Diario americano: Trump, ancora lui

In diarioCult, Weekend

Sono bianchi, hanno paura dei diritti delle minoranze, abitano un’America remota, non credono alla politica, sono stufi, tradizionalisti e armati fino ai denti. E voteranno Trump. Anche per colpa nostra

Sono momenti difficili per il mondo intero: guerre, populismo, notizie false, informazioni distorte, attacchi militari, la Terra che sta soccombendo ai nostri disastri. Negli Stati Uniti, poi, si respira un clima di terrore: se dovesse vincere Trump, sarebbe un disastro non solo nazionale, ma anche mondiale.

Trump, però, non è che un effetto di tutto questo. Per quanto la linea politica democratica si sia sempre occupata della working class, non è mai stata in grado di comunicare in modo efficace il proprio impegno. La gente che ama Trump è poco interessata alla politica, è molto più preoccupata dei cambiamenti sociali che riscontra quotidianamente: i diritti per le minoranze, il diritto di abortire, delle persone non cisgender. Se questo è probabile anche nel resto del mondo, è certamente vero qui. Una delle differenze che saltano agli occhi rispetto ad altri paesi che stanno diventando populisti è il fatto che gli americani sono armati fino ai denti. E sono arrabbiati. Stufi e arrabbiati. Cerchiamo di capire chi sono.

Sono bianchi, prima di tutto, e sono impauriti dai diritti che persone non bianche hanno ottenuto negli anni. Temono di perdere la pole position che hanno sempre avuto nel mondo e sono convinti di essere diventati loro la minoranza. “Abbiamo sempre avuto potere assoluto su tutti, e adesso valgono più le minoranze di noi?”. Vivono insomma nel terrore di diventare meno potenti.

Inoltre, sono persone che vivono in piccoli paesi, magari lontano dalle città, dove la popolazione è molto più omogenea, dove le notizie che arrivano al di fuori della comunità sono apprese quasi esclusivamente da Fox News, rete di destra. Oppure arrivano da Internet, e sono tinte di teorie complottistiche, o da radio di estrema destra. Sono persone non molto istruite, che fanno lavori manuali e che non sono mai stati rappresentati dall’establishment. Queste comunità spesso si incontrano in chiesa, la domenica, dove i sacerdoti (quasi tutti evangelisti o protestanti) appoggiano le idee conservatrici di famiglia, religione e omofobia in modo che tutti siano d’accordo.

Inoltre, sono persone che non hanno nessuna fiducia nei politici, nel governo federale, che dovrebbe, secondo loro, lasciare le decisioni importanti ai singoli Stati. Spesso non credono neanche al sistema scolastico, e molti genitori si prendono la responsabilità di improvvisarsi insegnanti e tengono i propri figli a casa da scuola. Ma non solo: stanno lottando per cambiare i curricula scolastici ed eliminare informazioni che potrebbero far sentire in colpa i poveri bimbi bianchi, che non c’entrano nulla con lo schiavismo, per esempio.

Insomma, rappresentano tutto ciò che a noi di sinistra fa venire l’orticaria. Fette della popolazione con cui, malgrado tutte le teorie marxiane e gramsciane di classe, di genere ed economiche studiate così bene, non siamo stati in grado di comunicare in modo efficace. Perché non sono persone sexy, non hanno gli strumenti per affrontare discussioni teoriche che a noi piacciono tanto; perché non hanno letto niente e sono intellettualmente impreparati. Ci sembra di perdere del tempo prezioso, per cui abbiamo deciso di non parlare con loro. Li abbiamo sottovalutati perché va bene poveri, ma ignoranti no, non ce la possiamo proprio fare.

In questo clima di rabbia, di esclusione dal discorso sociale e politico, arriva Trump, un multimiliardario senza peli sullo stomaco, che invece sa comunicare in modo prestigioso con milioni di persone disilluse dalla politica e riesce a dare loro una voce. È un rivoluzionario: ignora completamente Washington e tutte le regole, le tradizioni, il linguaggio politico diventa una chiacchiera da bar, i valori da supportare sono quelli che erano stati ignorati da tutti gli altri politici, perché se è vero che ci sono milioni di persone che supportano Trump, è anche vero che il tessuto sociale e politico americano è democratico e spesso aperto a riforme progressiste. Se infatti tutti gli americani andassero a votare, gli Stati Uniti sarebbero un paese simile a quelli dell’Europa del Nord. Non lo dico io, ci sono fior di studi che lo confermano.

Trump se ne frega di tutto e di tutti, proprio come per anni hanno fatto i suoi seguaci, che ormai lo ritengono un guru, una figura religiosa e inattaccabile. Ha organizzato la rivolta del 6 Gennaio? Ha fatto bene! Ci ha convinto di aver vinto le elezioni? Ci crediamo ciecamente, senza bisogno di prove! Supporta Putin, Orban e Kim-Jon-il? Fa bene: guarda come funzionano bene quei paesi! In una delle tante interviste ai seguaci di Trump, i MAGA (Make America Great Again), una donna ha dichiarato: “Se Trump dovesse uscir di casa e sparare a qualcuno, lo voterei lo stesso”. Perché anche loro, che, come dicevo sono armati fino ai denti, vorrebbero ogni tanto poter far fuori qualche rompicoglioni. E se Trump ne fa fuori uno, fa più che bene.

Non è solo colpa di Trump se l’America è diventata quella che è. Trump non è mai stato un politico: ha sempre cercato di fregare il sistema pur di avere potere, e lo fa anche adesso. Ha avuto l’intuito giusto: si è rivolto a chi non aveva voce in capitolo ed è riuscito ad ottenere tutto quello che voleva. La colpa, tra tante colpe, è stata l’incapacità dell’establishment di comunicare in modo efficace i risultati delle battaglie fatte per loro, e sono rimaste persone radical chic che stanno sì dalla parte dei deboli, purché facciano tenerezza.

Per questo, anche per questo, mi sento impotente e desolata di fronte alla possibilità che ancora per una volta, Trump potrebbe essere il leader più potente del mondo.