Vogliamo tenerci stretta Maria Grazia

In Eventi, Letteratura

Scrivere è essere nel mondo: farsene carico, dare testimonianza, comprendere e aiutare a comprendere. Spendersi, con furore. A vent’anni dalla morte della giornalista e reporter Maria Grazia Cutuli, il ricordo di scrittori, politici, uomini e donne di legge, giornalisti e colleghi nell’incontro organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera in seno a Bookcity. Vent’anni dopo, l’Afghanistan è ancora una ferita non risolta: in Sala Buzzati, il 19 novembre scorso.

Catania anni ‘80. Maria Grazia studiava filosofia, io Scienze politiche. Eravamo poco più che adolescenti ma vivevamo quella città come una periferia. Soprattutto lei, che già allora voleva raccontare il mondo. Negli ultimi anni ho ritrovato Donata e Mario, i fratelli, e ho ritrovato anche Maria Grazia attraverso i racconti delle colleghe e dei colleghi che l’hanno amata.
Un amore che ho conosciuto nel corso degli anni alla Sala Buzzati, dietro via Solferino. Amore per Maria Grazia, per il giornalismo, e per il nostro presente da proteggere e curare, con l’unica arma che abbiamo; la conoscenza.

L’ULTIMO ARTICOLO
Corriere della Sera 19 novembre 2021


Gas sarin. la scritta in caratteri cirillici appare su un’etichetta rossa, incollata su una scatola di cartone. Dalla confezione spuntano venti fialette di vetro, simili a piccoli termometri, riempite di liquido giallo e pastoso. È una delle sostanze più velenose e letali prodotte in laboratorio. Un gas nervino, un’arma chimica capace di uccidere al solo contatto con la pelle…”

Un deposito di gas nervino riconducibile ad Al Qaeda. Mentre leggiamo l‘articolo, uno dei più importanti sulla guerra in Afghanistan, Maria Grazia è già stata uccisa con due colpi alla schiena, sulla strada da Jalalabad a Kabul. Insieme a lei, i colleghi Julio Fuentes di El Mundo, Harry Burton e Aziz Ullah Haidari della Reuters. Maria Grazia aveva appena compiuto 39 anni, e aveva voluto festeggiare in Afghanistan, nonostante le resistenze dell’allora vicedirettore Carlo Verdelli. Era una guerra lunga, gli inviati dovevano fare i turni, e quello di Maria Grazia era finito. Ma lei era ancora in cerca di quel deposito, e doveva trovarlo.

LA TELEFONATA CON CARLO VERDELLI

“…Non voglio tornare adesso. Ti chiedo un regalo per il mio compleanno, ti chiedo di restare qui”.

La vera ragione per cui ho detto «Sì, resta, è perché ho sentito che lì passava la sua felicità professionale e umana. E quindi, in un gioco impossibile, se tornassi indietro le ridirei di restare là e fare il pezzo sul gas nervino».

IL FURORE DI MARIA GRAZIA

PAOLO LEPRI

Avevamo tutti qualcosa da dimostrare a noi stessi, lei più degli altri. Lei, con più forza degli altri. C’è chi nasce con il furore nella testa, un furore che non ha mai cancellato dubbi e incertezze…Vedi alla voce Maria Grazia. Quante volte abbiamo aperto il nostro vocabolario delle emozioni su questa pagina immaginaria, alzando la testa per guardare lontano senza trovarla, aspettando che non ritornasse…ferite di arma da fuoco diceva quel documento. Per quello che conta, per la giustizia precaria degli uomini, gli ignoti sono stati ritenuti meno ignoti nel corso del tempo; le milizie dell’inferno. Per quello che conta, l’inferno ha voluto essere ancora inferno, misurando le sue varie stagioni, compresa questa che stiamo vivendo, con le fughe disperate, le donne sotto l’oppressione cieca degli ex studenti coranici ridiventati Stato…”

IL RICORDO DI BARBARA STEFANELLI

È sempre stato impossibile tenere stretta Maria Grazia, lo sanno tutti. Barbara Stefanelli per prima che apre il lungo pomeriggio alla Sala Buzzati.

“…Sono trascorsi vent’anni da quella mattina: nostra figlia che porta il tuo nome è quasi maggiorenne, una vita nuova e intera che ha riempito ogni sguardo avanti a noi. Ma niente e nessuno ha spento il furore che ti portavi dentro e hai lasciato qui, intatto. Quell’inquietudine che bucava tutto, la convinzione che non era mai abbastanza, che bisognava presto ripartire e andare: per ascoltare, raccogliere, infine raccontare il possibile…di carta o byte, non cambia la promessa: non mentire, non manipolare, non nascondere.

IL GIORNALISMO DI MARIA GRAZIA

“... Non bastano le motivazioni religiose per giustificare la campagna demolitrice del governo, e anche Kabul, laboratorio della sharia, della legge coranica, a quattro anni e mezzo dall’arrivo dei talebani, è diventata una capitale di macerie, di mendicanti che stazionano a ogni incrocio, di bambini laceri e affamati… Per chi la ricorda negli anni in cui i mujaheddin si combattevano da un quartiere all’altro, la capitale sembra aver fatto qualche progresso. In molte zone è tornata l’acqua e la luce, ingorghi di automobili e biciclette guidano verso le strade del centro in un incalzare di bancarelle che smerciano frutta e verdura, pezzi di ricambio, orologi, e perfino macchine fotografiche, sigarette, cosmetici importati dal Pakistan. Nonostante i bandi del regime, nel mercato sotterraneo circolano cassette di film, Titanic è la pellicola più amata, seguita dai James Bond d’annata. Ma la polizia religiosa, il braccio armato per la promozione delle virtù e la repressione del vizio, non ha mai sospeso le sue incursioni tra la popolazione. Gli agenti piombano dai loro pickup, afferrano, bastonano, imprigionano chiunque violi i sacri editti. Uno degli ultimi riguarda il taglio di capelli alla Leonardo Di Caprio. Arrestati i barbieri e i loro clienti…”

Da: Nel ventre di Kabul, capitale di macerie – Corriere della Sera. 23 marzo 2001

CARLO VERDELLI

“…I dettagli fanno la differenza, il ritmo fa la differenza, le prime cinque righe fanno la differenza, le ultime cinque fanno la differenza, Se voi rileggete o rivedrete questo articolo che è uno degli ultimi articoli di Maria Grazia, tutti questi codici sono perfettamente rispettati…”

LA VERITA’

JAVIER CERCAS

…Oggi il giornalismo è più necessario che mai, e questa per me è un’evidenza assoluta… Io sono sicuro che oggi la menzogna abbia una capacità di diffusione più grande che mai, grazie al mondo di Internet e su tutte le reti social. Questo ha creato un discredito enorme della verità e questa è una catastrofe collettiva, forse il più pericoloso fenomeno del nostro tempo. Tutto il mondo ricorda che il Vangelo dice “la verità vi farà liberi,”, ma questo significa che le menzogne fanno schiavi. E questo non l’abbiamo visto soltanto nelle tirannie, come in Afghanistan, che oggi, vent’anni dopo la morte di Maria Grazia e di Julio Fuentes, ritorna in Afghanistan. … Abbiamo visto come è cresciuta questa cosa che chiamiamo il nazional populismo, che per me è una sorta di maschera nuova di quello che negli anni Trenta si chiamava totalitarismo, e il nazional populismo è arrivato al potere grazie a vere inondazioni di menzogne. Il signor Donald Trump è arrivato al potere grazie alle menzogne che ha raccontato… Gli inglesi hanno fatto il peggiore errore della storia recente con la Brexit, grazie a un’inondazione di menzogne, che hanno riconosciuto il giorno dopo il referendum. Io abito a Barcellona, in Catalogna, dove un’inondazione di menzogne ha creato un’atmosfera prebellica nel 2017.

La lotta per la verità è una lotta contro la tirannia, è una lotta per la libertà, per la democrazia. C’è un fatto che per me è molto importante; per la prima volta due giornalisti hanno ricevuto il premio Nobel, per la pace. Questo è significativo…Senza il lavoro di questa gente siamo tutti perduti, siamo tutti a rischio di ritornare alle tirannie come succede in Afghanistan e in tanti altri luoghi”.

LA SCUOLA BLU DI HERAT

Il segno che Maria Grazia e la Fondazione hanno lasciato in Afghanistan, è una scuola che porta il nome di Maria Grazia, progettata da Mario Cutuli, insieme ad altri studi di architettura. Un lavoro comune ,che ha cercato di tradurre in forme e volumi le immagini dell’Afghanistan a cui lei era legata. 

MARIO CUTULI

 Un edificio blu cobalto, immerso tra gli alberi, affiancato da una biblioteca; una sorta di torretta, che spicca nel deserto. Un paesaggio color ocra che ospita uno dei villaggi più poveri alla periferia di Herat, dove la precedente scuola era stata allestita in una stalla. L’idea è nata dai racconti di Maria Grazia su questo Paese, sull’intensità del cielo, sulla vivacità dei più piccoli. Credeva nell’Afghanistan, sperava in un futuro di pace e di sviluppo. Per noi familiari è un segno del perdono e della possibilità di un mondo diverso.

All’inizio ero direttore di una scuola che aveva 230 studenti – racconta Shir Ahmed in un video realizzato da Marta Serafini – ora la scuola ha più di 1200 studenti e ci sono 80 insegnanti.

Fino a qualche settimana fa – conclude Marta Serafini – le alunne frequentavano ancora il villaggio di Kush Rod, poi, con il ritorno dei talebani al potere, sull’edificio blu è calato un velo di silenzio come su tutto l’Afghanistan….Oggi alle donne, in Afghanistan, per volontà dei talebani è vietato frequentare l’Università e le scuole superiori, e non sappiamo se la scuola costruita in nome di Maria Grazia potrà continuare a funzionare.

ESPORTARE LA DEMOCRAZIA?
Tutte le strade possibili per non calpestare i diritti.

Il corrispondente del Corriere Paolo Valentino dialoga con Emma Bonino, Edoardo Albinati, e Filippo Grandi, Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Sulle riflessioni pesano i fatti terribili di Agosto 2021; il ritorno dei Talebani in Afghanistan. Dove abbiamo sbagliato?

EMMA BONINO

La democrazia non è materia da export – import, noi possiamo sollecitare e sostenere dei movimenti se già si manifestano… l’Afganistan è già sparito dalle pagine dei giornali. La caccia ai giornalisti è una tradizione difficile da estirpare…. dobbiamo trovare il modo di monitorare la situazione. L’Italia aveva proposto al Consiglio Diritti umani di Ginevra, la creazione di una commissione internazionale di monitoraggio, che non ha avuto la maggioranza. Quindi siamo scesi all’opzione B, un rapporto ogni sei mesi, in modo che la luce non si spenga del tutto. La cosa che vogliono i talebani adesso è essere riconosciuti come governo legittimo in ambito Nazioni Unite. L’Europa ha detto no, e io credo che bisogna tenere questa posizione…Ma certo coi talebani bisogna parlare, e tra parlare e legittimare c’è una bella differenza. Io penso che il nostro peggior nemico in questo momento, è il silenzio. Tutto possiamo fare, meno che dimenticare.

FILIPPO GRANDI
Alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati

Noi siamo presenti sul territorio con una missione molto specifica che è quella di aiutare i civili che si trovano in Afghanistan. Essere lì, vuol dire coesistere con i talebani, vuol dire trattare…il servizio sanitario sta collassando, non c’è più liquidità per fare andare avanti l’economia…Tutto questo va risolto, e come risolverlo senza riconoscere i talebani è il nocciolo della questione…non ci sarà più un’altra guerra contro i talebani perché la prima è fallita, e forse questa loro necessità di risolvere il problema del funzionamento dello Stato che non può prescindere dagli aiuti internazionali, forse è il canale in cui possiamo aiutare l’Afghanistan a muoversi in una direzione meno negativa…Abbiamo già visto qualche concessione positiva. Negli ultimi giorni abbiamo il 75% delle nostre colleghe afgane donne che sono state riammesse a lavorare nei nostri uffici, ci abbiamo messo due mesi di negoziati…le bambine vanno a scuola, nelle scuole elementari, non ancora nelle scuole secondarie…non sono un’apologeta del regime talebano però credo che abbiamo un’opportunità di negoziare, in questa fase storica, negoziare una serie di diritti, con astuzia e con intelligenza, l’appoggio di cui i talebani hanno bisogno dalla comunità internazionale per far funzionare il Paese.

EDOARDO ALBINATI

La cosa che trovo più necessario dire, che riguarda non solo l’Afghanistan ma tutti i paesi che sono coinvolti nei grandi flussi migratori, è che, anche dal punto di vista strettamente numerico, delle quantità, oggi trovo scandaloso che si faccia una questione ai confini dell’Europa per tremila persone… io stesso, lavorando nei campi d’accoglienza a Kabul vedevo arrivare  cifre come 12mila persone al giorno, e che invece l’Europa faccia un problema della presenza di tremila persone. Questo è il grande scandalo che sta sotto i nostri occhi, e cioè quello di paesi poveri che accolgono migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di persone, e paesi ricchi che invece erigono muri per fermare poche centinaia di persone… In Europa, la questione delle migrazioni e dei rifugiati  è diventato un problema essenzialmente politico, mentre dovrebbe continuare a essere un problema umanitario.

Alesssandra Coppola dialoga con la ministra della Giustizia Marta Cartabia e l’inviato Lorenzo Cremonesi

LORENZO CREMONESI

L’Afghanistan è un paese che ha vissuto vent’anni di incredibile apertura, se voi entrate nella Banca Centrale di Kabul è come entrare in una banca di Milano, tutto assolutamente contemporaneo, gente che parla lingue straniere; ed è questo che lascia stupiti.  I talebani dovranno adattarsi a questa realtà, e questa realtà resiste. La cosa che mi toccava guardando le immagini  di quello che è successo in agosto,  era che da quell’aeroporto stava partendo l’intellighenzia afgana, il meglio dell’Afghanistan che noi, con tanta fatica e dispendio di forze e di denari, noi abbiamo addestrato, educato. Io mi chiedevo, se noi portiamo via la classe dirigente, cosa rimarrà dell’Afghanistan? In qualche modo stavamo facendo il gioco degli estremisti, il gioco di coloro i quali vogliono riportare l’Afghanistan al medioevo.  

MARTA CARTABIA

In quei vent’anni di ricostruzione dell’Afghanistan, l’Italia è stata capofila, da parte delle Nazioni Unite, del “nation building” dal punto di vista delle costruzioni giudiziarie e penitenziarie, quindi c’è stato un intenso rapporto… uno scambio tra avvocati e magistrati che sono venuti in Italia per formarsi presso la nostra Scuola Superiore della Magistratura e, viceversa, missioni nostre, di tanti operatori del diritto, che hanno dato il loro contributo. Sono state fatte cose molto importanti a partire dalla costruzione di un sistema giudiziario rispettoso dell’indipendenza dei giudici, dello stato di diritto, tanto lavoro per la difesa delle donne…il Ministero ha costruito un carcere femminile dove potessero essere ospitate le donne con i loro figli, secondo un’ispirazione che è quella del mondo occidentale…Dopo il ritorno dei talebani, la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di ricostruire i nomi delle persone che avevano collaborato con noi e il primo impeto è stato cercare di permettere loro di uscire, e di portarli su una sponda occidentale, fuori da quel pericolo imminente che stavano incontrando.

LA STORIA DI MARIA BASHIR

MARTA CARTABIA

Io la ricordavo per averla incontrata a una conferenza, credo fosse il 2013 o il 2014. Io ero allora giudice della Corte Costituzionale, si parlava della presenza delle donne nella Magistratura…subito dopo di me ha parlato questa donna che ha cominciato a raccontare una storia di una drammaticità assoluta, aveva subito attentati…parlava di questo viaggio ininterrotto che faceva nelle scuole, e nelle Università per dire alle donne afgane, se ce l’ho fatta io potete farcela anche voi…Quando, in agosto, abbiamo iniziato a vedere il tracollo della situazione in Afghanistan, avevo parlato con il ministro Guerini perché lei era una di quelle che aveva rischiato la vita. …Quello che si vuole ottenere è questo passaggio culturale…la loro memoria e il loro vissuto credo che sia il bene più prezioso. La cittadinanza italiana a Maria Bashir ha questo significato.

IL PREMIO MARIA GRAZIA CUTULI A PATRICK ZAKI

Zaki, appello della famiglia "Cittadinanza italiana" - Cronaca -  ilrestodelcarlino.it

Il messaggio della sorella Marise Zaki

Io e la mia famiglia vogliamo ringraziare moltissimo tutti gli organizzatori di questo premio ed in particolare il Corriere della Sera, per aver scelto l’articolo scritto da Patrick sulle minoranze cristiane in Egitto, pubblicato sulla rivista Daraj.

Patrick Zaki non ha potuto ritirare il premio, perché rinchiuso in carcere in Egitto, dove è accusato di aver diffuso false notizie. Marise ringrazia la professoressa Rita Monticelli dell’Università di Bologna e il suo compagno di master Rafael Garrido che ritira il premio al suo posto.

Parole di sostegno e di commozione arrivano anche dalla editor di Patrick, Diana Moukalled , che ha curato la stesura dell’articolo.Ho conosciuto Maria Grazia in Pakistan e mi tocca particolarmente questo riconoscimento a Zaki, per lui e per la libertà di stampa di noi tutti.

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