God’s own country

In Cinema

Prima dell’arrivo a Milano del Festival Mix (21-24 giugno), due film raccontano drammi e tenerezze del mondo omosex: in “La terra di Dio” di Francis Lee un ruvido giovane pastore del West Yorkshire trova un’educazione sentimentale tra le braccia di un bracciante rumeno, in “Tuo, Simon” di Greg Berlanti un adolescente di Atlanta va alla scoperta, nella realtà e on line, della sua identità in mutamento

A poche settimane dal Festival MIX (21-24 giugno) che si aprirà con Favola di Sebastiano Mauri con Filippo Timi, manifesto estetico e nostalgico, con un occhio a Todd Haynes, sull’amore tra una coppia di donne, anche se particolari, due film sull’amore nel mondo gay, diversissimi tra loro ma entrambi ricchi di motivi di interesse sul lato fisico e psicologico, arrivano da Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Perché spesso i film d’amore gay sono più romantici e sensuali di quelli etero, e al cinema il sesso tra un uomo e una donna è più meccanico, spesso stucchevole? Sono domande che sorgono anche dopo aver visto i momenti carnalmente più intensi di God’s own country – La terra di Dio del 49enne attore, ora esordiente nella regia Francis Lee. Forse il motivo è che la love story gay per arrivare al grande schermo ha impiegato parecchio tempo, e dunque ha una freschezza di approccio che la può rendere più sorprendente. E indubbiamente, almeno nei film, appare meno contaminata dalla stratificazione comportamentale delle nostre eredità culturali. Ne trovate conferma fin dal primo film ufficialmente omosex di Hollywood, Festa per il compleanno del caro amico Harold di William Friedkin (1970) e da allora nel nutritissimo catalogo di film in tema che l’ha seguito, da Brokeback Mountain a Weekend, da La vita d’Adèle a Tom à la ferme, a Chiamami col tuo nome.

Come nel film canadese di Xavier Dolan, anche in La terra di Dio, i cui spunti autobiografici sono ricorrenti e vanno dall’ambientazione ai protagonisti (e, aggiunge il regista, “il paesaggio che descrivo è quello che ho vissuto io, che non l’ho percepito come pastorale e libero, ma anzi spesso l’ho sentito oppressivo e brutale”) il teatro dell’azione è una fattoria tetra, spersa nel nulla, nelle Pennines Hills del West Yorkshire dove il giovane Johnny Saxby, che ha rinunciato ad ogni altra sua ambizione per star vicino al padre vedovo e quasi immobilizzato, conduce abbrutito, tra mucche e pecore, un’esistenza da un sordomuto delle emozioni: di notte si sbronza di birra e di sesso casuale in paese, di giorno ripara muretti e partorisce agnellini nella stalla di casa. Finché un giorno arriva Gheorghe, bracciante rumeno a settimana, ingaggiato per aiutare a far sgravare le pecore. E a sorpresa, superando ogni pregiudizio e razzismo istintivi che albergano in tutti , si dimostra saggio, sensibile, empatico con gli animali. E soprattutto con Johnny, che dal quel disprezzato “zingaro” riceverà la sua l’educazione sentimentale. Certificata fin dal primo amplesso furioso nel fango, che rivela al suo imbarazzo cosa sono l’innamoramento, la dolcezza, la potenza di uno sguardo.

Certo non è un particolare ininfluente il fatto che Francis Lee venga dalla vita in quelle terre e con quei contadini, che descrive come più tolleranti e aperti di quanto si possa immaginare. “Pensate che chi vive da quelle parti sia intrinsecamente omofobici? Non è così. Forse non avranno quella attitudine liberal middle-class che piace a tanti, ma questo non vuol dire necessariamente che siano retrogadi, omofobi. O almeno, non è l’esperienza che ho fatto io”. L’esito, comunque, è di alto livello: premiato nel 2017 per la migliore regia “drama” al Sundance e passato con apprezzamento alla Berlinale e in altri Festival, La terra di Dio ha pregi di stile che ne fanno un racconto solido e convincente, in primo luogo l’essenzialità di dialoghi e parole, ridotti al minimo indispensabile, che unita a un’ambientazione quasi esasperatamente realistica ne fanno un ritratto di forte impatto di un luogo chiuso, ripiegato su se stesso e i suoi tempi, sulla durezza del lavoro, uno spazio che sembrerebbe respingere anche solo l’idea dell’innamoramento.

E questa storia d’amore gay, almeno come la descrive Lee affidandolo a una coppia di attori efficaci e ben coesi, Johnny O’Connor e Gheorghe Secareanu, si uniforma a duo modo al contesto, passando all’improvviso da una lite, anche violenta a un amplesso altrettanto energico, quasi animalesco. E in ruoli appena appena minori (il padre e la nonna di Johnny) troviamo Ian Hart e Gemma Jones, gioielli di Ken Loach e del miglior cinema inglese. Non dimentichiamo che Lee è un fan assoluto di Mike Leigh.

La cinepresa è sempre a ridosso dei protagonisti, e una luce il più possibile naturale, che rende onore alla selvaggia bellezza di quegli spazi aspri, mai si incarica comunque di smussare, abbellire, rendere meno cruda l’immagine dell’esistenza di uomini o animali la cui vita e morte prende il centro della scena: un contesto ideale per raccontare di “qualcuno che al termine di giornate massacranti non ha nemmeno la forza di prendersi cura di sé e chiedersi cosa voglia veramente” (sono parole del regista), ma che d’improvviso scopre un mondo di passioni, che assumono una dimensione universale. Accade spesso ai film riusciti: La Terra di Dio non è una “love story gay”, è una storia d’amore e basta.

In ben altre latitudini e contesti vive il 17enne Simon, che sta crescendo nella verde Atlanta in un contesto tutto sommato normale, in una famiglia che ama, corrisposto, e accanto agli amici più cari di una gioventù con pochi problemi. Ma il suo corpo e il suo animo custodiscono un segreto, che per lungo tempo non avrà il coraggio di rivelare ai genitori, riservando agli scambi di mail con Blu, partner misterioso, compagno di scuola che rimane a lungo anonimo, la verità “inconfessabile” della sua vita, l’orientamento sessuale sempre più orientato verso l’universo gay. Un racconto di mezze verità e progressivo disvelamento, a se stesso e agli altri, che parla di amore virtuale e invadenza dei social media, qui giustamente visti nel doppio aspetto di temibile fonte di smascheramento pubblico ma anche di indispensabile mezzo per costruire una relazione odierna.

Tuo, Simon è tratto da un best seller di Becky Albertalli, pubblicato in Italia con il titolo Non so chi sei, ma io sono qui: l’hanno scritto per lo schermo Elizabeth Berger e Isaac Aptaker, fornendo un buon materiale a Greg Berlanti, navigato sceneggiatore, regista e produttore tv statunitense, qui alla sua terza direzione per il cinema dopo una carriera di produttore forte di una quarantina di serie tv, tra le quali le più note in Italia sono Dawson Creek e Brothers & Sisters. E questo la dice lunga sullo sdoganamento di tematiche come queste, che fino a una decina d’anni fa sarebbero forse state considerate ancora rischiose per il pubblico generico da grandi incassi, sia esso quello di mezza età spesso seduto davanti alla tv o quello più giovane che al cinema gradisce teen-comedy come questa, ambientate nel college e a casa di mamma e papà. Lo spiega bene lo stesso Berlanti: «Il pubblico vuole anche qualcosa di diverso dagli effetti speciali, dai sequel e dai remake. Il film apre molte porte e Hollywood, cambiando marcia e vincendo timori».

E lui, grazie a un tocco gentile di scrittura e regia, ha a sua volta incrinato la superficie levigata della sit-com per aprirla a conflitti personali, esistenziali, sempre più presenti nella società. Berlanti, autore di Tre all’improvviso (2010) e Il club dei cuori infranti (2000), ci mette un approccio meno superficiale della media e un’adesione chiaramente empatica ai temi e al suo protagonista, interpretato dal convincente Nick Robinson, che può vantare una mamma come Jennifer Garner e un papà di nome Josh Duhamel e giovani comprimari di valore (Katherine Langford, Jorge Lendeborg Jr. Clark Moore e Alexandra Shipp). Raccontando con leggerezza e senza cadute melense la vicenda principale, il film riesce poi a fonderla con gli amori, più o meno felici e più o meno classici, banali, degli amici del protagonista, circondati da genitori spesso assenti, svagati o che si atteggiano inutilmente a spiritosi amici. Il successo, come si dice in questi casi, di pubblico e di critica, ha confortato in patria un progetto riuscito.