Winston vs. Churchill, l’uomo e la maschera

In Teatro

FOTO © NOEMI ARDESI

Giuseppe Battiston e Carlo Gabardini portano in scena un Winston Churchill alla portata di tutti, perché resti nel tempo

Chi è davvero un leader, uno statista, un politico? Nei giorni in cui al cinema si offre e ci si confronta sul tentativo di Gianni Amelio di raccontare l’uomo Craxi, arriva al Teatro Franco Parenti, al secondo anno di tournèe, un tentativo simile, cui a confrontarsi sono l’uomo Winston e il politico Churchill.

Carlo Giuseppe Gabardini, che lo firma, traccia quello che a tratti è dialogo, a tratti duello, più spesso uno sforzo (fisico, spasmodico, a volte vistosamente doloroso) di sovrapposizione. Winston esige di rivestirsi di Churchill, come se l’uomo malato, stanco e prostrato messo in scena alla fine della sua esistenza, potesse solo da questo essere mantenuto in vita.

Quella che va in scena è la guerra personale di un uomo che nella guerra ha sempre trovato i puntelli della propria narrazione, e che ora si fa forza di una belligeranza senza pause contro tutto e contro tutti per nascondere agli occhi del mondo la propria, personale, battaglia contro i vizi e le piccole umane debolezze capaci, sole, di vincerlo. Di farne un uomo come tanti, avvolto nella sua vestaglia rossa, che solo al gatto si concede di mostrarsi fragile.

Il testo di Gabardini si concede un garbato didascalismo, punteggiando il dialogo (sovente travestito da monologo) di tutte le massime e le osservazioni che Churchill ha consegnato alla storia, tratteggiandone le contraddizioni ma più ancora le passioni: i gatti appunto, i sigari, e quella prefigurazione di Stati Uniti d’Europa la cui sognante aspirazione è oggi l’eredità più vistosa dello statista, trasposta e scomposta anche scenograficamente dalla regista Paola Rota, che fa muovere il suo protagonista dentro a un’arena di pietrisco (e fatiche) delimitata da un cerchio di luci (di stelle?) che riverberano sul blu intenso del fondale.

Tra la sua poltrona, il mappamondo e la radio d’epoca (di quelle da cui la sua voce tratteggiava ai popoli dominati dalla dittatura un altro mondo possibile) si muove un uomo che appartiene a un’altra epoca ma è tenuto vivo dall’esigenza evidente di trasmettere un’eredità, oltre che dall’esigenza di ricordare il suo valore personale, come estremo tentativo di respingere il cane nero della depressione che lo divora.

Così orgoglio e dolore si compenetrano nelle sue parole, la ruvidezza che il personaggio Churchill ha imposto a se stesso si annacqua dentro le piccole rese dell’uomo Winston, la rabbia è frammista a un timore che corre silenzioso sotto traccia, più che per il proprio destino per quello del mondo dopo di lui: un sentore che in tempo di Brexit dà molto da pensare.

Così la sua memoria personale e storica si fa radice di un futuro su cui lo statista sarà destinato – e lo sa bene – a lasciare una impronta inevitabilmente indelebile, come le parole che segneranno il suo commiato, perché anche nel gioco proposto per passare il tempo per lui si svela l’esigenza di non sbagliare, di consegnarsi impeccabile, acuto, immortale alla storia che Churchill sappia fino all’ultimo sovrapporsi a Winston, senza arrendersi al silenzio.

Pur nell’intento con evidenza esplicativo di un personaggio che appare soprattutto il simbolo di se stesso, non mancano riuscite note d’empatia, assunte con gran mestiere da un Giuseppe Battiston che si rende teatralmente imponente – anche simbolicamente – occupando uno spazio scenico in cui si muove concedendosi qualche scivolamento nella maniera che pure riesce a non stonare, punteggiato da una ironia elegante che fa sorridere anche amaro.

Sparring partner una Lucienne Barreca la cui infermiera Margaret è funzionale proprio alla personificazione della generazione successiva, di quel mondo nel quale Churchill  vuole restare, ma che del personaggio è capace di snidare non solo gli aspetti autodistruttivi, ma soprattutto le conseguenze devastanti, persino letali, del mito che l’uomo stesso ha alimentato.

Un rovescio della medaglia utile a proteggersi dall’agiografia, nonostante una interpretazione non del tutto a fuoco.
Ne emerge un ritratto accurato e godibile, che unisce freschezza e intelligenza, un equilibrio cui le biografie tendono spesso con sforzo, qui mascherato sapientemente in una pièce efficace (proprio perché) non è presuntuosa.

FOTO © NOEMI ARDESI