Diario americano: la guerra e la paura. Qui e lì

In diarioCult, Weekend

Non è la stessa paura, quella che si vive in Italia e quella che si prova negli Stati Uniti davanti alle immagini e alle notizie che arrivano dall’Ucraina. E la differenza la fa la memoria di una guerra vissuta in casa

«E quando bombardavano le case degli altri, noi

Protestavamo

 ma non abbastanza, facevamo opposizione ma non

abbastanza. Io ero 

a letto, intorno al mio letto l’America

cadeva: casa invisibile dopo casa invisibile dopo casa invisibile – 

Portai fuori una sedia e osservai il sole.

Nel sesto mese

di un regno disastroso nella casa del denaro

nella strada del denaro nella città del denaro nel paese del denaro, 

il nostro grande paese del denaro, noi (perdonateci)

vivevamo felici durante la guerra».

(Vivevamo felici durante la guerra, tratto da Repubblica Sorda, di Ilya Kaminsky)

Ho sentito molto spesso racconti dei miei nonni e di mia madre sulla guerra, fin da quando ero piccola, ma il ricordo più vivido che ho a riguardo è quello dell’estate del 2000. Ero nella nostra casetta di Bordighera con Luca che aveva quattro anni, e Sofia, che ne aveva uno. La sera li mettevo a letto e andavo nell’appartamento di fianco al nostro, a chiacchierare con mia nonna Vera.

Nonna Vera era nata nel 1912, quindi si era cuccata ben due guerre mondiali. Mentre la prima non se la ricordava, mentre era in corso la seconda era diventata mamma ben due volte, di mia zia Milena nel 1938 e di mia mamma, Franca, nel 1940.  Mio nonno, antifascista e senza tessera che mostrasse appoggio alla Mascella (come lo chiama de Gregori), ad un certo punto della guerra ha perso il lavoro. Siccome mio nonno era un bravissimo artista con una manualità incredibile, per un po’ di anni si era messo a costruire dei giochi di legno e delle bellissime casette per le bambole che mia nonna andava a vendere nei negozi di Milano. Partiva in bicicletta con i sacchetti pieni di giochi, proprio come Babbo Natale, e se la vedevano tornare con un fiasco di vino, voleva dire che era riuscita a vendere qualcosa.

Durante le nostre chiacchierate, mia nonna mi raccontava spesso del periodo della guerra a Milano, quando iniziavano a bombardare di notte e si doveva tutti scappare in cantina. “A tua mamma e a tua zia piaceva moltissimo, perché potevano giocare con i loro amici anche di notte”. Mi raccontava di suo fratello che era scappato sulle colline liguri perché i tedeschi volevano internarlo; mi raccontava della volta che alla ditta Caproni, dove mio nonno aveva trovato lavoro come disegnatore, avevano la regola che per ogni nazista ucciso, mettevano tutti gli impiegati in fila. Contavano il decimo, poi il ventesimo e così via per trucidarli davanti agli altri. Quando mia nonna venne a sapere che sarebbe successo un giorno preciso, corse in bicicletta fino a dopo i due ponti per dire ai capi, mentendo, che suo marito doveva assolutamente tornare a casa perché una delle sue figlie era in fin di vita. Gli salvò la vita. Quel giorno lì sarebbe stato ammazzato un altro padre di famiglia, un altro innocente. Mi raccontava anche delle volte che andava a letto con un fame tremenda, della sberla che aveva dato a zia Milena da piccola perché aveva rubato una fetta di pane. Ho anche sentito mille volte la storia della mia famiglia paterna: mio nonno Viola si era sposato e aveva una figlia, Margherita. Mentre lui lavorava a Roma e le due, moglie e figlia, erano state nel paesino della Campania, perché si bombardava meno. Ma fu proprio una bomba, proprio lanciata contro il paesino in Campania a ucciderle.  Insomma, ogni famiglia italiana ha ascoltato i racconti di guerra dai genitori o dai nonni. 

Leggo tutti i santi giorni i quotidiani italiani e americani, parlo con persone di entrambi i Paesi o leggo i commenti sui social e mi sono accorta che il livello di paura e di ansia causate da questa maledetta guerra in Ucraina è molto più alto in Italia. Da quello che ho percepito, in Italia non si fa che parlare di guerra, di bombe atomiche, di armi chimiche, di una terza guerra mondiale imminente. Ho sentito di persone che fanno fatica a dormire, o a concentrarsi. Non sono paure o ansie immotivate, certamente. Sappiamo tutti come basti un passo falso da parte dell’Occidente o da parte di Putin per terminare per sempre la vita du questo pianeta. Insomma, non sono le baionette che fanno paura in Italia: sono Hiroshima e Nagasaki. Sono Chernobyl e le altre centrali nucleari. È la follia di Putin, incomprensibile e dittatoriale. Insomma, hanno ragione a non dormire, in Italia.

Da questa parte dell’Atlantico, invece, la gente non sembra essere particolarmente preoccupata. Ovviamente tutti sanno cosa sta succedendo, tutti sono scioccati dalle immagini e dalle notizie  dettagliate del New York Times e di CNN. Ieri sera, per esempio, sono venuti a cena due cari amici e della guerra ne abbiamo parlato per soli cinque minuti a fine serata. “Non capisco perché si dovrebbe aver più paura in Italia che qui”, mi dice Dan “se dovessero davvero arrivare a tirare bombe atomiche, non lancerebbero quello enormi che distruggono il pianeta: userebbero quelle piccole, che fanno danni solo in una parte circoscritta della nazione…”. Come a dire che se Putin butta una bomba atomica a Kiev, non è che a Milano si muore. Ovviamente, io non sono d’accordo, ma capisco il suo punto di vista.

A parte il fatto che ci si impiega meno ad andare da Milano a Kiev che da Boston a Houston, nel Texas e se ci fosse un inizio di terza guerra mondiale nel Texas, anche loro sarebbero ben più preoccupati di come sono adesso. Ma, a parte la distanza, credo che il nocciolo del discorso sia il fatto che non c’è stata mai una guerra mondiale combattuta negli Stati Uniti. Loro preferiscono fare le guerre altrove, distruggere famiglie, città, infrastrutture e economia in luoghi ben lontani dalle loro sponde. Cosa ne sanno loro di bombardamenti, di povertà assoluta? Cosa ne sanno dell’orrore, del terrore, dell’odore di morte che porta la guerra quando la si combatte in casa? Cosa ne sanno loro cosa significa prendersi una sberla per aver rubato una fetta di pane nero, o ritrovarsi in cantina e pregare che il proprio palazzo non venga raso al suolo?

Non ne sanno niente. Cioè lo sanno perché l’hanno studiato a scuola. È anche probabile che alcuni abbiano anche ascoltato i racconti dei loro nonni soldati, venuti in Europa per combattere E sono certa che non si tratta di racconti felici. Ma poi quelli che non sono morti in guerra, sono tornati in una città ancora intatta, nel loro appartamento intatto, con cibo sulla tavola e carta igienica in bagno. A parte i soldati, nessuno era traumatizzato dal rumore delle sirene, da morti per la strada, da macerie. Ed è anche per questo, a mio parere, che qui la guerra è una notizia orrenda, ma non preoccupa particolarmente la popolazione.

Come dice Kaminsky, vivevano felici durante la guerra, che era un concetto sconosciuto e lontano. Noi italiani, invece, non abbiamo avuto lo stesso privilegio. E adesso abbiamo la stessa paura che hanno avuto i nostri nonni. 

In apertura: manifestazione per la pace a Milano, Eduardo Ceriani / unsplash

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