L’età in piazza

In Letteratura, Weekend

Dai 3 ai 90 anni. Generazioni di donne a manifestare il 25 novembre. Con un desiderio e una rabbia che scavalcano gli anni e portano a pensare ai racconti di Jane Campbell, scritti a 80 anni e dedicati ai guadagni e alle perdite della vecchiaia

È il primo libro di Jane Campbell, scritto a ottant’anni, una raccolta di racconti sulla vecchiaia . A ottant’anni ? Sì. E  lei lo spiega a con l’ultima frase del libro: ”Mi cimenterò nel mio personale Mrs Dalloway… Probabilmente mi manca il talento ma forse dopotutto scoprirò di essere abbastanza coraggiosa per provarci”. .. Coraggio premiato: Spazzolare il gatto.ed. Atlantide,2023 è un libro irriverente, sfrontato, provocatorio, a volte divertente, a volte commovente. Tredici protagoniste di altrettanti racconti: a volte parlano in prima persona, altre volte sono narrate. E il grande tema è quell’età misteriosa che è la vecchiaia, soprattutto la grande vecchiaia : a volte si tinge di ironia, altre di commozione, altre di intrigo poliziesco. In questo ultimo caso – intitolato con macabro umorismo Gentilezza –  la vecchia signora si fa, con feroce determinazione, difensora di una moglie vilipesa e rassegnata, maltrattata non solo da suo protervo, narcisista e stupido marito, ma anche dal suo cane cattivissimo. E li uccide entrambi. Senza che nessuno – né la moglie maltrattata né la polizia- abbia il minimo sospetto su di lei.

Ma il tema centrale, che in modi diversi percorre tutti i racconti, è la consapevolezza accorata di quello che la vecchiaia toglie piano piano.  Quello che fa dire  alla protagonista  del racconto che dà il titolo al libro: “Adesso non possiedo nulla, tranne, suppongo, il mio corpo e la mia mente, così come sono, dopo numerosi decenni di utilizzo. Mal-utilizzati, talvolta. Ma almeno, grazie a Dio, sono stati utilizzati e non li ho sprecati. Certo questo a mio figlio non posso dirlo. Ci osserva con una tale tenerezza, quanio sediamo insieme la sera, la gatta sulle mie ginocchia…nella sua testa, come nella testa del mondo intero, una donna vecchia e il suo gatto sono un’incantevole rappresentazione di purezza. Invecchiare è spesso descritto come un accumulo di malattie, sofferenze, rughe, ma in realtà è un processo di espropriazione, di diritti, di rispetto, di desiderio, di tutte quelle cose che una volta possedevi e di cui godevi con tanta naturalezze… anche adesso sono amata, suppongo, ma con la pretesa che io sia dolce e tenera. E tranquilla, Che destino.” .

Mi è tornato in mente questo passaggio della vecchia signora del racconto durante la manifestazione contro la violenza sulle donne il 25 novembre, sabato di sole freddo a Milano. In piazza c’erano anche molti uomini  e naturalmente soprattutto tantissime, veramente una moltitudine di donne, dai 3 ai 90 anni. Soprattutto ragazze e giovani donne, ma anche vecchie signore, e tante, qualcuna persino con lo sbaffo rosso in faccia. E mi è tornato in mente perché le vecchie signore (me, compresa) in piazza sfidavano ll diniego del desiderio che le persone di buon senso e di ottima famiglia – proprio come i bravi ragazzi di cui tanto si parla in questi giorni- appiccicano alla vecchiaia, come un attributo insito nell’età. Quella mattina anche le vecchie signore si stavano appropriando del desiderio della piazza di gridare ad alta voce la rabbia, in nome di chi non ha più voce.

Non ci sono soltanto desiderio e rabbia, c’è anche compassione nel libro, una com-passione mai intrisa di lacrimevole nostalgia – anche se il tema della memoria e il ricordo di chi sei stata, di quello che hai fatto nella vita pervade molti racconti – piuttosto una rivendicazione forte dell’intelligenza anche di questa età apparentemente rassegnata “perché lei (la nuora) non aveva capito che non hai bisogno di aiuto, ma soltanto di qualcuno dalla tua parte? Qualcuno dalla tua parte, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, tutta quella roba lì. Qualcuno che non giudichi, che accetti e basta. Che non faccia diagnosi per una stupida distrazione” . A volte, questa mancanza appare così pesante, da far prendere la decisione di andarsene: “si sentiva ebole, esausta, ma serena. La pace era a portata di mano. Poteva avvertirla. Poteva quasi toccarla. Non era stato ciò che aveva posseduto a darle pace ma ciò che aveva lasciato andare.  Ma anche la decisione estrema di morire non diventa una sconfitta, è al contrario la consapevolezza che tutto inizia e tutto finisce. E così sia.

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