L’amore in un clima tiepido

In Letteratura

“Un solo paradiso” di Giorgio Fontana è un romanzo tempestoso e lirico, pudico e vero, onesto e struggente, inattuale e perciò attualissimo, buono più di mille analisi sociologiche per scandagliare i tempi precari che viviamo.

«Qual è il vostro scopo quando cedete all’amore che provate per qualcuno? Non è forse di essere felici, di provare il piacere d’amare e di essere riamati? Come sarebbe stupido rifiutarsi questo piacere per il timore del dolore che potrà sopraggiungere, dolore che si proverà, dopo essere stati molto felici, e sarà considerato, allora, una compensazione e si dovrà pensare a guarirne, non a pentirsene oltre misura, così pure una persona ragionevole dovrebbe arrossire se non tenesse nelle proprie mani la propria felicità e l’affidasse interamente nelle mani di un altro.
Il grande segreto perché l’amore non ci renda infelici è di cercare di non avere mai torto con il proprio amante… Ciò non lo riporterà a noi, ma niente in assoluto lo potrà far ritornare: non c’è nulla da fare, se non dimenticare chi non ci ama… Niente ci umilia più degli atti che compiamo per riconquistare un cuore freddo o incostante: non solo ci umiliano davanti a questa persona, ma anche davanti a coloro che potrebbero interessarsi a noi; ma quel che è peggio, tutto ciò ci rende infelici e ci tormenta inutilmente… È la ragione a fare la nostra felicità: durante l’infanzia, i nostri sensi sono preoccupati soltanto del proprio benessere; durante la giovinezza, il cuore e la mente cominciano a mescolarvisi, ma il cuore decide su tutto; nell’età matura, invece, la ragione deve essere della partita e sta a lei farci sentire che bisogna essere felici, anche se ci costa molto».

Così scriveva, nel 1746, Gabrielle-Emilie de Breteuil marchesa di Chatelet, alla fine della sua relazione decennale con Voltaire, che si era invaghito della giovane nipote Madame Denis. Altri tempi, l’illuminismo e il culto della ragione imperavano, i Werther e gli Ortis erano di là da venire. Così pensano, oggi, i familiari e gli amici di Alessio Bertoli, 29 anni, un lavoro che non gli pesa troppo e una passione per il jazz che pratica da trombettista dilettante innamorato di Clifford Brown.

Non c’è neppure l’imperioso appello alla ragione, lo sforzo supremo della volontà (bisogna essere felici anche se ci costa molto) che era della marchesa, nel loro invito ad accettare che le cose facciano il loro corso, che il tempo lenisca gli affanni e stenda un velo. Perché Alessio si sta buttando via a causa di un amore finito. C’è, piuttosto, una disincantata resa al corso delle cose: la vita in un clima tiepido, l’amore in un clima tiepido, morte tutte le ideologie, evaporata ogni certezza, quando «l’unico piano pensionistico possibile era morire giovani». Precaria l’esistenza, precari gli affetti: da un amore all’altro come da un lavoro all’altro, di che lamentarsi?

Del resto, Alessio non era diverso dagli amici prima di incontrare Martina, 26 anni, molisana con una laurea in lettere e un po’ di storie andate a male, receptionist in uno studio dentistico. Era solo un po’ più taciturno, da bravo montanaro trapiantato in città. Ma la pensava come loro sulla vita («Da qualche mese, dunque, aveva deciso di non chiedere più. Definì quel proposito “un dolceamaro contentarsi”: una condizione tutt’altro che sgradevole, dopo anni passati a spiare la felicità altrui, senza capire in che modo edificare la propria.
Quanto al tumulto che ancora gli si agitava dentro, lo metteva a tacere pianificando i soliti viaggi, e cercando di godere al massimo di questa o quella sensazione: una notte di sonno priva di incubi, una cena con gli amici, il suo amato girovagare da solo. Il resto era dedicato a minimizzare i fastidi. Non più febbre. Non più demoni. Viaggiare leggeri: era il solo modo per proteggersi dall’invadenza delle cose. (…) “Forse stavo invecchiando”, commentò. “Forse volevo invecchiare e basta”.Alessio stava applicando alla perfezione la lezione di quegli anni: abbandona ogni velleità, perché viviamo tempi miserabili e crudeli»).

E la pensava come loro anche sui sentimenti («Ma come parlare d’amore?… Che lingua usare? Allora avevamo quella delle canzoni, dei pochi romanzi capaci di illuminarne la zona d’ombra. Ma per noi era una lingua sterile. Pensavamo che il Ti amo fosse il peggiore degli artifici. Richiedeva fede, e la fede era davvero l’ultima cosa che avevamo sulla terra»).

Vive di questa dialettica inconciliabile tra i poli opposti della normalità e della tensione all’assoluto Un solo paradiso (pp. 198, Sellerio), l’ultimo romanzo di Giorgio Fontana, 35 anni,  tra le voci più emozionanti della nostra giovane narrativa. Un romanzo assai diverso dai precedenti, eppure legato a quelli da una segreta affinità, da un filo rosso di intima coerenza: la ricerca di senso, la volontà di andare “oltre”, la capacità di uscire dai ruoli che ci sono stati assegnati o che noi stessi ci siamo imposti. Fa così il sostituto procuratore Roberto Doni (Per legge superiore, 2011), che misura quanto inadeguata e formale sia la sua concezione della giustizia di fronte a un “caso chiuso” che nuove testimonianze lo spingono a rimettere in discussione. Fa così il magistrato Giacomo Colnaghi del bellissimo Morte di un uomo felice (2014, premio Campiello), a caccia di terroristi, che tenta di capire le ragioni di chi sta dalla parte del torto al di là dell’astratta irrogazione di pene, e che si allontana dai suoi cari per vivere solo perché gli uomini, quando si fanno carico del mondo, sono in qualche modo perduti per la famiglia.

E fa così anche il protagonista di questo romanzo di fronte all’amore, comprendendo di non avere scampo. Di essere inerme e, per qualche tempo, felice. «In una di quelle notti Alessio comprese che il “dolceamaro contentarsi” era un modo di corteggiare il nulla. Sfiorando appena la superficie delle cose, eri al riparo da qualunque forma di distruzione. L’amore invece lo portava a esistere con una violenza inimmaginabile; e di più: a dover rendere conto dell’esistenza di un altro essere umano».

Quando verrà il tempo dell’abbandono, quando Martina se ne andrà, Alessio non riuscirà a reggere, in un’ossessione distruttiva che lo porterà a esiliarsi dagli amici, a perdere il lavoro, ad annichilirsi a forza di bere. A vagare per una Milano bella e vera e laterale come in tutti i romanzi di Fontana: come via Padova di Per legge superiore, come il Casoretto di Morte di un uomo felice. Una Milano qui fondale e miraggio, squarci di bellezza e città degli addii, luogo di convivenza  e finestra sul baratro. «Amava il modo in cui Milano si lasciava plasmare dal percorso scelto, cambiando pelle dove tutti vedevano solo una coltre monotona di palazzi. Occorreva solo tenacia: quella città che tanto stancava i suoi amici… per lui custodiva sempre un margine di incanto che gli apparteneva, persino una sorta di mistero».

È soltanto incapacità di reggere il rifiuto, la sua? Delirio amoroso, regressione un po’ irritante per chi lo sta a sentire? «Ma ti senti come parli?», lo scrolla brusco il fratello quando si sente dire: «Mi hanno spezzato il cuore». E l’amico di una giovinezza che sta per essere archiviata (Un solo paradiso è, a suo modo, anche un aggiornamento della Linea d’ombra di Conrad), quando ascolta e trascrive per noi, in un bar gestito dai cinesi, il fluviale racconto d’amore e desolazione che Alessio gli riversa addosso, non riesce a nascondere lo sconcerto: «So che è banale, ma avrei voluto dirgli che con il tempo tutto avrebbe assunto una luce meno cruda. Tutto, davvero tutto sarebbe passato: perché la vita non tollera un desiderio simile, non può nemmeno concepirlo… Ciò che provava Alessio era del tutto fuori tempo. Era troppo puro, troppo intransigente per l’epoca che vivevamo».

Quell’intransigenza invece Alessio la rivendica, facendo dell’amore quasi un manifesto, una piattaforma a suo modo “politica”. Eccola, la tensione all’assoluto, a un più alto ideale in tempi di fede tiepida o assente, che impregnava anche gli altri romanzi di Fontana. «…Lei era. Non so come spiegarlo. Era l’altrove, una cosa completamente diversa rispetto alle esistenze meschine che portiamo avanti. E del resto, che ne sai tu? O voi? Avete sempre accettato compromessi per non restare soli. Dite che è normale, siete tutti ossessionati da quest’idea della normalità. Invece è paura.  Paura di non dividere l’affitto, di fare i conti con se stessi, o di morire senza qualcuno che ti pulisce il culo come i tuoi vecchi all’ospizio. Per me non è mai stato così. Dunque, che ne vuoi sapere?»

Avrà ragione lo sturm und drang di Alessio? O la savia rassegnazione dell’amico che lo ascolta? Fontana non lo dice, in questo romanzo tempestoso e lirico, pudico e vero, onesto e struggente, inattuale e perciò attualissimo, buono più di mille analisi sociologiche per scandagliare i tempi precari che viviamo.

Sa che, per chi insegue l’assoluto, «si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso». E che per i tiepidi, per gli arresi, per i ragionevoli, ci sarà sempre il doloroso sospetto di non avere scorto quel paradiso neppure per un istante, neppure da lontano.