WILDE: l’importanza di avere un nome

In Teatro

Glorioso, intramontabile Wilde, qui riletto con gioia da Bruni e Frongia all’Elfo…

E Qualcuno disse Oscar Wilde, e Oscar Wilde fu! E mai come in questa stagione teatrale, dove all’Elfo Puccini nascita e declino, ascesa e rovina, innalzamento e catabasi del più grande provocatore vittoriano vengono inscenati con una genuinità mordace e una rivalutazione tematica dal respiro innovativo e stupefacente. Abbiamo assistito alla pièce di Moisés Kaufman, attraversando il reading pungente del Canterville Ghost, quando all’improvviso l’atto osceno è rifiorito nella commedia degli equivoci più frizzante del XIX secolo.

In L’importanza di chiamarsi Ernesto si passa dai tre “atti osceni” a tre atti sublimi di puro modernismo plautino, dove otto attori dalle tinte sgargianti si destreggiano come degli zuccherini alcolici sotto spirito. Sul palcoscenico questo ottagono di caratteri combinati ad hoc forma un battistero di sacre ilarità e di profane doppiezze e dove nulla è davvero prevedibile.

La bravissima Ida Marinelli ci riproietta nel pieno dell’ipocrisia borghese di fine Ottocento, ritraendo manieristicamente l’austera Lady Bracknell, una zia calcolatrice che vuole combinare il matrimonio alla strillante figliola Gwendolen (Elena Russo Arman).

Riccardo Buffonini, uscito dai panni del personaggio ribelle e innamorato Bosie, ora veste un tartan scozzese e fantasie a pois che danno il turno al brillante cinismo di Algernon; tra qualche tramezzino al cetriolo e l’altro, questo attore sorprende per versatilità camaleontica e fascino. Un Ernesto-poco-onesto in rosso cremisi, alias John (Giuseppe Lanino), dà avvio alla comica dei malintesi per colpa di un portasigarette scordato a casa dell’amico. Mai il tabagismo ha dato vita a situazioni più divertenti!

Miss Prism (Cinzia Spanò) e Celily (Camilla Violante Scheller) sono la versione restaurata e al femminile del “precettor severo” manzoniano e del fanciullo scapestrato e intransigente, di una giovine che si accontenta ben poco delle noiose realtà familiari e finisce per plasmare i propri desideri innaturali per iscritto. In più un indomito Luca Toracca, con un toupet dai riccioli d’oro, nei panni del reverendo canonico Chasuble, impegnato a fare la corte alla severa educatrice. Infine – come in ogni vicenda che si rispetti – non può mancare il maggiordomo (Nicola Stravalaci), il ‘discreto’ Lane prima e il rumoroso Merriman poi, dal nitrito equino che annuncia ingressi e partenze dell’eccentriche macchiette.

Ferdinando Bruni e Francesco Frongia hanno rifatto di questo Wilde il genio modellatore di caratteri senza età e dal mood vivacemente polimorfico. Dalle scene è bandito il moralismo, ma non certo la morale, mai scontata e sempre originale, anche dopo centoventidue anni dal primo debutto al St. James’s Theatre di Londra. Ma non solo: ad arricchire l’insolito pasto sensoriale degli spettatori, la traduzione esclamativa di Bruni si intreccia alle note di I will survive di Gloria Gaynor e a quelle della “pantera rosa” di Henry Mancini.

Tutto questo è Earnest? Ebbene sì. Un faro che brilla elegante nel porto di chi viene messo alle strette col tempo e di chi sa cogliere le verità quotidiane, verità “mai semplici e quasi mai pure”. Questa commedia generazionale non solo ci insegna a essere sinceri – se mai lo ha fatto – ma soprattutto a non esserlo, valorizzando il riflesso di un bisogno impalpabile che l’uomo moderno crea nel suo intimo quotidiano di fuga dal reale.

L’Ernesto dalle mille maschere indossa anche la nostra e inevitabilmente riesce a impossessarsi di noi, a prescindere dalle situazioni scomode che decidiamo o meno di non vivere. Questo fantasticare ha una caratteristica immancabile e inafferrabile al contempo: quella di lasciare una piacevole sensazione di confuso appagamento, ed eccoci introiettati tutti sopra il palco delle vanità antropiche. Non c’è tuttavia veletta per signora o cilindro per signore che nasconda davvero chi siamo, e questa è la nostra (s)fortuna…

Il vero equivoco sarebbe perdersi questa commedia di sanissima follia, la quale anche se a tratti un po’ troppo gender-fluide, ritorna sui binari della fedeltà registica e riesce a ingraziarsi perfettamente ogni tipo di pubblico.

Questo mix di leggerezza aforismatica e di pink-humor, hegelianamente profondissimo, non va perso!

Foto di Laila Pozzo

L’importanza di chiamarsi Ernesto, al Teatro dell’Elfo fino al 10 dicembre