Entrando nel Frangibile di Elisabetta di Maggio. In punta di piedi.

In Arte

Quando un’artista racconta un’artista. Linda Carrara, pittrice di grande talento e sensibilità, racconta “Frangibile” – la mostra a cura di Chiara Bertola e Fabio Cafagna che ripercorre la carriera di Elisabetta Di Maggio, presentando lavori storici e nuove produzioni create appositamente per gli spazi della GAM di Torino e aperta fino all’1 marzo 2026 – con uno sguardo che non è quello della critica ma è la storia di un incontro, della condivisione e dell’empatia tra flussi creativi diversi ma, come tutte le cose sentite e necessarie, affini.

Nella terza sala c’è una donna che con estrema delicatezza poggia le mani con le dita piatte e aperte sulle due pareti opposte della teca di vetro piombato che protegge una delicata composizione. Con le mani fa una leggera pressione per far presa e alza la teca con precisione e lentezza. I polpastrelli visti attraverso la materia del vetro diventano di quel bianco che evidenzia la mancanza di sangue. Sfila la teca facendola passare sopra ai petali, si gira di centottanta gradi, fa alcuni passi tenendo lo sguardo concentrato sulla teca. Tre falcate lente e nette. Sola nello spazio, come se io e nessun altro fossimo lì a guardare, si china e poggia la teca sul piedistallo di Frangibile tra le monumentali foglie di loto intagliate e spogliate fino alla loro essenza scheletrica. Torna al piedistallo da cui ha tolto la teca e con le mani che sembrano far gesti da direttore d’orchestra o da prestigiatore intento alla preparazione di una magia, prende il ramo di Eucalipto, lo solleva tenendolo tra i pollici e gl’indici di entrambe le mani poste alle due estremità del ramo, le altre dita sono immobili e rivolte verso l’alto, un po’ come le braccia dell’equilibrista sul cavo d’acciaio teso tra le pareti che sottolineano un vuoto. Cerca l’equilibrio perfetto. Prova alcune volte, delicatamente ma con la decisione di chi sa esattamente cosa sta facendo. Sembra trattenere il fiato per non compromettere l’operazione e allo stesso tempo pare conoscere perfettamente la resistenza dell’esile ramo, maneggiandolo in modo deciso e senza paura. Sia io che il custode della sala, restiamo immobili e ipnotizzati dai gesti poetici di Elisabetta di Maggio che cerca l’equilibrio perso a causa delle vibrazioni dei passi della gente che peregrina tra le opere.

Installation view. Elisabetta Di Maggio. Frangibile, GAM Torino. Ph Studio Gonella

É la prima volta che vedo una mostra approfondita di Elisabetta di Maggio e che finalmente riesco ad assaporare la materia delle sue opere. Carta e bisturi, foglie secche e sapone, spilli e pochi altri elementi. Materiali semplici in connessioni complesse che giocano sia internamente all’opera con i vari elementi che la compongono, sia con la realtà che sta attorno all’opera, cioè il mondo. La di Maggio riesce a metterci in una posizione di fastidioso equilibrio perenne, come a ricordarci che ogni piccolo movimento può cambiare l’interconnessione del tutto. La mostra di Di Maggio ci fa sentire come quell’Eucalipto intagliato, obbligato ad una posizione d’equilibrio straziante ma che una volta trovato il punto esatto “si siede”; come i sassi che messi uno sull’altro in equilibrio compongono delle torri sulle rive dei fiumi, così una volta trovato il punto perfetto l’esile ramo potrà restare in equilibrio costante. Lì è il punto di forza di gravità centrale, che collega l’elemento al centro della terra. Elisabetta sembra proprio chiedere alla materia di esser più forte dell’immaginario che abbiamo di essa, svelando così che la delicatezza e la fragilità percepita stanno nella nostra mente, nel modo di pensare e trattare la materia più che nella materia stessa. Lei cerca il punto estremo di resistenza, sfida la carta tagliandola e spogliandola dal superfluo fino a lasciarne solo la struttura ramificata di una città o un semplice reticolo di fiori che mostra tutta la resistenza che non siamo mai riusciti ad immaginare. Di Maggio riesce a scavare la carta e il pensiero fino a trovarne le linee essenziali che permettono a questi grandi fogli di restare ancora in vita. Ci lascia increduli vedere quei sottili fili di carta residua che riescono a mantenere intatta la forma lasciandoci soli di fronte alla paura della delicatezza, perché quando ci si mostra delicati si ha sempre la paura di essere fragili, mentre lei ci pone di fronte alla resilienza della fragilità, della delicatezza. Ce ne fa capire l’attrazione e la forza.

Elisabetta Di Maggio, Traiettoria di volo di farfalla #8, (particolare), 2017

Trasformando le metropolitane delle città in esili palafitte di carta e spilli, Elisabetta di Maggio mi fa immediatamente pensare a Venezia, città nella quale l’artista vive e che è stata costruita proprio grazie ad una complessa costruzione ingegneristica di pali sottomarini che fungono da fondamenta sorreggendo l’intera città. Essa riesce a trasferire questo stato di impensabile equilibrio a tutte le città, facendoci immaginare quella complessa struttura di tunnel che abitano la terra per tenere in vita la superficie. Così queste linee metropolitane sospese ci fanno immediatamente capire che la fragilità non è qualcosa che riguarda esclusivamente l’umano e il materiale ma è un modo di osservare le dinamiche del mondo nel quale viviamo. Così, il materiale diventa un modo per interpretare ciò che sta attorno a chi vive. La goccia d’acqua che si scioglie dal ghiaccio torna sonoramente a riempire la forma negativa che ha creato il positivo. Si colmano e completano nuovamente come fossero complici della reciproca esistenza. L’uno apprende e prende ciclicamente dall’altro in un continuo cambiamento e scambio di posizioni. Il ghiaccio non si perde ma torna a riempire ciò che lo formerà.

Elisabetta Di Maggio, Parigi, 2008 (dettaglio)
Sapone di Marsiglia inciso a mano con bisturi, 8 x 130 x 92 cm
Ph. Francesco Allegretto

Questo ai miei occhi, sembra essere il segreto del lavoro di Elisabetta, saper portare al limite la materia, liberandola dal “puro essere” per invece “saper esprimere”. Sono ancora lì col pensiero. Le mani rallentano, restano concentrate. Finalmente ecco che trova l’equilibrio, il ramo di eucalipto è in bilico sulla molla di filo di rame. Finita l’operazione, Elisabetta rimette in modo accurato la teca a protezione della scultura. É come se l’opera tornasse sottovuoto e lei ricominciasse a respirare mentre io, finalmente, sono entrata in punta di piedi nel suo mondo.

Elisabetta di Maggio, Frangibile, Gam Torino, fino all’1 marzo 2026

In copertina: Elisabetta di Maggio, Co-incidere, 2023, fotografia a colori

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