La “Presenza” spia e il regista guarda. Un horror (teorico) per Soderbergh

In Cinema

Mentre lo spettatore s’inquieta e si spaventa: sa che è tutto finto, ma non può fare a meno di credere in quello che vede. Ovvero la storia di una famiglia, spaccata a metà, che cambia casa a vita dopo una trauma subito dalla piccola Chloe. Incappando in un fantasma, forse benevolo, ma di cui fino alla fine ignoriamo le vere intenzioni. Ma davvero siamo convinti che basta vedere per capire?

La famiglia Payne, protagonista di Presence, il nuovo sorprendente film di Steven Soderbergh, si trasferisce in una nuova casa nel tentativo di iniziare una nuova vita, dopo il trauma che ha colpito la figlia minore, Chloe, che ha visto morire di overdose la sua migliore amica. Ma in questa nuova abitazione, una villa grande e lussuosa dagli interni eleganti e labirintici, c’è qualcuno ad attenderli. Una presenza silenziosa e attenta, uno sguardo che tutto vede e a tutto partecipa, apparentemente benevolo, ma di cui fino alla fine ignoriamo le vere intenzioni.

Un fantasma di cui non sappiamo niente ma che sembra invece sapere tutto, anche delle dinamiche interne di una famiglia tutt’altro che felice, spaccata in due da un’alleanza istintiva e totale fra la madre (una manager in carriera, dominante e manipolatoria) e il figlio maschio Tyler, dedito esclusivamente allo sport e alla prevaricazione, da una parte, e il padre preoccupato ma debole, insieme alla figlia fragile e traumatizzata, dall’altra. Ed è proprio lei, Chloe, che per prima comincia ad avvertire la presenza fantasmatica che rappresenta il fulcro del film, la vera protagonista.

Ancora una volta Soderbergh si è preso una vacanza rispetto al cinema commerciale, di puro intrattenimento (che non ha mai smesso di frequentare, anche di recente con il pregevole Black Bag-Doppio gioco) per avventurarsi sui sentieri decisamente più impervi ma spesso affascinanti di una riflessione concettuale sul mezzo cinematografico. Anche questo un interesse che non si può certo definire recente, visto che data almeno dai tempi del celeberrimo Sesso, bugie e videotape, Palma d’Oro a Cannes nel 1989.

Con Presence sembra però che Soderbergh abbia voluto confondere un po’ le carte, attingendo da una parte ai cliché dell’horror sovrannaturale (dall’idea della casa infestata all’immagine della famiglia come focolare pieno di tensione e terrore), ma senza dar prova di un particolare desiderio di reinventarli in termini narrativi, dall’altra girando il film interamente in soggettiva e utilizzando il grandangolo. Spiazzando così totalmente lo spettatore, fin dalla prima inquadratura.

Il punto di vista è quello del fantasma e il passaggio del tempo è scandito da una serie di dissolvenze in nero che segnano il succedersi dei giorni. E ogni volta che lo schermo diventa buio non possiamo fare a meno di sentire un senso di frustrazione, come se il nostro desiderio di vedere – di dominare la realtà attraverso il senso della vista – fosse messo ogni volta radicalmente in discussione. Come se la domanda vera in fondo fosse: davvero siamo convinti che basta vedere per capire? Davvero sappiamo che cosa stiamo guardando?

Lo sguardo del fantasma coincide quindi inevitabilmente con lo sguardo del regista (anche cameraman, sotto pseudonimo, sul set di questo film) e la questione, come sempre nel cinema che riflette su se stesso, non è solo teorica. La soggettività di chi guarda la realtà per trasformarla in finzione (il regista, colui che decide che cosa inquadrare e da quale angolo prospettico) non può che raddoppiarsi nella soggettività di chi guarda il film, dello spettatore che sa che è tutto finto eppure non può fare a meno di credere in quello che vede.

In questo inevitabile “credere” alla storia che ci viene raccontata, finiamo con l’inquietarci e a tratti spaventarci, non perché Soderbergh utilizzi a man bassa i soliti trucchetti visivi e sonori del cinema horror, ma perché riesce a metterci davanti uno specchio (vuoto e al contempo pieno) capace di riflettere molte delle nostre paure. In primis, quella di essere di continuo spiati. Che poi è esattamente quello che facciamo quando andiamo al cinema: andiamo a spiare le vite degli altri.

Presence di Steven Soderbergh, con Lucy Liu, Chris Sullivan, Callina Liang, Eddy Maday, West Mulholland

(Visited 1 times, 1 visits today)