D’Annunzio “contro” il fascismo. Esperimento ardito (quasi) riuscito

In Cinema

Il debuttante Gianluca Jodice in “Il cattivo poeta” racconta gli ultimi anni del Vate, passato da icona del regime mussoliniano a personaggio irrequieto, forse scomodo, pericoloso. Quindi sorvegliato. Gli dà voce e volto un bravo Castellitto che sceglie una cifra ironica, dolente, sobria per una decadenza dolorosa. Ha vari lati affettuosi e interessanti “Alida”, biopic di Mimmo Verdesca sulla grande attrice

Un personaggio, pur così totalizzante come Gabriele D’Annunzio, non è mai stato raccontato al cinema. Ci prova ora l’esordiente Gianluca Jodice con un biopic, un film sull’inverno di un poeta e di una nazione intera. Il cattivo poeta racconta gli ultimi anni di vita della sua vita. È il 1937 quando Giovanni Comini (Francesco Patanè) viene promosso federale per volontà del suo mentore, Achille Starace (Fausto Russo Alesi), Segretario del Partito Fascista. Giovanni, a soli 29 anni si ritrova a dover gestire una missione delicata: controllare Gabriele D’Annunzio, sempre più irrequieto e pericoloso agli occhi del Duce, che non può permettersi intoppi o complicazioni, nel momento in cui il suo piano di espansione dell’Impero ha la precedenza su tutto. E si tratterà di una vera sfida, per il protagonista, per l’incrollabile stima reverenziale che prova nei confronti del Vate.

La storia di D’Annunzio e la Storia dell’Italia, indissolubilmente legate, sono al centro della pellicola, un film storico che nel rappresentare gli ultimi anni dell’esistenza del poeta, scrittore, militare, politico e giornalista italiano, mostra anche quei mesi che rimarranno per sempre nella Storia di un’intera nazione, l’ultimo inverno prima della Seconda Guerra Mondiale. Lontano dalla brillante popolarità che l’esperienza di Fiume gli aveva dato, D’Annunzio capisce di non essere più utile al Partito, forse ignaro della forza che le sue parole come grande poeta internazionale potrebbero avere.

La sceneggiatura è stata scritta sulla base di materiale d’archivio, diari, corrispondenze, manoscritti, articoli e discorsi del Vate, che hanno dato modo di ricostruire in maniera più che fedele i dialoghi. Lo stesso titolo, Il cattivo poeta, è una definizione che D’Annunzio ha dato di se stesso, scoperta in una delle tante lettere analizzate in fase di scrittura. Nella sua oscurità interiore, l’uomo che sta spiando è la luce per Comini – ottima interpretazione di Francesco Patanè – che con ingenuità e fiducia vede comunque nel regime la migliore prospettiva di vita possibile.

A impersonare la figura complessa del poeta uno straordinario Sergio Castellitto, che tra fisionomia e personalità è un perfetto ritratto di un uomo simbolo del decadentismo; Castellitto rifugge la tentazione di gigioneggiare e sceglie una strada sobria ed essenziale, una cifra ironica e dolente perfetta per questo D’Annunzio crepuscolare e (quasi) rassegnato. Il Vate di Jodice è un uomo recluso, solo, che ancora cerca nella droga e nella compagnia femminile quella vitalità, quella forza che sembra perduta.

La forma è convenzionale e antica, virata nei colori seppia, blu e grigio pietra, a volte squarciati dai verdi intensi dell’arredamento del Vittoriale, all’interno del quale è stata girata parte del film. Gli ambienti sono importanti, soprattutto quelle architetture fasciste che giganteggiano su uomini ridotti a figurine. Anche il Duce, secondo una scelta registica molto azzeccata, è poco più che una sagoma del potere, cui D’Annunzio, nella scena più bella del film, sussurra inascoltato il suo”memento mori”. Ogni personaggio, nell’imponenza dei luoghi in cui si muove, appare piccolo, quasi insignificante, in un’epoca in cui non era realmente concessa alcuna scelta individuale. Un momento storico in cui libertà di pensiero e parola erano il primo passo verso la reclusione, l’arresto e a volte perfino morte.

Il cattivo poeta di Gianluca Jodice, con Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Fausto Russo Alesi, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Paolo Graziosi

ALIDA VALLI DA STAR A GRANDE ATTRICE

Inizia proprio a fine anni Trenta, quando si chiude il percorso artistico ed esistenziale di D’Annunzio, la straordinaria carriera di Alida Valli, figlia dell’Istria (nata a Pola nel 1920, allora terra italiana), nata Alida Maria Altenburger, che in 85 anni di continua vita d’interprete, tra palcoscenici, set e tv, ha interpretato 109 film (dal 1936 al 2002), 15 tra sceneggiati e serie tv e un notevole numero di piéce teatrali, di autori che vanno da Ibsen a Osborne, da Miller a Moravia, da Cecov a D’Annunzio. La lista dei suoi registi, che comprende gran parte dei massimi autori italiani del secondo Novecento (da Antonioni a Visconti, da Pasolini a Giuseppe e Bernardo Bertolucci, da Zurlini a Giordana, da Soldati ad Argento), si è arricchita, nei molti film cui ha lavorato in Francia, a Hollywood e altrove, di partnership prestigiose come Alfred Hitchcock, di cui è stata amica e Roger Vadim, Claude Chabrol ed Henri Colpi, Patrice Cheréau e Margarete von Trotta.

Ora Mimmo Verdesca nel suo biopic Alida ne tratteggia la biografia personale e artistica, con molto affetto e tante testimonianze, a cominciare dai due figli Carlo e Lorenzo e dai nipoti, a tanti colleghi che tutti, senza eccezione, ne ricordano prima di tutto l’intelligenza, la serietà dell’impegno, la disponibilità umana. Da Roberto Benigni a Charlotte Rampling, da Vanessa Redgrave a Margarete von Trotta. La storia professionale di “Valli”, così a volte appariva sulle locandine all’estero, nasce quando lei è ancora adolescente, quasi per gioco ma già sorretta da un forza d’animo e una voglia di riuscire evidente. Appena 16enne debutta, per poi restarne diva tra le n. 1 per un lustro abbondante, nella commedia italiana dei “telefoni bianchi”. Imparando lì a fare l’attrice per poi spendere il suo talento davanti alla cinepresa di ben altri autori e con ben altri copioni a disposizione. In qualche modo nasce diva, ragazza molto bella e fotogenica, immediata ma ancora acerba, e crescerà poi attrice, grande attrice. Non solo per merito dei grandi nomi che l’hanno diretta, ma grazie al talento, il cervello e la volontà che evidentemente tanti autori così importanti rintracciavano in lei convincendosi a scritturarle. E a una verità umana che nel film di Verdesca si impone dalle prime inquadrature

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