Giudecca, moeche e traditonal chic: lo sguardo di Segre sulla Venezia mutante

In Cinema

“Welcome Venice” è il quarto film immerso nell’amata laguna per il bravo regista di “Molecole”, che stavolta racconta un conflitto familiare: fratello contro fratello per decidere se continuare a pescare granchi o affittare la casa a turisti ricchi. In campo due idee opposte di vita, di futuro e di città. Natura e luoghi splendidi, ottimo cast con Andera Pennacchi, Paolo Pierobon, Roberto Citran e Ottavia Piccolo

Quarto film “lagunare” negli ultimi 10 anni per Andrea Segre, nato a Dolo e di infanzia veneziana. Nel 2011 in Io sono Lì, ambientato in una brumosa e malinconica Chioggia, aveva descritto la difficile parabola esistenziale, lavorativa e sentimentale di un’immigrata cinese, nel 2019 l’ottimo documentario Il pianeta in mare ha mostrato passato e presente, così diversi, del polo industriale di Marghera, dove oggi lavorano operai di quasi 50 paesi diversi, con Molecole lo scorso anno, in piena pandemia Covid aveva abbinato il ritratto della sua città deserta, se possibile ancor più splendida e spettrale di sempre, al ricordo/racconto della sua relazione con il padre scienziato. Ritorna ora, e come nel 2020 con passaggio applaudito alla Mostra del Cinema, raccontando in Welcome Venezia (che avrebbe potuto benissimo chiamarsi moeche, dai granchi mutanti apprezzatissimi sulle tavole di tutti i ristoranti, protagonisti del film quasi quanto i personaggi) un conflitto umano, caratteriale e culturale. 

Lo scontro attraversa una famiglia, tre fratelli in particolare, il primo dei quali (Toni, Roberto Citran) muore di fatica di lavoro quasi all’inizio. ed esploderà tra Alvise (Andrea Pennacchi), uomo concreto e deciso a tagliare i fili col passato e le tradizioni familiari, la pesca delle moeche in primo luogo, e Pietro (Paolo Pierobon) che con Toni fino all’ultimo ha diviso quel duro lavoro, dopo un periodo trascorso in prigione per un furto andato male, partendo da una deliziosa casa alla Giudecca. Proprio quel luogo diventa il tema del conflitto, perché il primo, desideroso di allargare una lucrosa attività che ha iniziato con successo, vorrebbe farne una residenza di charme per turisti d’alto bordo, in ossequio alla trasformazione, ormai ineluttabile secondo lui e secondo tanti, dell’intera Venezia in una città/museo per viaggiatori senza problemi economici. Pietro invece, che da sempre si è sporcato le mani con reti, barche e crostacei, questo vuol continuare a fare, finché morirà forse per gli sforzi accumulati in migliaia di sveglie all’alba e giornate passate al gelo e all’umido. Come suo fratello. Il racconto avrà varie svolte, drammatiche e divertenti anche, coinvolgendo la vedova di Toni (la sempre delicata Ottavia Piccolo), i figli, perfino i nipoti dei due fratelli in lotta, fino a un finale amaro, forse già scritto o forse no.

Al soggetto di  Welcome Venezia Segre stava lavorando, con Marco Pettenello, prima di Molecole e del covid: non ha i caratteri del pamphlet sull’attualità e tutto sommato non si può neanche dire che prenda fortemente posizione nel conflitto, benché la parte moderna  e imprenditoriale della famiglia susciti assai meno empatia di quella genuina e tradizionale. Diciamo che l’autore registra una parabola, e i contrasti che ne nascono, con un occhio affettuoso per la città che visibilmente ama e i suoi protagonisti lacerati, uno sguardo velato dalla consapevolezza che poco si può cambiare di questo corso, pena la desertificazione finale di Venezia, ma anche con molto nostalgia di quei luoghi così com’erano e in parte sono ancora oggi, quelle altane sui canali in cui si friggono le moeche e le si mangia con le mani prendendole da un foglio di carta oleata. Molto lontano dall’etichetta vuota e arrogante del turista pre pandemia (ma forse poco cambierà anche dopo) che vuole uniformare ogni luogo, anche il più unico, irripetibile (come la Giudecca) ai suoi standard di comportamento e agio. E che però, probabilmente, finirà per prevalere. 

Un’altra, struggente Venezia torna in Nina ti te ricordi, canzone popolare che rievoca pudiche asprezze di una povertà non poi così passata, nelle modulazioni di luce sula Laguna, nelle solitudini notturne e le chiacchiere da osteria. Un’inquadratura, forse un po’ virtuosistica ma toccante, coglie la forma di un occhio sotto l’arco di un ponte, nel suo riflesso nell’acqua: quasi un invito a fermarsi, scovare la bellezza segreta, lontano dalle luci più intense. L’illusione di riscatto sociale attraverso gli schei rapidi, stride con l’economia a filiera corta di moeche fritte, fatta di registri di piccola vendita scritti a mano e trattative tra persone che si conoscono da una vita. Ma non è un’idealizzazione nostalgica, piuttosto il recupero dei principi elementari di un’umanità sobria, lenta, in equilibrio con la natura che resterà centrale anche per chi va di corsa e sceglie di svestirsi della sua storia, mutare identità come i granchi perdono il carapace.

Il film gioca sul rapporto tra finzione e realtà, con la pandemia che resta sostanzialmente sullo sfondo ma fa da catalizzatore della situazione. Spiega il regista “Abbandonata dai turisti, Venezia si è ritrovata a chiedersi: ora cosa facciamo di questa nostra identità così segnata dal mercato globale?. Mi interessava la tensione tra casa e turismo: se affitto la mia casa, non posso rimanere a viverci, me ne devo andare. Che è un paradosso, perché loro vengono a stare in quella casa proprio perché appartiene ad una vera famiglia: quello che sei costretto a tradire diventa la chiave del successo. Venezia e la laguna sono un mondo urbano dentro la natura. E il fatto che le stesse moeche si possono mangiare solo quando fanno la muta, quando perdono la loro casa, ci è sembrata una metafora importante. Oggi un piatto di quei crostacei costa molto, benché sia sempre stato un cibo popolare: è la trasformazione del tradizionale in traditional. Che è il grande paradosso: i turisti cercano la verità, la realtà autentica, ma non la trovano più perché è messa in crisi dallo stesso mercato turistico”. Cioè in primo luogo da loro.

Welcome Venezia di Andrea Segre, con Paolo Pierobon, Ottavia Piccolo, Andrea Pennacchi, Roberto Citran, Anna Bellato, Giuliana Musso, Sara Lazzaro, Sandra Toffolatti, Stefano Scandaletti, Mariano Amadio