L’hate speech diventa quindi un problema di democrazia, inquina l’informazione libera e plurale, perché chiude la bocca ai più vulnerabili, soprattutto alle donne. Il Project Safety of Female Journalists Online,  promosso sempre dall’Ocse, ha prodotto un documentario, “A dark place”, nel quale diverse giornaliste di vari parti del mondo raccontano la loro esperienza con gli haters. Sentirsi insicure, guardarsi le spalle, pensare di abbandonare la Rete, che pure ormai rientra tra gli strumenti del mestiere, sono i sentimenti che ricorrono nelle testimonianze. Come ha raccontato la giornalista di Rainews Angela Caponnetto, attaccata sui social per i suoi servizi sugli sbarchi a Lampedusa, la differenza (di genere) fa una grande differenza: «Quello che ho registrato è che i miei colleghi uomini che facevano servizi simili ai miei non hanno ricevuto aggressioni di questo tipo, non gli è capitato che circolasse in rete una loro foto circondata da uomini di colore con scritte allusive ai miei gusti sessuali. La differenza è che se sei una giornalista donna, per screditarti usano il tuo corpo». 

Difficile attribuire al caso il fatto che tutte le iniziative messe in campo ultimamente per contrastare l’escalation del linguaggio d’odio, siano partite da donne. Dall’ultima, la più illustre, di Liliana Segre, con la contrastata istituzione in Senato della commissione contro odio, razzismo e antisemitismo, all’associazione Parole O-stili fondata da Rosy Russo, che ha portato alla diffusione del Manifesto per la comunicazione non ostile, sottoscritto già da molti Comuni e di cui è testimonial una delle intellettuali più bersagliate dagli haters, Michela Murgia. E poi Odiare ti costa, gruppo che fornisce assistenza legale alle vittime di hate speech, lanciato dalla avvocata bolognese Cathy La Torre. E Voxdiritti, co-fondata dalla giornalista Silvia Brena e dalla costituzionalista Marilisa D’Amico, che oltre a monitorare  l’odio sui social punta a contrastare il fenomeno attraverso una contro-narrazione portata nelle scuole. Senza dimenticare la battaglia dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che da vittima si è fatta persecutrice instancabile dei suoi numerosi haters. Nel quasi totale vuoto normativo, tocca alle donne, pare, trasformarsi da bersagli  in agenti del cambiamento.

*La foto di apertura è di Antonio Occhiuto. I suoi scatti sono parte del progetto di Libere Sinergie ‘Tanto a me non capita. La violenza psicologica, la più difficile da riconoscere” che prevede la mostra, dibattiti e uno spettacolo teatrale fino al 24 novembre allo spazio 10 di TheArtLand, nella Fabbrica del Vapore, via Procaccini 4, a Milano .