Fino al 17 ottobre è possibile visitare alla galleria Scia di Milano la mostra “Stato Solido” di Federico Montaresi aka Trasparente, un progetto che esplora la possibilità di trasformare la poesia in un linguaggio monumentale attraverso l’estetica della propaganda cinese. Una mostra immersiva che esplora pratiche professionali all’interno di uno spazio inaccessibile, inteso sia come atto fisico che come luogo di trasformazione poetica, in cui ciò che appare solido diviene temporaneo, sospeso tra costruzione e dissoluzione, documentazione e immaginazione. La mostra è accompagnata da un testo di Vittoria Caprotti, che qui vi riproponiamo integralmente.
La rappresentazione del lavoro, ossia delle attività tecniche e meccaniche che rendono possibile la realizzazione di un’opera, al fianco della rappresentazione dell’opera stessa, ha una tradizione iconografica nella Storia dell’Arte. I cantieri della Torre di Babele e dell’Arca di Noè sono solo due dei casi – i più noti e diffusi – in cui la raffigurazione diponteggi e lavoratori accompagna la raffigurazione delle opere a cui questi lavorano, una volta terminate. La mostra si inserisce in questa linea di rappresentazione del lavoro sospesa tra possibilità di pŏēsis e documentazione storico-sociale. In particolare, l’assidua frequentazione della Cina da parte di Federico Montaresi sostiene questo binomio in mostra, portando in Italia immagini e pratiche cinesi a partire da cui viene riconfigurato il dato di realtà.

Questa riconfigurazione costante definisce tanto le singole opere quanto la mostra come sistema, innervata com’è, questa, dall’idea di costruzione, ma una costruzione effimera, tra impalcature da cantiere e città di ghiaccio destinate a sciogliersi. Si crea, così, un cortocircuito con il titolo della mostra: la stabilità di ciò che dovrebbe essere solido entra in crisi, aprendo crepe e imprevedibili eventualità. Dalle strade e dai cantieri della Cina Montaresi estrapola la forma solida-striscione: portatore di slogan politici propagandistici nelle città cinesi, qui diventa sbandieratore di una riflessione intima: Sotto il ghiaccio è sepolta un’altra primavera, dicono i monumentali caratteri di BLU 1. Lo slittamento dal piano dell’ideologia a quello del sentimento rinforza l’attesa della primavera –intesa come momento di rinascita dopo l’inverno –, raddoppiando la possibilità di leggere la situazione in modo nuovo.

Pur nella sua solitudine monumentale, BLU 1, con il numero nel titolo, porta con sé le idee di progressione e serialità, creando uno spazio in cui muoversi tra stati contrastanti che si mettono in crisi l’un l’altro. Analogamente, The Worker 1/20 e The Worker 4/20 esplicitano l’esistenza di una serie: è un’idea che inevitabilmente si lega, qui, all’immaginario della catena di montaggio fordista. La serie e la produzione seriale vengono, però, arbitrariamente messe in pausa, isolando e presentando solo due dei 20scatti che compongono la serie, realizzata durante il rigido inverno di Harbin, sul fiume Songhua. Come in una strana partita a Jenga, si sfilano due blocchetti dalla solida torre e, invece di rinfilarli nella struttura, li si tiene in mano. Li si osserva da vicino, li si considera non più come blocchetti privi di identità, ma pezzi dotati di carattere proprio – pur destinati a ritornare nel gruppo, per fare spazio, come individui, ad altri. Questo atteggiamento coinvolge i lavoratori fotografati – ed è qui la forza prima del lavoro e della mostra. Portare, cioè, davanti ai nostri occhi storie lontane di gente anonima, riuscendo per un attimo a dar loro una forma stabile. Ci ritroviamo, così, presi da un senso di necessarietà davanti a qualcosa che fino a pochi minuti prima nemmeno sospettavamo esistesse e che è destinato a mutare.

Con MESOPOTAMIA i workers e le loro azioni seriali sono di nuovo al centro, ma nella continuità del video, con l’accompagnamento della musica, la meccanicità delle operazioni si fonde a una dimensione onirico-fiabesca. Il lavoro, infatti, succede in uno spazio privo di coordinate, unicamente costruito dal ghiaccio. Questo è già stato suddiviso in giganteschi cubi il cui unico destino è essere spostati – non sappiamo da dove a dove o perché, ma illoro movimento è leggiadro e, come in una seduta di EMDR o davanti a una partita di tennis, i nostri occhi lo seguono e noi ci rilassiamo. La distesa di sale grosso su cui cammina per vedere MESOPOTAMIA da vicino scompagina lo spazio reale, portando il visitatore in una dimensione visibilmente e sensibilmente altra rispetto allo spazio espositivo. Ma elementi come le brache di sollevamento interrompono la sospensione spaziotemporale, immettendo un elemento di realtà lavorativa quotidiana nel sogno. È in quest’interferenza tra costruzione fisica e decostruzione immaginativa che STATO SOLIDO trova senso: il lavoro non smette mai di essere un fatto concreto, ma è sempre anche una prospettiva tramite cui guardare la realtà in modo diverso da quello dato.
Federico Montaresi, Stato Solido, Galleria Scia, Milano, fino al 17 ottobre 2026