MiTo 2025 è dedicato ai mutamenti radicali, alla rottura delle abitudini di ascolto consolidate, all’apertura di nuovi orizzonti. “Perché – dice il compositore, direttore artistico del festival – abbiamo paura della complessità, ma la complessità non deve spaventare. Pena la omologazione”. Insomma apprezzare le dissonanze aiuta la civile convivenza. E la musica fa la sua parte
“Rivoluzioni”, squilla il titolo di MiTo, festival di settembre che da diciannove anni percorre l’autostrada fra due città del nord-ovest che per undici mesi all’anno si tengono a distanza. Qualcosa di più racconta il manifesto, ennesima variante di un quadro molto frequentato, “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo: nel popolo in cammino, sullo sfondo di uno skyline di città, marciano musicisti di ogni tempo, ordine e grado: Rachmaninov, Berio, Wagner, Cage, Bach, Lennon, Pärt, Zappa, Monk (Meredith) e altri da riconoscere come in un gioco enigmistico. E lui, naturalmente, Giorgio Battistelli, compositore di opere aperte, apertissime sul nostro tempo, e direttore artistico del festival.

Giorgio Battistelli (foto @ Fabrizio Sansoni)
Tre ragazzi guidano il popolo dei musicisti. Veri anche loro?
Sì, certo: tre giovani allievi del Conservatorio di Torino, violino, bacchetta e computer in mano. Sono loro che conducono la storia verso nuovi orizzonti. Amo molto questo manifesto: credo che rappresenti con chiarezza lo spirito di MiTo 2025.
Quattro temi percorrono il programma – “Mitjia e gli altri”, “Berio e le avanguardie”, “Rivoluzioni – tempi di guerra, tempi di pace”, “Ascoltare con gli occhi” – e negli svolgimenti si riconosce anche il compositore Battistelli, mi sembra.
Così è sempre stato. Per me congegnare una stagione è come comporre un lavoro. É una questione di proporzioni, di estensioni, di vuoti, di contrapposizioni, di avvicinamenti dialettici. Non si tratta di riempire semplicemente degli spazi, ma di metterli in connessione tra loro. Il pubblico dev’essere aiutato a leggere le intenzioni e ad ascoltare.
Le inaugurazioni del 3 e del 4 ottobre, – Myung-Whun Chung con la Filarmonica della Scala a Torino e Antonio Pappano con la London Symphony a Milano – non potevano essere inizi migliori, con tensioni che potremmo dire alla Tolstoj.
Ma sì, programma tutto russo con Chung (se ne sorprendeva, forse un po’ allarmato, un assessore) e una specie di Trump-Putin con Pappano: Secondo concerto per pianoforte di Prokof’ev, ouverture del Candide di Bernstein, Terza Sinfonia di Copland. Compositori americani e compositori russi che si confrontano con sensibilità diverse, mostrando tratti in comune. Certi lavori di Copland sono poi di ascolto rarissimo. La cultura supera molti ostacoli.
Forse tutti… Il primo tema, “Mitja e gli altri” (Mitja, Dmitrij), è un passaggio obbligato, non solo per i cinquant’anni dalla morte, ma perché, tra tutti i musicisti del Novecento, Šostakovič è quello forse più maltrattato dalla storia, non solo da Stalin e Beria.
Anche dai suoi colleghi fedeli al regime e poi dalla cosiddetta avanguardia. Quante volte è stato proibito parlare di Šostakovič? Come era proibito, quando si era giovani, parlare di Puccini. Ma quanto è bello per me, e parlo come autore, poter metabolizzare questi autori, metterli dentro la mia scrittura.
“Serio”, “problematico”, “difficile” si dice di Šostakovič. Eppure quest’uomo che ha sofferto, è stato così tanto umiliato, ha sempre conservato anche leggerezza e ironia nelle sue musiche. Basta quel capolavoro ch’è il Valzer n.2: danza e malinconia legate da un’invenzione melodica che potrebbe consigliare molti musicisti a cambiare mestiere.
Quello che Lévi-Strauss avrebbe definito, il crudo e il cotto, l’alto e il basso.
Ci sono tre Sinfonie di Šostakovič e un bel pacchetto di musica da camera in calendario.
Beh, l’integrale dei quartetti, rarissimi da ascoltare. E il magnifico progetto con William Kentridge, grandissimo artista che ha confezionato un film e un’installazione sulla cruciale Sinfonia n.10. Una vera perla di questa edizione di MiTo, che sconfina con il quarto tema: “Ascoltare con gli occhi”.
Un video nuovo?
Non è una prima, è già stato eseguito in pubblico, ma è una coproduzione che ho concordato con Lucerna e che presentiamo per la prima volta a Milano (giusto oggi, mercoledì 10, al Dal Verme, direttore Michael Sanderling, ndr). Un festival deve proporre queste cose. Non mi compete riproporre una Terza di Beethoven. Per carità, capolavori titanici, ma li conosciamo e li ascoltiamo ogni giorno. La missione di un festival è sondare là dove nessuno o pochi hanno frugato. Altrimenti si fa una stagione di repertorio. Molti temono il presente, ma il presente è fatto anche di tante cose abbandonate nella penombra del passato. Dobbiamo recuperarle, sono la nostra storia trascurata.
A proposito di passato, eccoci al tema “Berio e le avanguardie”. Cent’anni dalla nascita, sì, ma soprattutto Luciano Berio maestro di libertà: un compositore indiscutibilmente “di ricerca”, però orgoglioso di pagine come l’ Op. 120 di Brahms scritta “quasi fossi io Brahms”, come le Siete Canciones populares españolas e la Ritirata notturna di Boccherini, adorate dal pubblico di ogni lingua e cultura. E, dettaglio, prima interprete delle Canciones era Cathy Berberian, ovvero signora Berio, che pure compirebbe cent’anni, perché era del 1925.
Ma infatti, un aspetto della contemporaneità di Berio è proprio la sua tridimensionalità: ha visto con cinquant’anni, forse più di cinquant’anni di anticipo quella che sarebbe stata la trasversalità dei linguaggi, l’arte di metterli insieme, intrecciarli. Si pensi a Sinfonia, che nel ’68 catturava una folla di citazioni, mescolate a Luther King e agli slogan dei manifestanti. All’epoca Mario Bortolotto, che naturalmente non condivideva quell’uso non tanto delle citazioni, ma di materiali provenienti da altri compositori, lo rimproverò: “Lei ha un nome che somiglia a quello di un corsaro ligure”. Berio era un predatore, che però prendeva e metabolizzava. Un atteggiamento che appartiene all’estetica del nostro presente in maniera assolutamente normale. Anche l’elettronica dei DJ è l’espressione di una musica non loro; una metabolizzazione dell’esistente. L’invenzione avviene anche attraverso l’elaborazione.
Beh, le Stripsody di Cathy Berberian, che metteva in belcanto Ticket to Ride, andavano molto d’accordo col pensiero di chi, al tempo, era suo marito.
Certo. Un’ispirazione comune. Quante cose Berio ha scritto per lei modellandole sulla sua tecnica meravigliosa.

Costanza Principe (foto @ Marco Di Donna)
Vedo altre commistioni estreme: un programma BachBerioBeatles, le Sonate e Interludi di Cage…
Sì, ho proposto a Costanza Principe, pianista giovane e brava, di suonare su due pianoforti accostati, Bach a sinistra e Cage a destra (16 settembre). Due mondi che interagiscono: le diverse rivoluzioni di autori che hanno cambiato il percorso della storia, che hanno arricchito il pensiero musicale in maniera forte e diversa, uno sul piano del temperamento, l’altro su quello del suono, del rumore, del silenzio. A queste rivoluzioni si riferisce il titolo, messo in sintesi nel manifesto che abbiamo pensato insieme: i compositori guidati da tre ragazzi. La storia che va loro dietro verso un orizzonte che non vediamo, nella dialettica dei diversi, non degli opposti.
E il tema “Ascoltare con gli occhi”?
Oltre a Kentridge, segnalo lo spettacolo di musica, video e parole firmato da Fabio Cherstich, Oscar Pizzo e Francesco Sileo su Julius Eastman (16 settembre a Torino, il 17 al Teatro Out Off di Milano). Nome pressoché sconosciuto, Eastman, compositore morto giovane, primo interprete dei Turtle Dreams di Meredith Monk, del quale MiTo fa ascoltare la musica in Italia per la prima volta. Importante, fondamentale per l’avanguardia newyorchese, talmente avanti, fuori dagli schemi non convenzionali da mettersi in attrito con lo stesso Cage, che considerava troppo convenzionale. Uno dei primi a intrecciare la dimensione dell’happening e della performance. Il film è anche un concerto-performance di quella forma di espressione alle soglie del teatro musicale.
“Tempi di guerra, tempi di pace”, dice il terzo filone. La realtà ci costringe a riconsiderare parole e realtà che ci sembravano sepolte. In quali appuntamenti si sente di più questa tensione?
Beh, proprio nell’accostamento di tante diversità. La dissonanza, per esempio: a MiTo sono arrivate molte email che si e ci chiedevano: perché così tanta musica contemporanea? È assurdo, no? La musica contemporanea fa paura. Ad abbonati e pubblico rispondo: la dissonanza non è un’ostilità. Dobbiamo imparare a gestirla. Il dissonante coincide con ciò che non conosciamo, che fatichiamo inserire nel contesto in cui viviamo. Ma la dissonanza è un arricchimento della nostra area espressiva. A prescindere se ti piaccia o meno, la dissonanza rappresenta ciò e colui che vengono da un altro paese, da un’altra cultura, che non conosciamo e quindi chiedono di essere stabilizzate in un’armonizzazione, un’assonanza. Il problema è che oggi non c’è più dialettica, ma nemicalizzazione. Si tenta di nemicalizzare tutto. E io tento invece di lanciare un’immagine poetica, non politica. Cage non è un nemico rispetto a Bach. Poi tu dici “Ma io ascolto più volentieri Bach”. Anch’io, nel senso che non torno a casa la sera e mi ascolto 4 minuti e 33 secondi di silenzio. Così come The Book of Women di Riccardo Nova, ispirato al Mahābhārata, è un invito a entrare nello spirito della musica indiana: un compositore nostro, italiano, europeo, si dimostra capace di avvicinarvisi. E allora che cos’è una dissonanza rispetto a quella cultura? Sono loro? É quella cultura una dissonanza rispetto alla nostra? Si tratta di decentrarci da una visione eurocentrica, per non peccare di complesso di superiorità. Ricordo il famoso esperimento della foresta: l’occhio di un europeo distingueva venti-venticinque gradazioni di verde, per un abitante dell’Amazzonia ce n’erano più di cento.
Le note tra-le-note della musica indiana assomigliano a quello sguardo complesso. Sono la loro forma, evoluta, di dissonanza.
Abbiamo paura della complessità, ma la complessità non può e non deve spaventare. Pena l’appiattimento, la omologazione.
In copertina: La Luzerner Sinfonieorchestrer diretta da Michael Sanderling esegue la decima sinfonia di Šostakovič abbinata alla proiezione di Oh To Believe in Another World di William Kentridge (foto @ Philipp Schmidli)