Orlando, il corpo come territorio

In Arte

A Bergamo si è conclusa lo scorso 10 maggio la tredicesima edizione di ORLANDO Festival, che ha trasformato la città in una mappa affettiva attraversata da performance, pratiche collettive e riflessioni sui corpi contemporanei. Tra geografie queer, vulnerabilità e nuove forme di relazione, il festival ha interrogato il rapporto tra identità, spazio e possibilità di convivenza per costruire un atlante vivo del presente.

Si è concluso domenica 10 maggio il festival ORLANDO a Bergamo, dedicato alle arti contemporanee, che ha visto artisti, performer e registi susseguirsi in una settimana di cinema, performance, danza, incontri e pratiche collettive capaci di interrogare il presente attraverso il tema delle identità, delle relazioni e delle differenze. Giunto alla tredicesima edizione, il festival — promosso da Immaginare Orlando e Laboratorio 80 — ha scelto quest’anno il tema delle “geografie sessuoaffettive”, affrontando il corpo, il consenso, l’affettività e la soggettività come territori politici e culturali.
ORLANDO Festival non è semplicemente una rassegna queer, ma una piattaforma artistica che usa i linguaggi contemporanei per ridefinire lo spazio pubblico e le possibilità della convivenza. Tra sale cinematografiche, skate arena, piazze urbane e luoghi simbolici come GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, ORLANDO costruisce un ecosistema interdisciplinare in cui arte e attivismo si intrecciano. Il nome del festival, ispirato al celebre Orlando di Virginia Woolf, diventa così una dichiarazione poetica e politica: immaginare identità fluide, mobili, in continua trasformazione. In un tempo segnato da irrigidimenti culturali e sociali, ORLANDO sceglie invece la vulnerabilità, la pluralità e il dialogo come forme di resistenza estetica, culturale e sociale.

Matteo Sedda, Fuck me blind, Foto Bruno Simao

Alla presentazione Elisabetta Consonni, dialogando con le istituzioni, ha ricordato quanto sia urgente un festival di questo tipo, capace di partire da una contemporaneità ancora troppo reticente rispetto alle esigenze del presente. Ci ricorda come la politica italiana tema ancora l’intervento nelle scuole di figure dedicate ai temi sessuo-affettivi e di come queste scelte ricadano direttamente sulla possibilità di costruire una società più consapevole di sé. Il corpo, in fondo, in tutto questo è sempre stato argomento utile e caro alla politica. Ce lo ricorda, in maniera molto ben documentata, l’artista Gioele Peressini con La forma del maschio, una performance che si muove sul confine tra archivio corporeo, indagine sociale e pratica partecipativa.
Il progetto nasce da una ricerca pluriennale sul corpo maschile come costruzione culturale e simbolica: non il maschio come dato biologico, ma come dispositivo collettivo fatto di posture, desideri, educazione sentimentale e aspettative sociali sedimentate nel tempo. L’opera prende forma attraverso una raccolta di testimonianze, gesti, mappe anatomiche e memorie condivise che vengono trasformate in un atlante performativo. In scena il corpo non è mai semplice presenza individuale, ma superficie politica attraversata da fragilità, tensioni e possibilità di trasformazione. L’elemento più interessante del lavoro di Peressini è la capacità di sottrarre il maschile alla sua rappresentazione monolitica e normativa. La forma del maschio smonta l’idea di virilità come figura chiusa e compatta, restituendo invece un corpo vulnerabile, relazionale e incompleto, analizzato partendo dal periodo di dominazione asburgica del Friuli-Venezia Giulia, passando per quello fascista, fino ad arrivare all’OZAK.

Thomas Valerio, Star, foto Luca del Pia

Inserita nel contesto di Festival ORLANDO, la performance dialoga perfettamente con le linee curatoriali del festival: interrogare i corpi contemporanei e le loro geografie affettive attraverso pratiche artistiche capaci di generare ascolto, attrito e possibilità di immaginazione politica. Ed è proprio la traccia, la mappa “integrata” che troviamo nell’atrio di CULT! (Piazza della Libertà, Bergamo), ad avermi colpit*, soprattutto in relazione con la mostra *Atlas Ego Imago Mundi* di Luca Di Luzio alla sede della Società Geografica Italiana a Roma. La relazione che emerge è quella di un corpo che produce spazio invece di limitarsi ad attraversarlo. Nel progetto Atlas Ego Imago Mundi il corpo non rappresenta il mondo: lo genera. Le impronte corporee intrise di colore diventano continenti, fiumi, confini, arcipelaghi. È una cartografia incarnata. Nel lavoro di Di Luzio esiste continuamente un cortocircuito tra geografia reale e geografia immaginaria. Non a caso la mostra è ospitata dentro Villa Celimontana, luogo storicamente deputato alla classificazione scientifica del mondo. Ma l’artista compie un gesto quasi sovversivo: sostituisce alla misurazione la percezione.
Questo è potentissimo per ORLANDO Festival, perché la questione queer oggi non riguarda soltanto l’identità, ma il diritto a produrre orientamenti, a ridefinire il rapporto fra corpo e territorio, fra visibilità e attraversamento.
Il corpo non è “nel” mondo.
Il corpo è il punto da cui il mondo accade.

Michael Turinsky, Precarious Moves, foto Loizenbauer

Forse è proprio questo ciò che ORLANDO ha tentato di costruire in questa tredicesima edizione: non un semplice festival, ma un atlante vivo. Una geografia non della misurazione, ma della presenza. Le quasi quattromila presenze di questa edizione raccontano forse proprio questo: il desiderio urgente di esistere dentro luoghi capaci di accogliere complessità, vulnerabilità e trasformazione. Dai movimenti radicalmente politici di Michael Turinsky alla ricerca sul suono, sulla luce e sulla presenza corporea di Pere Jou e Aurora Bauzà, fino alla dimensione autobiografica e vulnerabile di Matteo Sedda, il Festival ha restituito il corpo come luogo di attraversamento e trasformazione.
Le mascolinità represse indagate da Gioele Peressini, la riflessione sulla discriminazione verso le persone sorde di Diana Anselmo, le pratiche collettive di Loud! e Civico 1: tutto sembra convergere verso una stessa urgenza, quella di costruire nuove geografie affettive capaci di sottrarsi alla rigidità delle mappe normative.
Perché alla fine ciò che ORLANDO sembra lasciare non è soltanto una programmazione culturale, ma una domanda aperta: come possiamo ancora abitare il mondo insieme? E forse la risposta, fragile e potentissima, sta proprio in queste nuove geografie sessuoaffettive che non cercano più di rappresentare identità fisse, ma di creare spazi in cui potersi finalmente orientare, vedere e immaginare collettivamente.

In copertina: Stergios Dinopoulos e Krysianna B. Papadakis, La grotta dell’orso

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