Freaks. Miti e immagini dell’Io segreto

In Letteratura

Ridicoli e mostruosi, attrattivi e disturbanti, simpatici e misteriosi: i freaks degli ultimi cent’anni nel catalogo ragionato di Leslie Fiedler. Una mitologia contemporanea che impone di riconsiderare dalle radici i concetti di normalità e diversità.

Nel giugno 1926 esce su «Vanity Fair» un articolo di E. E. Cummings intitolato Coney Island e successivamente ripreso dalla «Paris Review» col titolo The Aristocracy of Freakdom, in cui l’autore si concentra sull’indescrivibilità dello stupore e la meraviglia provocata da Coney Island, uno dei luoghi d’America più famosi per i suoi Freak Show. Il primo spettacolo di questo tipo fu inaugurato nel 1880, ma il successo iniziò a partire dal 1904 quando Samuel W. Gumpertz inaugurò “Lilliputia”: una città in miniatura costruita per i nani. A partire dal 1911 aprirono diversi spettacoli stabili in cui si esibivano queste «stranezze della natura», per non dire scherzi, o fenomeni da baraccone, come venivano normalmente denominati all’epoca: The World Circus Freak Show, The Steeplechase Circus Big Show, Hubert’s Museum, The Strand Museum, and Wonderland Circus Side Show, in cui si poteva ammirare Lionel, l’uomo con la faccia da leone, Violetta la mezza donna, Zip il pinhead, la ragazza con quattro gambe.

Nel 1999 David Foster Wallace dà alle stampe Brevi interviste con uomini schifosi: uno dei racconti è la breve storia di come Johnny Moncherino sfrutti la sua deformazione fisica (il braccio che è «come una minuscola pinnuzza, è piccolo e sembra bagnato ed è piú scuro del resto del corpo. Sembra bagnato anche quando è asciutto. Certo non è granché come spettacolo») per rimorchiare le ragazze.

Arriviamo, infine, al 2014 quando esce la quarta stagione della serie TV American Horror Story, ideata da Ryan Murphy, con il sottotitolo Freak Show: ambientata nella cittadina di Jupiter, Florida, nel 1954, ruota attorno alle orrorifiche vicende, appunto, di un freak show. La serie si apre sotto i segni della paura e del mistero, suggellati dalle parole della protagonista, Elsa Mars (interpretata da una magnifica Jessica Lange): «Le persone non vengono a vedere i freak alla luce del sole. Vengono la sera. Quando l’oscurità arriva e parla del mistero. Dell’ignoto. Quando la logica allenta la sua morsa».

E. E. Cummings, David Foster Wallace e Ryan Murphy, pur nell’irriducibile diversità dei loro lavori, mettono in luce tre aspetti peculiari della stranezza del freak: lo stupore e l’indescrivibilità; il connubio di repulsione e attrazione erotica; il mistero, l’ignoto e la paura. Sono i tre elementi principali che descrive Leslie Fiedler nel suo saggio del 1978 Freaks. Miti e immagini dell’Io segreto, tornato ora in libreria per i tipi del Saggiatore. Tutti i freaks vengono recepiti, in varia misura, come erotici, avverte Fiedler. L’anormalità, insomma, suscita in certi spettatori normali la tentazione di spingersi oltre il guardare per conoscere, anche nell’accezione carnale del termine, il diverso totale. Questo desiderio «è tuttavia considerato mostruoso, in quanto comporta non solo una bramosia di degradazione, ma il sogno di violare l’ultimo tabù che s’oppone agli incroci tra le razze». Sono pagine scritte nella seconda metà degli anni Settanta, in un’America che aveva abrogato le leggi Jim Crow appena un decennio prima, ma si vede bene come i tre aspetti messi in luce rispettivamente da Cummings, DFW e Murphy si intersechino profondamente nel discorso di Fiedler.

Fiedler, da fine critico culturale quale è, compila un leggibilissimo ritratto dei Freaks, attingendo a piene mani dalla storia di tutti i tempi, dall’iconografia, dalla storia dell’arte, dalla letteratura, dal cinema, dall’aneddotica, dalle sue esperienze personali, senza mai rinunciare all’interpretazione dei fatti e della simbolizzazione dell’immaginario freak (talvolta tuttavia con qualche forzatura psicologistica e qualche generalizzazione un po’ grossolana). Fiedler compila e descrive nei dettagli un’affollata galleria di nani (con tutte le derivazioni fantastiche o meno del caso: pigmei, elfi, folletti, troll, leprecauni, gremlin, hobbit, gnomi, lillipuziani e così via), giganti, superuomini e superdonne, scheletri viventi, donne barbute, fratelli siamesi, ermafroditi, uomini selvaggi, bambini selvatici, uomini difallici o affetti da priapismo, pinhead, geek, donne con tre seni, non manca nulla a questo vastissimo campionario. Ma accanto alla mole documentaria che affolla il discorso, il filo conduttore dell’argomentazione rimane quello dello sguardo: lo sguardo dei cosiddetti normali di fronte a questi «scherzi della natura».
Per Fiedler l’interesse per i freaks deriva dalla sensazione di guardare, riluttanti ma affascinati, l’oscenità messa a nudo dell’io e dell’altro, motivo per cui l’autentico freak è sia ridicolo che mostruoso, suscita sia un terrore soprannaturale sia una naturale simpatia, «perché a differenza dei mostri mitologici, è uno di noi, un figlio umano di genitori umani, trasformato però da forze che noi non comprendiamo bene in qualcosa di mitico e di misterioso come non lo è mai un semplice storpio». Ma al di là dell’analisi psicologica dell’attrazione per i freaks, l’interesse del libro di Fiedler sta soprattutto nella sua capacità di storicizzare lo sguardo dominante nei confronti di questa alterità corporea per metterne in luce i processi di stratificazione di significati culturali di parte (vale a dire, nella maggior parte dei casi: razzisti, imperialisti, maschilisti).

Così, per esempio, viene notato come il pigmeo sia stato storicamente associato al mito del primitivo, nato dall’imperialismo moderno e dal razzismo ottocentesco, vale a dire riconducibile agli inizi dell’antropologia e della teoria popolare dell’evoluzione – esemplificato nella fortunatissima saga di Edgar Rice Burroughs su Tarzan l’uomo-scimmia. Un’associazione evidentemente non innocente e che stigmatizza una categoria umana, la quale si comporterà in un determinato per rispondere a un certo tipo di aspettative: lo ha mostrato Erving Goffman in un saggio dal titolo Stigma e lo ricorda Fiedler, secondo il quale i modi di rappresentazione influenzano e contribuiscono a determinare i rapporti sociali: «sembra quindi improbabile che si possano avere cambiamenti radicali – scrive Fiedler – finché nuovi miti non avranno sostituito quelli vecchi». Per questo motivo è forte lo sforzo demistificante nelle pagine di Freaks e si mostra, seppur sottotraccia, la carica potenzialmente sovversiva di questi corpi non normalizzati (la loro queerness potremmo dire oggi). Fiedler infatti, implicitamente, mostra come la figura del freak crei spavento e repulsione anche perché è in grado di far entrare in contraddizione un certo tipo di logica binaria su cui è edificata la nostra cultura, cui viene opposta una concezione di continuum e non di bipolarità (come nel caso dei sessi, che Fiedler propone di considerare non solamente come due, ma appunto come un continuum):

 

Solo il vero freak contesta i confini tradizionali tra maschio e femmina, sessuato e asessuato, animale e umano, grande e piccolo, io e altro, e quindi tra realtà e illusione, esperienza e fantasia, dato di fatto e mito. Certo non esiste un freak che minacci contemporaneamente tutti questi limiti. Nani e giganti, per esempio, mettono in discussione soprattutto il nostro senso delle proporzioni, gli ermafroditi la nostra convinzione che il mondo si divida esattamente in due sessi e così via.

 

Insomma quello che implicitamente viene condotto è un discorso e una riconsiderazione dei concetti di normalità e diversità, che non a caso culminano nella trattazione della nuova concezione del freak in seno alle controculture degli anni Sessanta.
Come tutte le autentiche rivoluzioni culturali – nota Fiedler – quella dei tardi anni Sessanta ha modificato anche la lingua parlata, dando per esempio alla parola freak tutta una gamma di significati nuovi. I freaks, spiega Daniel Foss in Freak Culture, sono membri di subculture giovanili della classe media che comportano una realtà subculturale in discontinuità totale con la realtà convenzionale: «i freaks sono degli anti-environment ambulanti che [… ] s’arrogano il diritto a un controllo assoluto del proprio aspetto fisico e del proprio comportamento esteriore riducendo a totale irrilevanza la cultura e le norme informali di coloro che vivono nell’ambito della realtà convenzionale […] se non nella misura in cui se ne servono per provocare disorientamento tra i nemici culturali […] Freak indica un tipo ideale che comprende le subculture hippy e Nuova sinistra».

In questa nuova congerie culturale l’immaginario freak si fonde con la cultura di massa degli anni Cinquanta, il rock ’n’ roll, i fumetti dell’orrore, i supereroi:

 

Dopo la Rivoluzione culturale, i freaks sembravano particolarmente a proprio agio nel nucleo erotico dei fumetti liberati, perché qualunque loro rapporto sessuale era alla massima distanza possibile dalla concezione idillica e sentimentalizzata dell’amore contro la quale i giovani dissidenti si stavano allora ribellando; e nel caso dei fratelli siamesi era ancor più lontano dalla concezione borghese della monogamia. Quando l’orgia sostituì la famiglia come immagine chiave della felicità erotica e la trasgressione sessuale sostituì l’appagamento come ideale erotico, le bizzarie umane acquistarono peso e prestigio – non solo come auspicabili compagni di letto, ma come ruoli modello.

 

Il freaks non più come alterità totale, dunque, ma piuttosto come il segno di un io segreto, negato nelle attività quotidiane, ma intravisto ogni tanto sotto l’influenza dell’acido o della droga.

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