Nello spazio temporaneo che APALAZZOGALLERY ha aperto per lei dal 22 al 30 novembre per Milano Drawing Week 2025 e, in parallelo, per la mostra We all become stories, Marta Pierobon si muove in due direzioni che paiono divergenti e invece si alimentano a vicenda: da una parte il disegno, sorvegliato dalla presenza tutelare di un’opera di Alberto Savinio e, dall’altra, un nucleo compatto di ceramiche, autonome rispetto al programma ufficiale ma vitali come un organismo parallelo. Due mostre, un mondo laminale e fantastico, dove tutti diventiamo storie.
Nello spazio temporaneo che APALAZZOGALLERY ha aperto per lei per la Milano Drawing Week 2025 e, in parallelo, per la mostra We all become stories, Marta Pierobon si muove in due direzioni che paiono divergenti e invece si alimentano a vicenda: da una parte il disegno, sorvegliato dalla presenza tutelare di un’opera di Alberto Savinio, e dall’altra, in un ambiente adiacente, un nucleo compatto di ceramiche, autonome rispetto al programma ufficiale ma vitali come un organismo parallelo. Il dialogo con Savinio non è un semplice omaggio. Pierobon riconosce di nutrirsi dei maestri del ’900, delle loro narrazioni e del “gioco delle possibilità” che fanno scivolare ogni oggetto in qualcos’altro, come per i bambini che non distinguono mai davvero tra realtà e finzione. È la stessa sospensione che appartiene alla metafisica – quella soglia dove le cose si caricano di un significato ulteriore – e insieme al surrealismo, che dello straniamento fa una condizione esistenziale, un metodo. Savinio, fratello minore e anomalo di De Chirico, era a suo modo un artista liminare – troppo letterario per i metafisici, troppo lucido per i surrealisti – e anche Pierobon sembra trovarsi esattamente in quel punto di intersezione, in un limbo fertile in cui la visione oltre l’apparenza convive con il sorriso spiazzante dell’inconscio.

Il disegno è il suo “rifugio”, lo spazio dove tutto può accadere, “più ampio della mente stessa”, come afferma lei stessa nell’intervista con Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo e della Milano Drawing Week. Ma è nelle ceramiche che Marta Pierobon raggiunge oggi la sua forma più piena. Come ci racconta Rossella Farinotti nel suo testo per We all become stories, le sue teste-scultura sono personaggi, identità mutevoli che solo dopo la cottura ricevono un nome, come se la materia dovesse prima dichiarare il proprio destino. Volti davanti, mondi dietro: cavità che diventano grotte, case, rifugi, nicchie narrative che custodiscono scale, lumache, finestrelle, colonne doriche, lingue che sporgono come epifanie dell’inconscio. E in filigrana si percepisce quella morbida vitalità degli universi di Miyazaki, di quei mondi che non stanno mai fermi, che hanno un loro respiro e un loro umore, fatti di cavità che proteggono e di creature che guardano altrove. Le ceramiche di Pierobon sembrano uscite da quell’altrove sospeso tra realtà e incanto, dove ogni forma vive di una propria interiorità.

Courtesy l’artista e APALAZZOGALLERY
E poi, aspetto non secondario, Marta Pierobon mostra una notevole disinvoltura nella tecnica della ceramica, una sicurezza rara in un momento storico in cui questo medium sembra dilagare nel lavoro di sempre più artisti, con esiti per lo più discutibili. Pierobon invece da anni coltiva una pratica paziente e attenta, la sua manualità è precisa ma non compiaciuta, capace di oscillare tra il naïf voluto e un controllo tecnico che non rinnega mai la natura fragile ed evocativa del materiale. La cottura introduce il rischio, il caso, persino l’errore; eppure il risultato non è mai decorativo, mai aneddotico. Le superfici brillano, i colori si stringono, gli interni rivelano narrazioni minime che si leggono come fiabe postmoderne. E le sculture vivono di un’energia ludica che le anima, pronte a muoversi, a cambiare posizione, a interagire fra loro, montate su plinti con ruote rivestiti con tessuti fantasia dal sapore volutamente kitsch che rompono la monotonia del white cube.

Courtesy l’artista e APALAZZOGALLERY
Alla Milano Drawing Week – che anche quest’anno intreccia maestri del ’900 e artisti contemporanei in un palinsesto diffuso di dieci tappe – Pierobon si colloca così, con rispetto e dissidenza, in quella linea sotterranea della tradizione italiana che tiene insieme Savinio, De Chirico, certe sculture di Melotti e le invenzioni narrative di Munari, a cui si aggiunge l’immaginazione anarchica Leonora Carrington e del già citato Miyazaki. Una genealogia mai illustrativa che attraversa con spigliata naturalezza. Il disegno le offre la struttura mentale e il volo pindarico; la ceramica le offre il corpo, il peso, la tridimensionalità di una storia che si può toccare. E nelle sue mani la materia non è più un linguaggio “minore” ma un luogo abitato, un altrove che ha imparato a parlare. Pierobon, come i suoi personaggi, non si colloca davvero in un tempo o in uno spazio. Sta in quella zona intermedia dove le storie, prima di essere raccontate, prendono forma. E diventano vive.